Breve trattato sulla bugia nel 2017. Menzogna, post- vero e autoinganni

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Sette ragioni che oggi fanno mentire di più. Guarda in venti secondi il video di presentazione

Davvero sono così trendy le bugie? Mentiamo di più? E soprattutto: nello spazio pubblico ci mentono di più?

E’ ormai noto che parola dell’anno, nel 2016, è stata eletta dall’Oxford Dictionary “post-truth” (post-vero). Perché coniare un neologismo tanto contorto invece di attenersi agli antichissimi menzogna, bugia, inganno? Secondo gli intellettuali che hanno sposato il concetto siamo oltre la bugia in quanto il post-vero, che in Italia è stato apparentato alla bufala, si caratterizza per “falsità dei contenuti, plausibilità, diffusione virale” (lo sostiene il semiologo Paolo Peverini: però detto così non sembra tanto diverso dalla bugia); o, come scrive efficacemente Luca Sofri, “ stiamo parlando del fatto che oggi menzogne palesi, contraddette dai fatti, non solo non abbiamo conseguenze per chi le dice, ma lo premino: che paghino”.Non che paghino le menzogne- è sempre successo, bella scoperta – ma che paghino anche quando sono pubblicamente disvelate: che si tratti di successi politici, carriere personali, vendite dei giornali, clic. Per farla breve, che non gliene freghi niente a nessuno se una cosa è vera o falsa”.

 

Mi pare quest’ultimo il punto centrale, anche perché segnerebbe un mutamento sociale o addirittura antropologico. Se non me ne frega niente se una cosa è falsa, in teoria, non sarò indifferente solo alle bugie che dice Trump ma anche a quelle che dice mio figlio. E’ quanto sta accadendo? E’ un errore circoscrivere la riflessione allo spazio pubblico. A proposito del quale, peraltro, una decina di giorni fa Alessandro Baricco si è schierato contro il termine “post-verità”, accusandolo di essere a sua volta una bufala. Le bugie al popolo sono sempre state propinate, dice in sostanza Baricco. L’unica differenza è che, essendo in pochi ad avere voce, le propinavano gli stessi da cui ci si aspettava la verità, le elite culturali che avevano accesso al dominio della comunicazione. Ora che hanno perduto questo monopolio, e dire palle è un fenomeno generalizzato e incontrollabile, le élite strillano e cercano di squalificare le bugie denigrandole come una nuova forma di barbarie (il post-vero). Insomma, è come se le élite sotto sotto dicessero: Eh! Le bugie di oggi non sono più quelle di una volta.

 

Accantoniamo per un attimo il post-vero. Che posto (non post) occupano le bugie nella nostra esistenza?

Secondo un recente filone scientifico le bugie ne sono condizione primaria. L’evoluzione, infatti, sarebbe fondata sull’inganno. E contrariamente a quel che pensava Plutarco (che la menzogna fosse ignota agli animali ed esclusiva della specie umana) l’inganno sarebbe una costante della natura (l’impollinazione delle orchidee avviene grazie a una vera truffa nei confronti delle api, ad esempio). La peculiarità dell’essere umano sarebbe, semmai, l’autoinganno. Cioè, la natura per farci mentire più convincentemente (traendone il corrispondente vantaggio evolutivo) ha provvisto che il cervello persuada l’uomo di quelle menzogne che è opportuno egli trasmetta all’esterno.

Quanto alla realtà sociale, essa non si fonda propriamente né suo vero né sul falso ma sulle credenze, che per lo più sono bugie che decidiamo di promuovere a verità. Che un cerchietto di metallo sul quale è effigiata la faccia di Giuseppe Verdi mi dia diritto a prendere un caffè al bar è una bugia prima che tutti decidano che è la verità, e lo stesso posso dire del fuorigioco passivo o dell’adozione. Per costruire la realtà che ci interessa, e che al novanta per cento non è quella che esiste in natura (il pioppo è in natura e il sussidio di disoccupazione no, ma è raro trovare gente che sfila in piazza a ragione dei pioppi), ci va un tipo di fantasia ideativa che è imparentata più con la capacità di dire bugie che di dire il vero.

