La cultura maschile dell’immaturità

>La cultura maschile dell’immaturità

Che le ragazze arrivino alla maturità prima dei coetanei è questione nota, e anche biologica. Il fenomeno, tuttavia, si sta incrementando e allungando, segnando quasi un divario tra i due sessi per quanto concerne il buon inserimento nelle fasi che culminano i momenti di passaggio e l’ingresso nell’età adulta. Accade così che in tutti i paesi occidentali il divario medio nel conseguimento del diploma sia del 10% favorevole al sesso femminile, con la punta del 18% in Norvegia. Fra i trentenni  il tasso di donne laureate è superiore a quello degli uomini (anche in Italia, un punto e mezzo di differenza) e sul lavoro, in Francia e altri paesi europei, ormai in una famiglia su tre il peso economico prevalente è sulle spalle della moglie, che svolge un lavoro di concetto. D’altronde quando si parla di dislessia, disadattamento a livello scolastico e apatia ci si riferisce per lo più ai maschi.

L’uomo tenderebbe a prolungare a tempo indeterminato il suo approccio adolescenziale. Il sociologo Martin Deckeyser, sulla rivista francese Le Debat, ha denunciato il predominio di una cultura maschile dell’immaturità, della quale un uso smodato di Internet e dell’intrattenimento con i videogiochi, una tendenza alla derisione anche nella vita pubblica e una generale recrudescenza viriloide fonderebbero gli elementi costituenti. Ma sarebbe poi una novità assoluta? Francesco Cataluccio, qualche anno fa, nel suo libro “Immaturità”, se da una parte ha puntato il dito contro la tecnologia quale fattore relativamente recente di regressione, dall’altro ha spostato parecchio indietro l’avvento dell’immaturità sociale, già palpabile nel giovanilismo manesco nel clima della prima guerra mondiale o nell’allegro infantilismo delle avanguardie artistiche della prima metà del Novecento. E risalendo ancora più indietro, ha rilevato come le differenze tra il bambino e l’adulto si siano progressivamente ridotte a favore del primo, sino a fare dell’infanzia il paradigma dell’autenticità e della freschezza vitale verso cui tendere. A questo si legherebbero l’antintellettualismo e la refrattarietà alle regole. Un filo rosso insomma che ci raggiunge, attraversando tre secoli.

La sindrome di Peter Pan è uno stadio psichico piuttosto preciso; patologico, anche se non classificato tecnicamente nella malattie. Lo psichiatra spagnolo Enrique Rojas ne ha identificato dieci tratti, fra i quali la scarsa conoscenza di se stessi, una debole percezione della realtà, uno spiccato narcisismo, una moralità instabile e una volontà scarsa (a proposito di quest’ultima Cataluccio fa un esempio interessante: perché agli adulti piace il gusto amaro che ai bambini risulta insopportabile? Perché il croccante, il duro e l’amaro richiedono di vincere una resistenza al palato che la melassa dolce non oppone). Soprattutto è un atteggiamento maschile. Sulle donne pesa, semmai, il rischio della sindrome di Wendy, prendersi cura degli altri sino ad annullarsi. Una bella fregatura, si direbbe, che il mondo sia governato dagli uomini, visto che se la deriva della donna è l’eccesso di responsabilità quella dell’uomo è la fuga dalle responsabilità. Che in effetti viene spesso riassunto come il dato essenziale dell’immaturo. Come mai le donne no? Nella nostra organizzazione sociale gli uomini hanno diverse zone franche nelle quali ricostituire in forme fintamente adulte il cameratismo e la futilità dell’età acerba (il bar sport, il biliardo, il circolo del golf, il raduno motoristico…), che sono piuttosto assenti nelle donne (con l’eccezione dei pomeriggi spesi nello shopping). Ma di solito, quelle aree più che da cellule di radicalizzazione funzionano da camere di compensazione. Sono luoghi in cui l’uomo affievolisce la morsa della pressione sociale sulla sua performance.

 

Torniamo alla responsabilità, che certo è un confine significativo per il tema che ci interessa. E tuttavia non del tutto soddisfacente. Tende a creare confusione tra l’irresponsabile (che prende iniziative senza metterne in conto le conseguenze) e il non responsabile (che, appunto, cerca di non caricarsi di responsabilità). L’immaturo, narcisista per insicurezza, cade specialmente nel primo peccato. Nella politica mondiale siamo assediati da uomini che non vedono l’ora di assumere responsabilità di governo (e in questa fase storica ci riescono, sintonizzandosi con l’immaturità del loro pubblico di riferimento).

