Cinque microracconti in cinque sorsi di caffè

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Autostop/ Confessione/ Il cane lupo/ Testimone/ Specchi

Sorsi di caffè

Autostop

 

Non era come se a fermarsi fosse stata Andie McDowell su una Mercedes, ma a quell’ora, e in quel luogo, bisognava accontentarsi, e andava già bene così. Alle tre del pomeriggio, sulla piccola strada provinciale,

l’autostoppista si accomodò dietro, vicino alla cassa, mentre i due autisti delle pompe funebri gli raccontavano che il morto era la giovane vittima di uno scalognatissimo incidente stradale, maturato per una serie di eventi imprevedibili e irripetibili.Quando chiusero il portellone posteriore e ripartirono, l’autostoppista, quasi totalmente al buio, si addormentò. Lo svegliarono voci concitate dall’esterno, mentre si rendeva conto che la vettura era ferma. Poi quattro spari. I sicari della camorra completarono l’esecuzione dei due uomini con i colpi di grazia alla nuca, quando ascoltarono la voce all’interno del carro: “Sono qui per caso”. Si guardarono stupiti per qualche secondo, poi senza ulteriore esitazione spalancarono il portellone e si trovarono di fronte la figura accartocciata dell’autostoppista e due fessurine sopra il naso che esprimevano terrore. Lasciarono partire una scarica di fuoco, il corpo dell’autostoppista premette contro le pareti del veicolo, rimase definitivamente inerte. “Il caso non esiste, strunz’ “, lo irrise uno dei sicari e si allontanò, imitato dagli altri. La voce dalla bara stavolta tacque e rinunciò ad esplicitare il dissenso: sarebbe stato un peccato svilire un dignitoso sfogo alla Spoon River in una sterile coltivazione della polemica.

Confessione

 

Era già un quarto d’ora di appassionata contrizione e l’inventario peccaminoso dell’uomo non si era ancora esaurito. Inginocchiato ai piedi del confessore, nella chiesetta del solitario convento a picco sul mare, enunciava scrupolosamente tutti i terribili dispetti che nel giro di ventiquattr’ore aveva malvagiamente inflitto alla persona con cui viveva. Mi pento, mi pento, mi pento, ma intanto veniva da chiedere: come aveva potuto sfoderare tanta crudele applicazione? Sale nella zuccheriera, marmellata negli slip, uno spago teso tra le estremità all’ingresso per provocare una caduta, chiodi sotto il materasso e così via, e a lungo. Con un sospiro il confessore concesse l’assoluzione, scostò la tenda, uscì e, senza scambiarsi uno sguardo con il penitente, si scambiò invece di posto con lui. Quindi avviò il suo elenco, non meno impressionante e malevolo: fili elettrici volutamente lasciati scoperti, spifferi d’aria fatti trapelare a bella posta, cianuro nella minestra. L’assoluzione giunse che i due cominciavano a provare languore in vista della cena. Così, quei superstiti abitanti dell’antico convento, si avviarono su per le scale. Pensierosi, conciliati e affiancati ma anche con una punta di reciproco, vigile sospetto alle soglie della notte che li attendeva.

Il cane lupo

 

Passarono molte ore prima che qualcuno sentisse i tremendi ululati provenienti dalla casa dove il vecchio Matteo da anni viveva da solo, con il suo cane lupo, unica occupazione e compagnia. Bussarono all’uscio senza ottenere risposta se non quell’agghiacciante ululare ininterrotto. Finalmente arrivarono i vigili del fuoco a scardinare la porta. Fu in effetti una scena impressionante vedere quel pover’uomo, inginocchiato e piangente sopra la bestia morta, incapace, lui, di smettere quel lamento bestiale.

Testimone

 

In piedi sulla riva, invitai con un cenno mio padre a raggiungermi. Il suo passo malfermo sui ciottoli della spiaggia solitaria mi rivelò di colpo ciò che mi ero ostinato a non vedere, la sua malattia, la debolezza, o nulla più che la vecchiaia. Quanti anni erano passati da quando mi aveva insegnato a nuotare? Aveva paura di quell’acqua ma non osava confessarlo. A qualche metro da me, che mi ero spinto nel mare sino alle ginocchia, alzò il braccio fugacemente, quasi a segnalarsi a una persona in lontananza, poi ripiegò con la mano sino alla fronte come chi inizia il segno della croce o è impegnato in uno sforzo di memoria. Gli tesi la mano e, dopo una minima esitazione, si mosse verso di me e allungò a sua volta la mano. Fu insieme la stretta di un’alleanza e un passaggio di consegne: però non mi consegnava solo il testimone ma la sua stessa vita. Rasserenato si immerse e io lo seguii vigile. La schiuma in superficie somigliava alla scia delle barche, in quel momento appena visibili all’orizzonte, con le vele appuntite conficcate nel cielo.

Specchi

 

Si era limitato a rimirarsi compiaciuto la giacca nuova e a tributarsi un inchino, con un sorriso da idiota certo, ma nemmeno più del solito. Eppure bastò perché la sua immagine allo specchio ritenesse che la misura era colma. Con un guizzo repentino balzò via e lo piantò in asso che aveva appena cominciato a sistemarsi il nodo della cravatta. “Aspetta, fermati”, ma era troppo tardi, in un attimo era già fuori dalla porta e poi in strada. Come se in tal modo fosse partito un segnale, milioni di immagini allo specchio si ribellarono alla loro composta, ottusa, millenaria acriticità. Alcune si limitarono a fare smorfie, moltissime si riversarono all’aperto, disperatamente inseguite dai loro aguzzini. Il vento anarchico di quel teatrino catottrico durò poco. Presi dall’angoscia dell’identità, gli specchi correvano lungo i viali, parandosi davanti ad ogni essere che transitava per verificare se gli calzasse. Pochi sarebbero riusciti a distinguerli dagli uomini molti dei quali, del resto, correvano a loro volta e compivano la medesima operazione, ciascuno cercando il proprio doppio. Era impossibile distinguere uomini e specchi, quasi peggio di sempre, e ne derivava una confusione che ancora oggi non si è dileguata del tutto. Me lo conferma anche il signore che è seduto davanti a me e che, vestito come me, si muove con i miei stessi gesti.

Di | 14 giugno 2018|Lo Storiopata|

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