Inoltre, non sono pochi i casi in cui dire la verità ci sembra sconveniente. Tra tutte le tesi di Kant quella maggiormente contestata è che si debba dire sempre la verità. Ricalcando un esempio che aveva già proposto Sant’Agostino, Kant afferma che se un amico si nasconde nella mia casa e bussa alla porta l’assassino che lo cerca, io sono moralmente obbligato (come dovere universale nei confronti dell’umanità, a prescindere dalla circostanze del caso) a indicargli che è sotto il tavolo. Ma è un’affermazione che ai più di noi ripugna: troviamo, al massimo, normale il caso inverso, e cioè dire al poliziotto della campagna ferrarese dove si è nascosto il fuggiasco Igor. E nella memoria celebriamo Schindler, che con un espediente sottrasse oltre mille ebrei alle persecuzioni naziste, invece dei collaborazionisti che glieli consegnavano.

Senza bisogno che ci sia in gioco la vita, la buona creanza (per definizione fabbrica di bugie) suggerisce che non sempre sia il caso di sbattere la verità delle nostre opinioni in faccia agli altri. Nella folgorante prima pagina del romanzo di Sandro Veronesi, La forza del passato, una coppia annichilisce nell’ascoltare casualmente dal citofono i commenti che gli amici fanno su di loro dopo una serata trascorsa insieme. Ma quel che li addolora è che lo pensino veramente, non che non glieli abbiano spiattellati sul muso.

E’ poi convinzione comune che l’individualismo occidentale, a cui tanto siamo attaccati, trovi il suo primo esemplare in Ulisse, che fu mentitore per professione ma che in questo modo dimostrava, oltre alla capacità di raggiungere gli obiettivi, di possedere uno spazio interiore.

Quanto a quel regno della verità che dovrebbe essere la scienza, Karl Popper ci ha insegnato che è degna del titolo di teoria scientifica solo quella soggetta al principio di falsificabilità, che sia cioè costruita in modo tale che per via sperimentale sia possibile dimostrare che è falsa (quindi una teoria sulla fisica tendenzialmente sì, una teoria psicoanalitica tendenzialmente no). Tutte le teorie scientifiche dunque, anche nel momento in cui sono celebrate, gravitano in un limbo che potremmo definire pre-falso.

 

Proprio il caso della scienza, però, ci ricorda come bugiardo sia il contrario di sincero ma non necessariamente di vero. Anche se non è escluso che una teoria scientifica venga falsificata volontariamente, di solito il suo potenziale problema è l’errore. Dunque perché vi sia una bugia, e di nuovo cito Sant’Agostino, è necessario che vi sia l’intenzione di mentire. Ma talvolta le bugie vengono dette con buona intenzione: il vero può emergere da qualche bugia. Quando da piccolo ero già in grado di nuotare anche se non lo sapevo, mio padre, per farmelo scoprire, mi ha mandato in mare con un salvagente sgonfio. Il vero bugiardo, in definitiva, non vuole solo la bugia ma anche il danno altrui oppure il vantaggio per sé. Un perfetto bugiardo è Iago, che a Otello dice pochissime bugie, ma fa accadere delle cose o le fa apparire secondo un’interpretazione distorta, e in questo modo crea l’inganno ancor meglio che infilando una bugia dopo l’altra.

 

Un divertente rompicapo consiste nell’ottenere con un’unica domanda un’informazione sulla strada esatta per la nostra meta da un tizio che è posto a un bivio e del quale non sappiamo se appartenga alla tribù dei bugiardi o a quella dei sinceri. Posto che nella tribù dei bugiardi rispondono sempre con le bugie, quel che dobbiamo domandare è: se io ti avessi chiesto prima qual è la strada per la tribù dei sinceri tu cosa mi avresti risposto? A questo punto il gioco della doppia negazione costringerebbe il bugiardo a dare la risposta vera (quella che non avrebbe dato se avesse risposto prima). Ma nella realtà, salvo alcune patologie, al bugiardo non interessa dire la bugie ma raggiungere un risultato: il bugiardo è uno che è disposto a usare la menzogna, e se del caso a impastarla insieme alla verità per determinare un esito delle cose differente da quello che si sarebbe avuto se l’ingrediente principale, o esclusivo, fosse stato la verità.   Il grado più elevato della bugia è dunque la manipolazione.

 

C’è poi un altro aspetto essenziale, sul quale torneremo fra poco, e cioè che quasi sempre il protagonista della menzogna non è chi la racconta bensì colui che l’ascolta. Il novanta per cento delle bugie, infatti, non attecchirebbero se non fossero coincidenti con quel che l’ingannato desidera sentire. Ogni ingannato trova le sue bugie, non il contrario. Tra la menzogna e il malinteso (la bugia passiva, come la chiamava Jankelevitch, la posizione di colui che se la beve), è la propensione al malinteso che mette in moto la ruota dell’inganno.

