Medie ed elementari, niente bocciati per legge. È una strada giusta?

>Medie ed elementari, niente bocciati per legge. È una strada giusta?

Il cocchiere. La mondina. Il lampionaio. Quante figure tipicamente ottocentesche si sono andate estinguendo nel corso del Novecento. Una però resiste tenacemente, ancora nel ventunesimo secolo: il somaro. Non l’infaticabile e testardo equino (cioè, quello resiste per forza) ma la sua traslazione simbolica nello studente ignorante, cui nella scuola ottocentesca venivano applicate anche delle umilianti ed artigianali orecchie d’asino.

Il nostro lessico fatica a espungere il somaro dall’immaginario collettivo. Ne abbiamo avuto prova nel commento popolare che ha accolto un pezzo della riforma sulla Buona Scuola, quello che in sostanza mette (quasi) in soffitta la bocciatura nelle scuole elementari e nelle medie, stabilendo l’ammissione obbligatoria all’anno successivo, salvo casi eccezionali di natura disciplinare.

Ecco, si obietta, come al solito in Italia non si rispetta la meritocrazia. Ecco, questo è un premio per i somari, che saranno promossi al pari di quelli che sgobbano con profitto. Su qualche blog scolastico sono incappato anche nella perplessità desolata di qualche docente: come potrò domare quelli che disturbano se non posso neanche minacciarli di far loro perdere l’anno?

 

Per giudicare questo provvedimento partiamo intanto da quanto espressamente prevede la legge.

“Le alunne e gli alunni della scuola primaria sono ammessi alla classe successiva e alla prima classe di scuola secondaria di primo grado anche in presenza di livelli di apprendimento parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione”. Nei casi di promozione “agevolata”, le scuole dovranno attivare “specifiche strategie per il miglioramento dei livelli di apprendimento”. La bocciatura sarà ammessa solo in “casi eccezionali comprovati da specifica motivazione” e a condizione che tutto il corpo docente sia concorde: basterà un solo voto contrario per impedire la bocciatura.

Egualmente: “Le alunne e gli alunni della scuola secondaria di primo grado sono ammessi alla classe successiva e all’esame conclusivo del primo ciclo”. Solo in caso di gravi infrazioni disciplinari e nei casi di “parziale o mancata acquisizione dei livelli di apprendimento in una o più discipline (…) il consiglio di classe può deliberare” la bocciatura ma con adeguata motivazione.

Ci sarebbe certo da discutere sul fatto che un unico dissenso possa paralizzare il potere di decisione contrario degli altri. Una volta posta la regola sarebbe più saggio confidare sul buon senso dei docenti secondo il principio di maggioranza che non nell’equilibrio del singolo docente che chiude gli occhi davanti a situazioni che magari affliggono gravemente l’insegnamento di colleghi altri da lui.

Quel che più preme però è il giudizio sulla questione nel suo insieme.

 

Se da una parte l’effetto pratico non sarà devastantemente innovativo, nel senso che già oggi la bocciatura alle elementari è quasi un tabù e nelle medie si attesta intorno al 4%, dall’altro le pur ridotte percentuali di bocciatura in Italia, contrariamente a quanto si pensa, sono superiori alla media europea tanto che il nostro paese ha ricevuto raccomandazioni in senso contrario dall’Ocse. Già ora ci sono nazioni che non bocciano, e alcune sono al di sopra di ogni sospetto di lassismo, come la Danimarca e altri paesi scandinavi, e producono eccellenze nel campo del rendimento scolastico. Bocciare gli studenti nel periodo dell’obbligo è controproducente dal punto di vista economico e organizzativo, e le statistiche (oltre al pensiero psicologico più recente) dicono che il trauma di una bocciatura di rado rimette in carreggiata chi la subisce. Si potrebbe pensare che serva a qualcosa alle medie, perché il ragazzo dovrebbe avere raggiunto uno stadio di maturità sufficiente a riflettere sui suoi errori: e invece i dati rivelano che chi è bocciato alle medie quasi sempre non completa la scuola mentre chi viene bocciato in terza elementare qualche volta arriva in fondo.

