Tutto quello che mi hanno rubato

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Racconto

La scritta che comparve sul display fu “ ABBIAMO RUBATO TUTTI I TUOI FILE. SE NON PAGHI 500 DOLLARI IN BITCOIN ENTRO DUE ORE LI PERDERAI PER SEMPRE”. Due ore non sono tante ma neppure poche, avevo tempo per riflettere se ne valeva la pena. Presi un taccuino per annotare il contenuto dell’hard disk ma poi pensai che era più interessante stilare una lista di tutti i furti che avevo subito nella vita. Se ne ero passato indenne, ragionai, poteva accadere lo stesso con i file.

 

Una macchina, una Fiesta Sprint 900, targata 653719.

Una radio dalla Fiesta, s’intende prima che rubassero la Fiesta, avevano rotto il finestrino, e questo scasso fu un piccolo trauma quasi più che la radio, quel rumore del vetro che immaginai e mi sembrò di essermi ferito con le schegge.

Vari oggetti dalle mie macchine, in realtà, perché pensandoci di vetri rotti ne ho trovati almeno tre volte.

Una valigia in stazione, nella quale avevo anche infilato 800 euro pensando che in questo modo non avrei rischiato di farmeli sfilare dal portafogli.

Un pesce rosso dalla vasca, forse il primo furto cronologicamente, i miei genitori la mattina che non lo trovai mi dissero che se ne era andato per il richiamo del mare, ma io fui certo che lo avesse rubato mio fratello e non me lo volessero dire per non farmi dispiacere.

Un cappotto nel vestiario di un ristorante, in verità un cappotto di Erika ma ci piaceva dire che eravamo una cosa sola, e ricordo ancora la sua faccia sconsolata quando la tizia le porse l’unico abito che era rimasto, una mantella di un orribile marrone e poi io che dicevo adesso ce la rimborsate, ma Erika piangeva e diceva non è quello il problema, e comunque mica l’hanno rimborsata.

Un paio di occhiali da sole che mi erano caduti dalla tasca di una giacca al cinema, e allo spettacolo dopo già non c’erano più.

La prima fidanzata, cioè nel senso che poteva esserlo, ero proprio un bambino, ed era la prima festa cui partecipavo perché i miei genitori erano apprensivi, e c’era questa Cristina, la reginetta del parco, e fece scandalo tra i miei coetanei che chiacchierasse soltanto con me, loro a stento mi conoscevano e comunque erano gelosi, così il giorno dopo le mandarono una lettera a nome mio piena di errori ortografici nella quale mi facevano scrivere che non sarei andato all’appuntamento fissato, e io ero certo che c’entrasse qualcosa mio fratello, lui era già introdotto e avendo due anni più di me i miei avevano la mano più larga sulle uscite, ero certo che avesse sentito lui che io e Cristina ci davamo appuntamento e passato la voce agli altri e tirato fuori l’ideona, ma quando lo dissi ai miei mi sgridarono, sei fissato con tuo fratello dicevano, guarda che ti vuole bene.

 

Mi rendo conto che la “prima fidanzata” è una forma di furto differente dagli altri, intanto perché è stata la sottrazione di un’opportunità e non di qualcosa che possedevo, e poi non è un oggetto. Forse dovrei distinguere i furti in categorie, qualcosa come

Concreti/Metafisici

Accertati/Ipotetici

Riguardanti Relazioni/Cose/Animali

o graduate in funzione del danno oppure del dolore che ne è seguito

Banali/Significativi/Traumatizzanti

solo che due ore poi passano. Guardo il display e c’è ancora quella minaccia, quella minaccia al posto delle icone. Mi prende un leggero senso di soffocamento e decido di continuare la lista sul terrazzino, che nelle giornate migliori offre una bella vista sul Monviso.

 

Un cappello da sci, praticamente nell’unica gita in montagna che ho fatto da ragazzo.

Il portamonete, in spiaggia invece.

Cinque bustine di figurine dei calciatori campionato 1973-1974.

Una racchetta da ping pong.

Una lettera di Natale per i miei genitori, mio fratello l’aveva sfilata da sotto il piatto e mi sono trovato senza parole e con un groppo in gola, ma mia madre ha detto che contava il pensiero, in fondo stavo diventando grande per le lettere di Natale, credo che fosse dispiaciuta ma non voleva sollevare una nuova lite tra me e mio fratello.

I libri “Divorzio a Buda” di Sandor Marai, “ I racconti di Alice Munro e “Il maestro e Margherita” di Bulgakov che Erika mi ha rubato quando è andata via, poteva anche chiedermeli, dopo ha negato, ma io ho rimestato in tutta la libreria, e guarda caso erano tra quelli che le piacevano di più.

