Catalogo dei mendicanti del centro di Torino

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Trattato sulla mendicanza/1

Una è una zingara, di una certa età, non precisamente determinabile. Augura buona fortuna e insinua con discrezione il dubbio che però sia condizionata all’elemosina. Quando prende più confidenza saluta con “Belluzza” o “Belluzzo”.Più volte, del tutto incongruamente, è apparsa in foto su un giornale, mentre tocca una scultura in strada con scritto “Risparmio”sotto qualche articolo di cronaca locale che parlava della crisi economica, di solito con riferimento alle imprese.

Uno si inginocchia in mezzo al marciapiede e rimane così per ore, con brevi intervalli.

Una gira con dei giornali gratuiti e mentre li porge chiede una piccola offerta per i barboni. E’ piuttosto giovane e col tempo ha aumentato quella macilenza che provoca la tossicodipendenza.I giornali all’inizio erano quelli sulla vita di strada, adesso sono i più vari, quelli che ha trovato da raccattare.

 

Uno è vestito da clown, qualche volta fuma. Tiene accesso un vecchio impianto stereofonico, forse addirittura a cassette, che manda una musica per organetto. Offre il braccio ai passanti e li accompagna per un breve tratto.

 

Uno dice: “Scusi, vorrei solo domandarle una cosa” ma non insiste quando si passa oltre.

 

E’ una silenziosa lotta aggressiva. Chinare il capo e ignorarli è offensivo, se loro insistono è offensivo. Secondo alcuni andrebbero almeno sradicati dal centro perché offendono il decoro. Le nostre borse della spesa piena sono il segno dell’offesa che il mondo reca loro. E’ aggressivo farci pesare il senso di colpa per la loro condizione, è aggressivo accantonare ogni senso di colpa per il fatto che abitiamo lo stesso luogo, con un tale abisso di sorte.

 

Una è una vecchina, piegata di diversi gradi, vestita di nero, tremolante che ha teso la mano per anni davanti al Museo Egizio in ristrutturazione. Quando il Museo ha finito i lavori si è spostata, come se la ristrutturazione avesse coinvolto anche lei, o forse lo spazio che si è allargato è diventato troppo luminoso.

 

Tre sono fratelli marocchini che vendono fazzoletti e accendini, ma già sapendo che nessuno li comprerà mai, passano rapidamente alla richiesta di moneta. Per lo più stazionano nei pressi dell’università, chiamano tutti “dottore” e mostrano di ricordare e riconoscere, e probabilmente è davvero così. Uno di loro si è laureato in ingegneria, i giornali ne hanno scritto con entusiasmo. Sono rimasti in due, si tende a confonderli. Chissà il fratello cosa fa adesso.

 

Uno è un giovane zingaro che da diversi anni chiede i soldi che servono per il latte del suo bambino.

 

Uno è seduto per terra e tiene in evidenza la sua gamba mutilata.

 

Uno ha la faccia infarinata di bianco come un mimo, ti viene incontro e ti porge la mano guantata, pure lei di bianco, invitandoti a stringerla.

 

A chi diamo i soldi, dovendo selezionare? A volte come capita. A volte a un buon mendicante,  o a chi adotta la tecnica più persuasiva. Un po’ come nelle politica non sempre contano le ragioni ma il modo in cui le si mette in scena.

 

Uno gira molto fuori dai teatri e dai cinema, oltre che dai ristoranti. Estrae una voce piagnucolosa e inarca le sopracciglia e dice: “fame, fame…”, poi quando parla con qualcuno ha una voce diversa. Ha un cartone al collo con scritto “Fame”.

 

Una ha un tono molto deciso. Dice: “Mi scusi, sono senza fissa dimora”. Una volta che avevo le mani strette intorno alle cinghie dello zainetto mi ha detto con lo stesso tono netto: “Ha delle belle mani, signore. Ne vada fiero”.

 

Alcuni uomini di colore stanno fuori ai supermercati. Non dicono nulla, stanno con un cappello in mano, diverso dal cappello che portano calcato in testa.

 

Storicamente una parola chiave della mendicanza è la dignità. Chiedere soldi significa perdere la dignità? O forse la conclamata rinuncia alla propria dignità è la forma più estrema di dignità?

 

Alcuni sono quelli della notte, i barboni che vengono a dormire in strada. Tengono il piattino a lato ma per lo più dormono o hanno lo sguardo nel vuoto. A volte riescono ad allestire una piccola stanza, in cui domina il color cartone. Uno, quando sono scesi quelli della croce rossa e hanno chiesto se serviva qualcosa, ha risposto con un sorriso franco e mite: “Grazie, sto bene così”.

 

Molti di notte, come di giorno, hanno il cane a fianco. Qualcuno passando dice “che bello”, del cane, e premia il mendicante con una moneta.

 

Uno sta seduto fuori dalla panetteria-pasticceria, solo mezzo metro più in là. Non fa a tempo a chiedere moneta perché finita la colazione abbiamo tutti molta fretta. Qualcuno che lo ha visto entrando non mette in tasca il resto, se non è troppo, e gli mette una moneta nel piattino, risponde al ringraziamento e magari lo guarda in faccia.

 

Lo sguardo è quello che è in gioco. Lo sguardo è l’arma, la fuga, il rifiuto. Se non si guarda è più facile far finta di non avere visto. A volte stupidamente si bofonchia che si è già fatta l’elemosina  a quell’altro, come se si fosse versato il fondo a un’associazione che li include tutti. O si fruga vanamente nelle tasche, e poi si fa no con la testa, scusandosi silenziosamente per l’impossibilità sopravvenuta.

 

Alcuni cercano di farsi adottare, di diventare il mendicante di fiducia. Una zingara portava sempre con sé il figlio piccolo, e le signore che uscivano dal pastificio ci chiacchieravano velocemente. Ora il bambinoè cresciuto e va a scuola.

 

Uno sta fermo vicino al semaforo di Corso Massimo, e quando diventa rosso comincia a zoppicare verso le auto in  coda, bussando al finestrino se uno è ostentatamente girato dall’altra parte. Tutti i suoi predecessori, a quel semaforo, zoppicavano.

 

Altri al semaforo, propongono l’acquisto di qualche inutilità, oppure lavano i vetri.

 

Chirurgico lo scatto

del finestrino elettrico. Come da un

quadro classico mi squadra il marocchino

che m’offre l’accendino sciacquarmi

la coscienza dentro lo stereo al massimo.

 

Alcuni fanno le statue viventi. Altri i tibetani sospesi. Una donna di colore la sera canta a squarciagola in africano o in francese. Altri allietano l’attesa ai semafori lanciando birilli.

 

I venditori di rose nel ristorante puntano decisi verso le coppie. Qualcuno compra una rosa subito, che esibisce per tenere a distanza i venditori successivi.

 

Il confine tra l’artista di strada e il mendicante, talvolta, è delicato, come quello tra chi vende e chi chiede senza aver nulla da offrire. In pochi secondi capita che le categorie si sovrappongano.

 

Poi ci sono quelli che rovistano nei cassonetti, qualche volta sorprendentemente ben vestiti. Evitano qualsiasi contatto con l’osservatore, impegnati a setacciare, e ormai chiaramente a disagio con il resto del’umanità.

 

 

La struttura del testo è debitrice a Roberto Alajmo, e ai suoi “Repertori di pazzi”.

 

Prossimamente tratterò “La mendicanza dei colletti bianchi. Quando l’elemosina la chiediamo noi”.

Di | 24 febbraio 2017|13, Lo Storiopata|

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