Quanto alle obiezioni più popular, come quella che allora è meglio andare a cercare la meritocrazia in una scuola privata, vale la pena di rammentare come tante scuole private assumano, all’inverso, il compito di affossarla riportando a galla i rampolli svogliati respinti dalla scuola pubblica. Che poi per tenere a bada ora un bambino o un ragazzotto lo strumento migliore di cui dispone un professore sia dirgli guarda che tra un anno ti boccio sembra inverosimile, oltre che povero di autorevolezza e fantasia. Infine, se vogliamo valorizzare il mestiere del docente, dobbiamo considerare l’insegnamento come una relazione, nella quale il fallimento di una delle due parti (quella debole) è nella migliore delle ipotesi una sconfitta anche per l’altra.

 

Rimane da considerare il fattore di “disturbo” che i cattivi studenti rappresentano per quelli più bravi e motivati. Mi è capitato di leggere messaggi di genitori del seguente tenore: come spiego a mio figlio che quello che non studia è stato promosso al pari suo? E perché deve rischiare di rallentare l’apprendimento a causa dei somari con cui deve perdere tempo il professore?

 

Ora, è evidente che se si continua a ragionare in termini di promozione e bocciatura la nuova legge non ha alcun senso. Non si può essere promossi “tutti” come non potrebbero “tutti” vincere la gara a cui partecipano. Si deve entrare in un ordine di idee diverso, e prendere a considerare la scuola come il luogo nel quale si impara a stare insieme, e lavorare insieme, quelli più dotati e quelli meno (e a dare il tempo a quelli che sono indietro di mettersi sulla linea di partenza insieme agli altri, se a penalizzarli sono le condizioni sociali). Forse questo è opportuno raccontare al bambino che prende ottimi voti e scalpita: che le grandi aziende hanno da tempo scoperto che il team conta più del leader (non è scritto sula Rivista Troskista ma affermato con dati e statistiche sull’Harvard Business Review) e che, almeno nei primi anni della vita, gli giova di più imparare a tirare per mano i compagni piuttosto che distaccarli. Se la riforma ha un senso, la si deve intendere come un cambio di orizzonte: la scuola dell’obbligo (oltre a diventare un obbligo dello stato verso ciascun alunno di fare quanto può per fare emergere le sue attitudini e collocarle non troppo lontane dalla media) diventa un percorso tendenzialmente collettivo. Ovviamente, questo comporta un salto didattico: da una parte l’insegnamento deve orientarsi a modalità che sviluppino tra i ragazzi l’elemento collaborativo (una delle inclinazioni del sistema finlandese, classificato come il primo al mondo), dall’altra nemmeno deve avvilire la personalità individuale e prevedere un equivalente verso l’alto dei PDP, con spazi di percorsi formativi differenziati che valorizzino l’espressione e l’autostima di chi manifesta precocemente attitudini brillanti. Certo che se non si imbocca quest’indirizzo la riforma diviene insulsa e si limita a spostare il problema in avanti, Quelli che avranno faticosamente percorso la scuola dell’obbligo, senza l’incognita degli scrutini, saranno respinti sin da principio alle superiori molto più radicalmente di oggi, senza avere alla fine avuto una seria possibilità di crescita.

 

Ecco, dunque, che in coda viene fuori dov’è il marcio nella riforma: una revisione della didattica e il parallelo potenziamento delle strutture hanno un costo non indifferente, incompatibile con il misero e ridotto 4% del bilancio che lo stato stanzia per l’istruzione, il 20% in meno della media europea. Sulle spalle di docenti sui quali, negli anni, si sono rovesciate un’infinità di (insidiosi) adempimenti amministrativi.

Di | 8 Settembre 2017|Scuolabus|

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