La rivista “National Geographic” dalla cassetta della posta, tutti i mesi per l’intero anno di abbonamento, tanto che quello successivo non l’ho rinnovato.

 

Faccio fatica a ricordarmi. Eppure sono certo che c’è dell’altro. Ogni furto, evidentemente, si compie anche dentro la memoria. Ogni furto ci rende complici nel far sparire il bottino, avidi come siamo di rimuovere dal nostro desiderio ciò di cui ci è stato negato per sempre il possesso.

In verità fatico persino a mettere a fuoco il contenuto dei file (già mi pare di sentirlo il mio consulente informatico: quante volte te l’avevo detto di fare un accidenti di backup!). Sicuro, quelli del lavoro. Mica poco, il materiale. Tutti i corsi di motivazione, sarebbe duro ricostruirli da capo. Credo che mollerei. Non era del resto da un po’ che ci pensavo? Non avevo già inserito come password di accesso chi motiverà il motivatore (poi diventata chi mOtiverà! 2il moTiva;tore? perchè gli hacker si sono fatti più sofisticati, e necessitano numeri e segni di punteggiatura oltre alle lettere). Tanti sforzi, e poi una volta che hai aperto l’allegato…cosa diceva la mail infetta? Clicca qui se hai problemi di memoria…

Il taccuino torna  a riempirsi.

 

Due pullover nel periodo in cui aprivano i bagagli a Malpensa.

I genitori, per via dello scambio nella culla. Non sono mai riuscito a persuadermi completamente che mio fratello l’avesse inventata quella storia, guarda che non siamo veramente fratelli, diceva mio fratello, a te ti hanno scambiato per errore nella culla, è una questione che è venuta fuori dopo diversi anni, sosteneva, e ormai nessuno dei genitori invertiti se l’era sentita di rispedire il pargolo che si era cresciuto a destinazione, erano passati quattro anni, hanno deciso di dirvi tutto quando ne avrete compiuti diciotto, te li ricordi quei signori che sono venuti a fare visita un paio di volte, che ti facevano un sacco di domande e poi si sono chiusi dentro nel salotto con mamma e papà, mamma e papà miei intendo? Bene, proseguiva mio fratello, erano loro. Avevo pianto disperatamente per giorni, quella volta mio padre ne aveva date una sporta a mio fratello, ma questo non mi rassicurava di più, anzi mi pareva un’ammissione di colpevolezza, punivano lo spione, nulla più di questo. Non si era presentato nessuno ai diciotto anni, e già da parecchio tempo prima avevo smesso di crederci, benché non del tutto, e comunque mio fratello un po’ me li aveva rubati in parte i genitori, quando ci sbattevo la testa contro le loro ottusità mi dicevo che il problema era a monte, nello scambio di culla, e che se mi avessero ripreso quelli veri sarebbero stati molto più comprensivi.

Un estirpatore di erbacce, un rastrello per foglie, una cesoia per siepi dal capanno degli attrezzi in quel periodo che con Erika avevamo affittato una casa in campagna

Due biciclette dal cortile.

Un figlio, da Erika, quando ha abortito. Non puoi averlo fatto senza dirmi niente, quel figlio era anche mio, avevamo passato una settimana a fantasticare da quando erano comparse le due linee celesti sullo stick del test di gravidanza. Erika piangeva e tirava la sua testa vicino alla mia, non era tuo, capisci? Come hai potuto pensare che fosse tuo? Credi nell’immacolata concezione? Non ti sei fatto un po’ di conti? Piangevo anch’io, e dicevo non avrebbe avuto importanza Erika, lo avrei cresciuto come se fosse stato mio, con lo stesso amore. Non ti ho mai parlato vero Erika? del mio scambio di culla, non gliene avevo mai parlato in effetti, ma non lo avrebbe saputo neppure quella volta perché già non mi ascoltava più, si era staccata, girata dall’altra parte, aveva afferrato dalla tavola una brocca provenzale per l’acqua che avevamo comprato con entusiasmo al mercatino di Gordes e l’aveva scagliata contro il muro, ed eravamo rimasti ipnotizzati a osservare le gocce d’acqua che scivolavano sulla parete, e credo sia stata l’ultima volta che abbiamo condiviso profondamente qualcosa, quel liquido lento scivolare.

Un orologio subacqueo, ma non me la presi tanto perché segnava male l’ora.