Con questa rapida ricognizione sull’essenza (e l’essenzialità) della bugia possiamo predisporci a rispondere alla domanda iniziale: è cambiato qualcosa nella frequenza, e nello statuto, della menzogna? La risposta è netta: sì. E i motivi sono parecchi, alcuni c’entrano con il web e la maggior parte no. Cerco di elencarli e sinteticamente spiegarli.

  1. In molti paesi, nel nostro specialmente, le agenzie di verità sono entrate in una profonda crisi degli ultimi trent’anni. Definisco agenzie di verità quelle istituzioni da cui ci aspettiamo la verità: i media, la classe politica, la magistratura in primo luogo. Naturalmente sappiamo da sempre che in concreto i casi di deviazione dal vero sono parecchi. Non solo: secondo il marxismo e tutte le teorie antiborghesi dello sfruttamento la menzogna è strutturale e sistemica, e la verità è solo l’apparenza. Ma anche chi ha fiducia cieca in queste istituzioni, o almeno nelle persone che le rappresentano, sa che ciclicamente, in periodi storici, il livello di tensione interna sale e le agenzie si delegittimano tra loro. I politici lasciano intendere che i magistrati sono corrotti, le parti politiche si accusano non di prendere posiziono sbagliate ma di mentire, i giornali cessano la funzione civica e screditano tutti, oltre a screditarsi tra loro. Bene, questo è uno di quei cicli, e la fiducia dei cittadini nelle agenzie di verità (che solo parzialmente è sinonimo di élite) è andata a picco. Sembra incredibile, ma è tale la fame di verità, che i cittadini, nello stesso momento in cui escludono di riceverla dalle vecchie agenzie la reclamano dalle imprese (guai attualmente all’azienda che infrange il canone dell’autenticità), che pure fino a pochi anni fa quasi detenevano il diritto di girare al largo dalla verità.
  2. Dire bugie è diventato platealmente un motivo di successo. Quando si sceglie un leader politico non in funzione delle cose che dice ma di come le dice (insomma, un leader mediatico) è inevitabile che la verità diventi persino un fardello. Per il privato, poi, dagli anni novanta, i media tradizionali, sono stati schizofrenici: la passione morbosa per la tv-verità (non quella che dice il vero al posto della bugia ma quella che racconta l’intimo che solitamente si occultava al pubblico) ha scatenato una perversa rincorsa a fingere di essere veri, della quale i reality hanno costituito l’espressione più radicale. Hanno calcato gli schermi persone e racconti che odoravano di posticcio lontano un miglio. Ma intanto erano arrivati dove volevano. Nasceva, applicata un po’ dovunque, anche nei mercati, la pratica dello storytelling: per il successo, l’importante è avere da una storia da raccontare. Vera o falsa è irrilevante.
  3. Le forme del sociale fondate sui media, sulla pubblicità e sull’immagine (ben riassunte nella società dello spettacolo descritta da Baudrillard e Debord) hanno sviluppato un culto dell’esteriorità che rapidamente è passato da modo accattivante per mostrare ciò che si è o ciò che si fa a sistematica coltivazione di un’apparire differente dall’essere. L’unico bene sociale che si è democraticamente diffuso è la tecnica della seduzione, effimera e menzognera per eccellenza.
  4. La fede religiosa possiede, tra i suoi vantaggi, la peculiarità di rendere inutili le singole bugie. Tutto quel che accade ha una ragione: Dio lo vuole. Non c’è bisogno di truccare la realtà perché anche quando pare sconveniente siamo noi, limitati mortali, a non cogliere il disegno della divinità. Così, il declino della pratica cattolica in occidente coincide con la necessità interiore di soffocare quel che è sgradito nel cappio di una serie infinita di bugie. Gli integralisti islamici, per esempio, sono estremamente schietti, salvo ovviamente le esigenze organizzative di clandestinità durante l’organizzazione degli attentati. Persino per imbottirsi di tritolo è sufficiente essere d’accordo sulla premessa.
  5. La capacità virale del web ha amplificato il vecchio adagio per il quale una smentita è una notizia data due volte. Sul web una qualsiasi notizia viene data mille volte e la smentita non fa altro che replicarne ciascuna, attribuendole in questo modo una plausibilità. Il problema della Rete, in effetti, non è solo l’abbondanza di produttori di messaggi falsi (alcuni per malizia, alcuni per stupidità, altri per ignoranza) ma la quantità ancora maggiore di portatori sani.
  6. Ritorniamo alla questione più importante, quella dei destinatari delle bugie, che non sono l’effetto della malattia bensì la causa. Il web, alla fin fine, contiene una mole di informazioni che prima erano inaccessibili se non a degli studiosi specialistici: con un po’ di buona volontà sarebbe un ottimo strumento per scampare alle bugie. Ma quel che manca è proprio la volontà, anche quando non ne siamo consci. Gli uomini sono soggetti alla dissonanza cognitiva, non accettano cioè facilmente di essere messi a confronto con informazioni che contraddicano il loro modo attuale di pensare e di agire. Così, quando l’informazione è divergente, o la reinterpretano secondo il proprio modo di agire, a costo di negare le evidenze, o semplicemente la ignorano, come fosse invisibile. Il danno principale del web in fondo è proprio questo: gli algoritmi di Google e ancor più di Facebook ci consegnano pagine, inserzioni, risultati di ricerche, contatti su misura dei nostri profili e comportamenti precedenti, ingabbiandoci per sempre in quello che siamo e allontanandoci dalla prospettiva di evolverci interiormente. Ci rendono così comodo vivere in una felice disinformazione (fornendoci anche gli utensili per contribuire ad aumentarla) da rendere assurdamente dispendioso guidare contro mano e provare a risalire la china del vero.
  7. E infine: risalire la china del vero è complesso. Richiede ricerca, messa a confronto di indizi, disponibilità a liberarsi da pregiudizi (o almeno provarci), profondità. Vale per cercare il vero nella scienza, nella politica, nei nostri sentimenti, nelle parole dell’amato, nei meccanismi del gruppo. Ma quel che la tecnologia ci offre (limitandosi a proseguire quel che già hanno proposto la politica, i media tradizionali, la pubblicità commerciale, il consumismo) è la semplificazione. Non solo ci mette tutto su un piano orizzontale, dentro il quale è complicato ripristinare una gerarchia, ma ci suggerisce di passare sulle cose velocemente, in multitasking, in leggerezza e spesso per procura. La semplificazione implica la riduzione: vediamo singoli pezzi, ma questo significa essere condannati alla bugia perché la verità è interna a una relazione ed emerge solo da un contesto. La fotografia di un cumulo di rifiuti nel centro di una città offre un’immagine vera se non è stata manipolata: ma per sapere se corrisponde al fatto “la città è sommersa dall’immondizia” dovrei vedere il resto dei quartieri, e più il fatto è complesso (“la città è sommersa dall’immondizia perché hanno tagliato il bilancio” ) dovrei anche avere altre informazioni e persino accesso alle fonti documentali. La semplificazione non è la scorciatoia verso la bugia. La semplificazione (diversamente dalla semplicità) è una bugia. Forse la più grande.

