A scuola si fa troppo sul serio. Riscopriamo le simulazioni

>A scuola si fa troppo sul serio. Riscopriamo le simulazioni

“Ha facoltà di parlare il delegato della Nuova Zelanda”. Se a quel punto si alza un ragazzo di diciassette anni significa che non siamo veramente all’assemblea delle Nazioni Unite ma nel corso di un MUN, cioè una Simulazione Onu. Si tratta di raduni internazionali di studenti, uno per paese, selezionati per lo più all’interno dell’ultimo anno delle superiori e il primo dell’università (ma ce ne sono a vari livelli, anche avanzati, in vista di una carriera diplomatica) in cui si dà vita per finta all’assemblea dell’ONU.

Si capisce subito come si tratti di un percorso formativo prestigioso, oltre che di un’opportunità aggregativa di persone con nazionalità diversa. Cosa può esserci di più alto che finire all’ONU? Sì, le Nazioni Unite a volte si fanno mettere i piedi in testa dagli stati membri più potenti, magari si gioverebbero di una riorganizzazione, non sempre sono in grado di far rispettare le risoluzioni. Però ancora non si pensa che siano composti da incapaci e disonesti membri di una casta, e quindi ancora non capita che il primo coglione o un tizio che ha fatto più grana degli altri dica adesso lo faccio io il delegato dell’ONU (e che poi lo faccia davvero). Quindi la massima carriera che si può proporre a uno studente viene valorizzata attraverso la sua simulazione.

 

Tutti noi abbiamo cominciato la scuola facendo per lo più simulazioni. Lungo il percorso di studi le simulazioni diminuiscono, sino quasi a scomparire. Ma ecco che riflettere sul fatto che il termine conclusivo di un percorso di studi, o la sua prossimità, possa coincidere con una simulazione ci costringe a porci il dubbio: sarà una buona idea che le simulazioni vengano accantonate?

 

Devo soffermarmi un attimo sulla parola “simulazione”, dato che molti dei principali dizionari tendono a farla confluire in un concetto ristretto, per lo più negativo. Nei sentimenti mira a illudere e raggirare una persona; nel diritto a nascondere la reale volontà delle parti di un contratto; nel calcio a ingannare l’arbitro. Esiste però una nozione scientifica di simulazione: la riproduzione artificiale di un fenomeno a fini sperimentali. Questo concetto viene trasferito nell’ambito dei giochi di simulazione, da tavolo o anche digitali, che nelle loro migliori espressioni pedagogiche permettono di sperimentare il mondo indossando i panni di un personaggio. Anche quando la simulazione riguarda propriamente un ambiente o un modello, il suo scopo finale può essere allenare l’essere umano ad agire (e interagire) dentro questi modelli e ambienti che lo comprendono. D’altronde il primo istintivo modo di integrazione dei bambini (nei modelli sociali) e degli animali (negli ambienti naturali) è quello della simulazione: fingere o imitare comportamenti appresi dagli adulti oppure innati, non solo in attesa di acquisire quelli maturi ma anche in vista e in funzione di acquisire quelli maturi. La simulazione riveste così un fine di auto-apprendimento. I famigerati neuroni-specchio mostrano che addirittura ogni processo di comprensione transiterebbe per una simulazione interiore, attivando le aree motorie come se stessimo compiendo noi l’azione che vediamo svolgere all’altro.

 

La scuola esiste sul serio, di per sé non è una simulazione: è contenuta in edifici materiali, riceve dallo stato denaro sui conti correnti (sempre meno), è frequentata da insegnanti e ragazzi in carne ed ossa e sbattere la testa sulla lavagna davvero procura dolore.