La responsabilità, alla fine, mi pare un termine troppo vago per connotare in modo preciso un atteggiamento esistenziale immaturo. Per questo vorrei proporne uno differente.

L’immaturo, per come la vedo io, è una persona immersa in un mondo parallelo e finzionale per una parte eccessiva del suo tempo.

Lo sviluppo del bambino consiste nel passaggio, progressivo e parziale, da un mondo “immaginato”, composto dai suoi giochi e dalla sue fantasie, a un mondo reale, nel quale interagisce con gli altri secondo regole e canoni che vengono dettati dall’esterno.

Quando rimproveriamo un adolescente perché ha sempre “la testa fra le nuvole”, stiamo lamentando che non si stacchi dal suo mondo immaginario neanche in momenti rilevanti della vita reale.

Ebbene, quel che colpisce degli adolescenti di oggi è la quantità di tempo, pratico e mentale, sopra fatti che non esistono nella realtà (come quelli veicolati dai videogiochi o dalle serie televisive). La generazione che li ha preceduti (molto legata pure ai fumetti e all’animazione) mostra di prolungare oltre la soglia dei trent’anni quest’eccesso di attrazione per il mondo non reale.

 

Cerco di rintuzzare una possibile obiezione: ma allora il monaco, dal punto di vista dell’ateo, o il divoratore bulimico di romanzi, sono essi stessi “immaturi”? No, perché chi si immerge nella religione e nella letteratura cerca di dare un senso al mondo reale (anche se si trattasse di svilirlo), mentre i mondi immaginari che persistono a dispetto della crescita esprimono una fuga dalla realtà. Per paura di affrontarla, ci si rifugia in un mondo innocuo (che a volte può somigliare fisicamente a quello vero in modo rassicurante, così da prospettarsi come un surrogato: a parte il caso lampante della pornografia, la Los Angeles di Assassin’s Creed rappresenta in ogni dettaglio quella vera) nel quale, anche se si sbaglia, tutto ricomincia da capo.

 

L’immaturità, allora, è rappresentata non solo (e da un certo punto in poi non tanto) dalla militanza in un mondo immaginario ma dalla pretesa di esportare nel mondo reale le pratiche emotive e strategiche, oltre alle aspettative, che sono maturate nel mondo immaginario. E’ qui che vengono al pettine tutti i nodi messi in fila dagli psicologi.

 

Le recenti personalità politiche immature mutuano diversi profili derivanti dalla prassi finzionistica: sono insofferenti alle regole (quelle dei mondi paralleli sono variamente modulabili, o a volte istituite individualmente), non mettono in conto gli effetti delle loro azioni (nei mondi immaginari innocue, in quanto reversibili), non accettano che la pulsione del desiderio si misuri con le restrizioni della realtà e se questo scontro si profila esigono che un adulto intervenga per sistemare le cose (come per chi dice: ho stanziato dieci miliardi, adesso ci pensino i tecnici a come tirarli fuori), vedono complotti dovunque (hanno bisogno di un nemico immaginario) non riconoscono i valori dell’esperienza e della competenza (che non hanno coltivato, e perciò suscitano in loro un fastidioso senso di inferiorità). Come ogni fuggiasco dal reale (escluso naturalmente chi ha sbattuto consapevolmente le porte in faccia ai quattro quinti del reale e si è ritagliato felicemente il suo spazio nella porzione che gli interessa), l’immaturo è un frustrato: così, quando si affaccia alla realtà come gregario è incline al conformismo (anche quando manifesta un’apparenza aggressiva) e quando si trova tra le mani il potere è autoritario, e rancoroso verso quelli che si pongono come adulti sapienti e lo risospingono verso la gabbia dell’infanzia. Perché, attenzione, questo è un altro punto fermo dell’immaturità: nessun immaturo si definisce tale (al massimo qualifica come ciarpame quelli che le persone “spacciano” per prove di maturità). L’immaturo concorderebbe con Edgar, nel Re Lear, che “la maturità è tutto”. Occorrerebbe, però, che leggesse il Re Lear.

Di | 5 Ott 2018|10, Motori di ricerca interiore|

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