 

La nostra esistenza, come dicevo, si sviluppa internamente alla dialettica tra verità e menzogna. In un certo senso è come se avessero l’una bisogno dell’altra: alcuni inganni sono al servizio del vero, e certe verità per diventare tali hanno bisogno di un apprendistato nella menzogna (non solo nel senso negativo che intendeva Adorno quando scriveva a proposito dei totalitarismi: “Le bugie hanno le gambe lunghe e precorrono i tempi”). Vale per la politica come per l’amore.

Ma quel che dovrebbe unire gli esseri umani è lo sforzo del vero. Meravigliosamente Lessing ha scritto: la verità non è quella che un uomo possiede o crede di possedere ma piuttosto lo sforzo sincero che ha fatto per conquistarla, che è ciò che fa il valore di un uomo.

E’ una definizione che condanna, allo stesso modo, colui che è in malafede e colui che si adagia nella credulità o nell’ignoranza.

Se, a causa dell’una o dell’altra, il nostro linguaggio viene sopraffatto dalla menzogna diventa, nel migliore dei casi, inutile. E con il linguaggio, l’essere umano tutto.

Esiste un noto paradosso filosofico, detto del mentitore: la sua versione più nota è la frase “tutti i cretesi sono bugiardi” che, pronunciata da un cretese sembrerebbe chiusa a ogni possibilità, sia del vero che del falso. E’ davvero questo che vogliamo? Morire tutti cretesi?

Di | 12 maggio 2017|9, Motori di ricerca interiore|

Un commento

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