Le informazioni da cui dipende la nostra vita

>Le informazioni da cui dipende la nostra vita

Partiamo con qualche esempio. Sono un rapinatore di banche e mi aggiro in questi giorni nel centro di Torino per studiare un colpo nei prossimi mesi: ne concludo che non è la città adatta, hanno militari ad ogni angolo di strada! Sono un fissato dei ristoranti tipici abruzzesi e ne incoccio uno che esibisce l’adesivo della guida Michelin: entro fiducioso, ignorando che da qualche mese è cambiata la gestione e il cuoco è un turco che però cerca di tenere fede (malamente) alla vecchia carta. Guardo alla televisione la pubblicità di una marca di birra e siccome ignoro che si tratti di una pubblicità decido che devo andare subito a comprarla: che ragione avrebbero quei tipi di tracannarla avidamente se non fosse davvero buona? Firmo un contratto di assicurazione, dopo averlo letto con cura. Quando mi capita il sinistro però non vengo rimborsato perché le condizioni generali, allegate al contratto, escludevano il caso del mio sinistro, su cui il contratto principale non prevedeva nulla.

 

Cosa è accaduto in tutti questi casi? Che io non fossi ben informato. Quando si dice che viviamo nell’epoca dell’informazione, per lo più ci si riferisce al significato scientifico, industriale e mediatico. Ma l’informazione è un concetto parecchio più esteso. La vita è una rete di informazioni che la rendono possibile: per le piante, per gli animali, per gli uomini. I nostri comportamenti costituiscono una risposta alle informazioni che ci fornisce l’ambiente.

 

L’informazione vive all’ombra della comunicazione, della quale sembra un pezzo. C’è in realtà una differenza fondamentale: la comunicazione implica un’intenzione (al limite inconscia), l’informazione no. Posso essere informato senza che nessuno desideri informarmi (un tuono mi informa che sta piovendo). Una ragazza che si spoglia comunica con l’azione qualcosa a chi gli sta davanti: come minimo comunica il suo corpo. Ma se quella persona la spia di nascosto il corpo non comunica un bel niente: e però chi spia che sta assumendo informazioni (quindi l’intenzione è sua, non di chi agisce). Per assurdo potrebbe accadere nel mondo che tutti smettano di comunicare ma questo non farebbe cessare le informazioni (la prima delle quali sarebbe che nessuno sta comunicando). Le informazioni passano anche se cessano le relazioni, che sono invece alla base della comunicazione.

 

Dall’essere ben informati dipende costantemente la nostra vita- che in condizioni di informazione particolarmente cattiva si può spezzare da un momento all’altro- eppure il rischio della disinformazione è elevatissimo, anche senza le fake news proprie dell’informazione giornalistica.

Se riguardiamo gli esempi dell’inizio vi troveremo tracce di tutti i modi principali che rendono sbagliata un informazione. Ne indico sei: 1) non conoscere il codice, come chi scambia la pubblicità per una notizia di cronaca. Anche qui non è detto che si tratti di un codice comunicativo: il fungo rodhotus palmatus, simpaticamente simile a un’albicocca, non si presenta com’è per comunicare, ma se conoscessi le caratteristiche dei funghi saprei che è velenoso; 2) non avere conoscenza del contesto completo. Il rapinatore che per fortuna smamma da Torino dopo avere visto mezzo esercito non sa che quello che schieramento è dovuto solo al G7; 3) non misurare l’irrilevanza statistica di un evento, che è un errore molto frequente nell’elaborazione di informazioni; 4) non attendibilità dell’informatore; 5) esistenza di pregiudizi nell’informato, che legge inevitabilmente le informazioni in modo soggettivo (da qui la stupidità del concetto dell’informazione oggettiva); 6) disturbo del canale di comunicazione sul quale passano le informazioni (tipicamente il “rumore” della semiotica).

 

Ben prima del computer, dunque, l’uomo è un processore di informazioni (benché questo non significhi automaticamente che il cervello “processi” con le stesse modalità computazionali del computer).

La tecnologia più recente aumenta a dismisura le informazioni che ci piovono addosso, non perché ci offre più notizie ma perché ci consente di accedere a informazioni che non sono alla portata dei nostri sensi e perché, all’inverso, consegna alla percezione informazioni che non erano disponibili in alcun modo (come “Giorgio ti sta pensando” quando il telefono vibra per il messaggio di Giorgio).

Le informazioni che la maggior parte degli esseri umani ricevevano, senza cercarle, fino al XIX secolo erano piuttosto limitate, e abbastanza standardizzate. L’evoluzione delle società è contraddistinta invece dalla moltiplicazione dei segnali di informazione: ovviamente il margine di errore informativo, già elevato di suo come abbiamo visto, aumenta esponenzialmente. Anche perché c’è un problema ulteriore: è praticamente escluso che un’informazione abbia senso isolatamente. Ho detto prima che la vita è una rete di relazioni. Ogni informazione ha senso esclusivamente dentro un contesto e quindi, considerata da sola, un’informazione è nulla più che un indizio.

 

Esistono almeno degli atteggiamenti giusti per avere una maggiore probabilità di essere ben informati?

Credo che ognuno di noi dovrebbe compiere almeno tre passi.

Il primo è decidere di essere informati. L’informazione è spesso uno stadio passivo: scegliamo tra le informazioni che ci troviamo casualmente davanti, e dimentichiamo che si tratta solo di indizi. Decidere consapevolmente di essere informato spinge ad affrontare il dubbio e procedere, per quanto si può a una verifica. Di più: siccome l’informazione è un indizio, la decisione spinge a informarsi sugli altri indizi. In altre parole, a informarsi di più cose. E’ per questo che la cultura è un buon presupposto per l’informazione.

Il secondo è monitore periodicamente lo stato delle informazioni. C’è infatti un nucleo di informazioni per noi essenziali intorno alle quali organizziamo la vita e che incautamente diamo per acquisite una volta per tutte. Dovremmo invece darci l’obbligo di calarci in uno stadio quasi-zero nel quale ricerchiamo ed esploriamo l’informazione come se mai l’avessimo posseduta. Quello di mia moglie è ancora uno sguardo d’amore? Quali segnali mi sta mandando il mio corpo? Quali attività piacevoli che non ho mai praticato sono disponibili nella mia città? Perché quei miei clienti non li ho visti più venire in ufficio?  Se provo a concentrarmi, quali rumori sento di cui non mi ero mai accorto? Molte crisi personali, ambientali e relazionali si potrebbero prevenire tornando a processarle sul piano dell’informazione.

Il terzo nasce dal limite della nostra soggettività: alla fine dire che l’informazione proviene dall’incontro fra noi e l’ambiente è più esatto ancora che attribuire l’informazione all’ambiente. Noi stessi siamo un pezzo di quell’informazione, perché il nostro vissuto “forma la realtà” (formare la realtà è proprio una definizione letterale di informazione), cioè la irrigidisce secondo i nostri timori, i nostri pregiudizi, le nostre convenienze. Lo sforzo che dovremmo fare è: provare a informarsi come ci informeremmo se fossimo un altro da quello che siamo. Quali informazioni mi interesserebbero in quel caso? Come soppeserei quelle che ho raccolto finora?

In questo modo l’informazione diventa non solo un modo per sopravvivere ma pure per crescere. Se poi applicate questi tre criteri al modo di informarvi su quel che succede nel mondo, per farvene un’opinione corretta, scoprirete che funzionano lo stesso.

Di | 29 settembre 2017|Forse ti sei perso, Motori di ricerca interiore|

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