Nel senso più profondo, tuttavia, la scuola rimane una struttura di simulazione, la più importante di cui disponiamo. Benchè la scuola produca risultati fini a se stessi, e che sono oggetto di apprezzamento immediato, si tratta pur sempre di risultati significativi soprattutto per quel che potranno favorire alla fine della scuola. Copiare un compito può garantire lo stesso voto eccellente del secchione da cui lo si è copiato: però non pensiamo che siano due cose uguali, anche se entrambe producono il medesimo risultato. Certo, entrano in gioco considerazioni di etica e giustizia. Ma consideriamo inutile anche il dieci che è frutto di un apprendimento mnemonico eccessivamente meccanico o persino quello preso sbuffando, senza che lo studio abbia instillato un briciolo di passione. Proprio perché, con simili presupposti, quei voti non serviranno dopo. Se gli studenti saltano troppo rapidamente dallo stimolo preparatorio alla sua traduzione pratica all’interno dei locali dell’istituto la scuola reagisce: capita così (di recente a Torino) che lo studente che, non per finta ma sul serio, vende ai compagni le merendine a prezzi più convenienti dei distributori automatici venga sanzionato quasi come quello che viene scoperto a spacciare erba fuori.

Sarebbe riduttivo considerare la scuola solo un mezzo per fare altro (il modo più volgare per dirlo è l’immagine figurata del “pezzo di carta”) ma di sicuro questa non autosufficienza finalistica e la sua dimensione ideale di preparazione alla vita adulta (tanto migliore quanto più questa dimensione ingloba la crescita complessiva della persona) la connotano come una specie di macro-simulazione della società.

 

Come dicevo, questa sua natura si riflette inizialmente sule modalità di funzionamento. I primi insegnamenti ai bambini si fondano su simulazioni: non c’è nessun Pierino che abbia effettivamente due pere e le voglia scambiare con sette ciliegie. Progressivamente però l’apprendimento viene surrogato dall’insegnamento delle nozioni che servono direttamente nella vita pratica, o almeno dovrebbero. Gi esercizi di scienze sono ancora simulazioni ma i modelli astratti su cui si fondano gli esercizi matematici veicolano le stesse formule che saranno utili a risolvere un problema ingegneristico. Per insegnare la storia non c’è bisogno che gli studenti simulino di essere a Custoza. Tuttavia chi difende l’uso del latino e del greco ne sottolinea l’attitudine a sollecitare processi logici, e questo somiglia a una simulazione strategica dei processi cerebrali di apprendimento piuttosto che all’istruzione su nozioni utilizzabili (naturalmente in tutto questo discorso non metto in conto il fatto che le materie insegnate a scuola, incluso leggere Tacito nella lingua in cui scriveva, ben possano darmi felicità in se stessa: ma non dovrebbe regalarmene di più il fatto che qualcuno mi metta nove per averla provata). Al tempo stesso, per alcune materie si è scoperto che la simulazione è il sistema primario più efficace per apprendere, e che ad esempio il metodo corretto per imparare l’inglese non è studiare la grammatica e poi fare degli esercizi ma far finta di trovarsi al ristorante o a un colloquio di lavoro e solo dopo soffermarsi sulla grammatica.

Nel complesso però le simulazioni segnano il passo, nell’esperienza latina più che in quella anglosassone o nord-europea. Quelle che le scuole fanno obbligatoriamente sono le simulazioni antincendio…per il resto tutto è lasciato all’inventiva dei professori (che al tempo stesso sono compressi da una didattica centrata su una forma di apprendimento diretto). Un tempo i più intraprendenti mettevano i ragazzi al lavoro sul giornale di classe o sulla recita teatrale di un testo, magari con un tocco di sperimentalismo, oggi qualche spirito ardito azzarda qualche forma originale: ma insomma non è l’indirizzo della scuola italiana. Solo nell’alternanza scuola-lavoro è emerso (ma non so quanto sia diffuso) l’interessantissimo progetto della “Impresa Formativa Simulata”, che (cito da una fonte documentale) “consente l’apprendimento di processi di lavoro reali, attraverso la simulazione della costituzione e gestione di imprese virtuali che operano in rete, assistite da aziende reali”.

 

Ogni strategia pedagogica deve misurarsi pure con il contesto dell’epoca. Questa nostra, dominata dall’avvento del digitale, sta modificando drasticamente la forma delle esperienze dei nostri ragazzi.