 

Ad uno a uno mi vengono in mente tutti i file delle immagini. Con mio fratello. Con Erika. Con i miei genitori. Sono stato tra i primi a preferire l’archiviazione digitale alle foto stampate. Mi sono anche dovuto adeguare a una restrizione degli spazi fisici. Non è che mi lamenti, non me ne servono tanti, in sessanta metri sto quasi largo. Adesso però sono tutti là sopra. Persino le lettere di Erika le ho scannerizzate e sistemate in una cartella, prima di buttarle. Credo che fosse un bilanciamento tra il desiderio di distruggere tutto e il suo opposto. Scannerizzata una lettera non è esattamente in vita. Quel che rimane è un fossile. Mi ero detto che allo stato di fossile la sua grafia sarebbe diventata innocua, come le sue parole.

Oppure, in un certo senso, è come se fosse stato crittografato. Pochi mesi fa il virus informatico più insidioso si chiamava WannaCry e rendeva illeggibili i file. Quest’ultimo lo hanno ribattezzato Arsenie. Mette i file in una sorta di quarantena su un cloud, dicono. La solfa è la medesima: o paghi il riscatto o perdi tutto. Anche quello che ti urgeva stasera.

Volevo in effetti sistemare i miei appunti per la lezione di domani. Gli iscritti si sono assottigliati. Le aziende stanno tirando sui costi della formazione. All’ultimo eravamo in tre, io che parlavo e due stagiste che ascoltavano. Per la metà del tempo una ha picchiettato sul suo smartphone. Forse prendeva appunti, forse si messaggiava col fidanzato. L’altra aveva lineamenti orientali, mi seguiva con attenzione ma sin dall’inizio pareva sul punto di interrompermi. Alla fine ce l’ha fatta, e se ne è venuta fuori con la sua domanda. Secondo lei la nostra forza interiore deve far leva sui ricordi o invece sulla cancellazione dei ricordi? Dipende, bisogna vedere se si tratta di ricordi negativi o positivi, ho traccheggiato. Ma lei ha incalzato, Non crede che sia proprio la mia motivazione interna a decidere se quei ricordi sono positivi o negativi?

 

Un numero indefinito di ombrelli.

La spesa di frutta, una volta in campeggio.

Soldi dall’ufficio che avevo affittato diversi anni fa. Avevo l’abitudine di mettere in un cassetto qualche banconota nel week-end, cominciarono a sparire, così mi appostai all’interno di domenica, e nel pomeriggio sentii girare la chiave nella toppa, e apparve la custode del palazzo.

Le chiavi dell’ufficio che avevo affittato, la custode le aveva sgraffignate un giorno che le avevo dimenticate sul suo tavolo dopo una conversazione di servizio.

Soldi dal cassetto dopo che avevo requisito le chiavi alla custode, minacciando di denunciarla, questa volta era entrata forzando la porta e mi aveva tolto il saluto per averla costretta, con la mia diffidenza, a questo incomodo.

L’identità, quella volta che mio fratello si spacciò per me e riuscì a ritirare il biglietto per la partita intestato a mio nome.

La prima moglie, l’unica anche, e quando capii che Erika era andata via mi diressi da mio fratello, e il profumo di lei mi confermava che era stata da lui, la coltellata lo colpì di striscio alla spalla, si era appena scostato, non fece nulla di più per difendersi, disse solo stavo per spaccarle il culo, buttai via il coltello, corsi giù per le scale.

 

Non discuto dottore che lei abbia una buona formazione teorica ma credo che non sia abbastanza intimamente soddisfatto di sé per trasmettere agli altri la capacità di motivarsi, aveva detto il capo. E così avevo dovuto ricominciare da zero, per conto mio. Avrei voluto cantargli sul muso che è proprio lo stato di continua ricerca che rende credibile un motivatore, mica la tronfia sazietà. Il motivatore è più persuasivo se dice ce la possiamo fare, non ce la puoi fare. Tanto più appare fragile tanto più si propone quale modello raggiungibile.

Nella lezione che dovrei tenere domani volevo trattare la sincronizzazione degli emisferi cerebrali durante la meditazione, ho raccolto un gran quantità di materiale da riviste americane, rimetterlo insieme sarebbe un’impresa.

Lo stato del computer non mi impedirebbe di andare su Internet, anzi immagino sia esattamente quello che dall’altra parte esigono affinchè la valuta possa essere convertita in bitcoin, e però lo percepisco come fosse radioattivo, mi pare che tra me e lui si stia creando una separazione irrevocabile, una lesione del patto di fiducia, non dico solo io verso di lui ma anche lui verso di me che non ho ancora deciso se renderlo una scatola vuota, e allora lui non comprende il carico di cui l’ho gravato, la ragione per cui ho spremuto i suoi megabyte e l’ho ingrassato di aggiornamenti.

 

Una decorazione natalizia dalla porta di casa.

Un portasapone di porcellana dopo una festicciola a casa in cui si erano imbucati un paio di sconosciuti.

Un biglietto d’aereo, cioè l’oggetto del furto non era il biglietto d’aereo ma il borsello che lo conteneva, e  però a me interessava solo il biglietto d’aereo, e urlavo contro quella stronza al check-in, diceva che non potevo entrare per ragioni di sicurezza e mi avrebbe procurato un posto sul volo successivo, e io sbraitavo che non avrei fatto a tempo per il funerale e dovevo salire ad ogni costo, si trattava di mio fratello, avevo dei debiti con lui, non volevo pensasse che gli serbavo qualche rancore, ma scusi se è morto non penserà niente disse un idiota alle mie spalle che continuava a lamentarsi che se bloccavo la fila tutti avrebbero perso i loro aerei, gli misi le mani addosso, intervennero degli agenti, la hostess spese qualche parola in mio favore, lasciatelo stare, gli è capitata una disgrazia, e qualche minuto dopo da dietro la vetrata prima della sala partenze vidi la punta dell’aereo infilzare l’azzurro.

 

E tre furti miei, per non recitare la parte dell’eterna vittima che fa la parte della vittima.

L’identità. Stavolta resi la pariglia a mio fratello e mi presentai io a ritirare i suoi esami, che purtroppo non lasciavano alcuna speranza, ma è chiaro che fu lui a lasciar fare, mi accolse con uno sguardo ironico, vediamo come te la cavi con questo lavoro, vediamo se davvero sei bravo a motivare, disse.

La foto del figlio di Erika, le era scivolata via dalla borsa quando era venuta a farmi visita per la morte di mio fratello. Parlandone da vivo, volle di nuovo raccontare Erika quel che già mi aveva rivelato anni prima, tuo fratello mi aveva reso la vita impossibile in quel periodo, minacciava di ammazzarmi se ti avessi lasciato, diceva che eri troppo fragile per reggere il colpo, mi aveva sorpresa una sera a un ristorante con Ennio e da allora mi ha perseguitato, quel giorno ero andata via da casa e stavo portando la valigia da Ennio, tuo fratello mi aveva pregato di discuterne con lui un’ultima volta, fui stupida io ad accettare, mi colpì sulla faccia, lo vedi ancora questo segno sul naso. Era diventato morbosamente protettivo nei tuoi confronti, disse Erika, non si dava pace per quanto ti aveva tormentato da ragazzino, e d’altronde senza voler criticare i tuoi genitori sbagliarono a dirgli così presto che era stato adottato, capito il danno passarono all’estremo opposto e l’argomento non fu mai più toccato da nessuno, chissà forse non l’avrebbero adottato se la sterilità di tua mamma fosse stata smentita prima della tua nascita, a proposito ti avevo portato la foto del mio piccolo Oreste, ma non la trovo più nella borsa, forse l’ho scordata a casa, adesso devo andare, Ennio mi viene a prendere. La foto di Oreste, insomma, è l’unica non digitale che ho conservato, come per dimostrare che sarei stato un buon padre per lui, o anche per quello prima.

Una quantità indefinita di ombrelli, perché quando fuori diluvia e ti hanno fregato il tuo allora à la guerre comme à la guerre, tiri via il primo che ti capita e scappi fuori.

 

Mi sono addormentato per qualche minuto e ho cominciato a sognare.

Sognavo che il computer fosse in rete con il tablet e lo smartphone e che gli hacker mi avessero risucchiato qualsiasi dato digitale. Sognai che l’Internet delle cose avesse raggiunto uno stadio tecnologicamente più avanzato di quello in cui si trova, e che non consistesse solo nello stampare oggetti in 3D o nel comandarli a distanza ma avesse raggiunto lo stadio perfetto di poterli far sparire, e che per questa via fossero scomparsi le sedie, il tavolo, i libri, la poltrona e io fossi rimasto nella stanza nel vuoto più desolante.

Quando mi svegliai le due ore erano passate. Andai al computer e premetti un tasto qualunque per risvegliarlo dallo stand-by. Lo schermo era ancora ostruito da una scritta, una diversa però:

TIENITI I TUOI CAZZI DI FILE

 

Digitai una seconda volta e il desktop si riempì di icone. Sorrisi.

Non erano le mie icone. Lo scambio nella culla si era finalmente realizzato. Aprii la prima che mi capitò a tiro, sotto il nome GITA A MONACO, appena sotto ORDINATIVI E CONSEGNE.

Di | 26 maggio 2017|Lo Storiopata|

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