L’avvento del digitale aveva lasciato presagire una netta dominanza di modelli virtuali puri, e dunque della simulazione come pratica abituale di vita (l’avatar al posto nostro). Il successivo sviluppo si è orientato verso un uso del digitale quale iper-controllo del reale (anche scolastico: i compiti a casa, per dire, a volte si ottengono e si realizzano solo con la mediazione digitale) ma ne ha alterato la consistenza. In altre parole, per rapportarsi perfettamente al reale attraverso il digitale si è fatto in modo che il reale diventasse un po’ meno reale. Le esperienze si sono ridotte e uniformate. Mediamente i ragazzi (e non soltanto loro) non hanno idea di temi che non siano stati selezionati dagli algoritmi (molti si informano sul mondo solo attraverso Facebook, che sceglie gli argomenti secondo una logica utilitaristica di profilazione) e gli argomenti selezionati sono fruiti in modo indistinto, senza capacità di distinguere tra le fonti. Nell’era della presunta disintermediazione, tanti ragazzi sperimentano persino la loro educazione affettiva attraverso il filtro di un dispositivo, incanalando le emozioni nelle forme predeterminate che la progettazione del dispositivo autorizza. In passato molte esperienze erano precluse, ma quelle che si sperimentavano erano per la gran parte esperienze con un basso grado di filtraggio. Il percorso di crescita di un ragazzo è in gran parte un percorso di simulazione.

 

Qualcuno dirà: e dov’è il problema? Non ce la l’hai smenata per tutto l’articolo magnificando il valore esistenziale della simulazione? Ebbene i problemi sono due: uno, che quella non è una simulazione in vista dell’esperienza reale ma una simulazione che tende a cronicizzarsi, che detta la nuova forma di un’esperienza che non si separa completamente dalla simulazione. L’altro, che è una simulazione che né corrisponde a un istinto spontaneo né a una consapevolezza e soprattutto è una simulazione guidata da agenti che non hanno istituzionalmente lo scopo di preparare a una vita soddisfacente.

E’ per questo che la scuola deve rivendicare la sua funzione di Grande Ente di Simulazione Finalizzata  alla Crescita Interiore e all’Integrazione Sociale. Lo dovrebbe fare di fronte alle grandi vicende umane, che i ragazzi osservano da lontano e spesso con sguardo superficiale. Simulare uno sbarco di immigrati, un’operazione di soccorso e un’operazione di polizia, e ad ogni passaggio indurre gli studenti a interrogarsi sul significato comunitario ed emotivo. Simulare un processo in tribunale per un crimine che non appaia immediatamente odioso, e però condurre gli studenti, cui vengono assegnate le parti di tutti coloro che in qualche modo ne sono coinvolte, a incrociare il punto di vista del loro personaggio e del suo ruolo con i punti di vista dei personaggi che hanno interessi e sentimenti contrapposti. Simulare la riunione del consiglio di amministrazione di un’impresa in crisi che propone piani alternativi ai lavoratori, alcuni dei quali massimizzano gli interessi di una categoria e altri che ripartiscono i disagi per non lasciare irrimediabilmente indietro alcuni. Simulare la riunione di redazione di un giornale che ha da confrontarsi con la verifica delle fonti o ha da soppesare i giudizi e il modo di porgere le notizie senza fare strame delle sensibilità di chi si trova coinvolto. Simulare la condivisione di un appartamento o di un viaggio, nel quale deliberare delle regole di vantaggiosa convivenza. Simulare anche quel quotidiano che li attende, il colloquio di assunzione come la conversazione pietosa con un anziano solo e noioso. E persino simulare quei rapporti faccia a faccia, che seguono tensioni e conflitti o semplicemente fanno da ponte verso una possibile amicizia: tutto ciò che la piazza digitale tende a comprimere nella velocità, a esternalizzare nella sintesi di un sms, a tribalizzare o stilizzare nella piazza digitale di un social network, a diluire e differire, data la mancanza di uno scambio immediato.

Quale funzione potrà continuare a reclamare la scuola se non si lancerà programmaticamente in questo percorso di accompagnamento?

Di | 17 febbraio 2017|Forse ti sei perso, Scuolabus|

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