L’uomo che chiudeva gli occhi

>L’uomo che chiudeva gli occhi

Racconto

Commissario, gli dico mentre incrocio i suoi occhi grigi sui quali si stira verticale un filo rosso di sangue, commissario, lei dica e pensi quello che vuole, lei è pagato per farsi i fatti degli altri e guardare in casa loro ma io no, io sono contento di vivere in un posto dove la gente è discreta, non come al sud, che un collega mio che ci vive mi ha raccontato un detto,che in Comune ci sta pronto un miliardo per chi si fa i cazzi suoi e ancora nessuno lo deve andare a ritirare, e io poi commissario c’ho da pensare al lavoro mio, che è una responsabilità mica da poco, seguire sullo schermo le oscillazioni dei titoli azionari, prima New York e quando New York chiude passo a Tokyo, e poi le borse europee, e insomma diciotto ore, dodici in ufficio e il resto a casa, e quindi nel palazzo chi li vede e chi li guarda in faccia, buongiorno e buonasera, chi c’ha il tempo per le chiacchiere dei vicini, e il commissario mi fa ma quali chiacchiere, qui si parla di urla, le grida di capretto sgozzato di quei poveri disgraziati che i suoi vicini di porta scorticavano,trenta cadaveri martoriati, irriconoscibili,e lei, con quei muri di cartone che hanno le case di oggi poi, dice che non ha sentito mai un sibilo, un lamento, e io con pazienza riprendo, e spiego ancora al commissario che magari si saranno pure sentiti ma poteva essere il televisore troppo alto, e comunque i pensieri erano altrove, forse alla borsa di Tokyo o a quella di Parigi, lì basta farsi scivolare via la frazione di secondo giusta per vendere e sei bello e fottuto, e il cliente chi lo tiene, lui sì che urla e sbraita, e comunque tornando al caso di cronaca io rispetto il valore della discrezione, mi godo la mia vita ritirata, non sono sposato, non ho amici, non ho più mia madre, con mio padre ho rotto e non lo vedo da dieci anni, vedevo solo mia sorella, di tanto in tanto mi veniva a trovare, pure lei è sola, come me, è l’unica che mi capisce ma adesso non la sento da mesi, e il commissario finalmente si rassegna e mi lascia andare, era ora, mi ha fatto perdere la chiusura di Toronto, devo correre davanti al video, certo a pensarci un po’ d’impressione la fa, quelli a fianco che ammazzavano la gente e squartavano i cadaveri, io manco mi ricordo che faccia hanno, mai frequentati, mai chiesto a nessuno dei fatti suoi, neppure a mia sorella, che pure è brava però se ha deciso di non tornare avrà le sue buone ragioni e non sto a sindacare, benchè certo non sia stata carina a squagliarsela alla chetichella, ancora mi ricordo che doveva preparare un bel piatto di pasta al pomodoro fresco, dài schiodati da quello schermo, mi aveva detto, io vado da quella a fianco a chiedere se ha del basilico, e poi paff, sparita, ma io non ho bisogno di nessuno e non cerco nessuno, se vuole sa l’indirizzo e la casa per lei resta aperta.

 

 

 

Sette anni dopo

Commissario, gli dico mentre incrocio i suoi occhi grigi sui quali sosta pendula l’ombra del suo ciuffo di capelli grigi, commissario, lei dica e pensi quello che vuole, lei è pagato per farsi i fatti degli altri e guardare in casa loro ma io no, io sono contento di vivere in un posto dove la gente è discreta, non come al sud, che un collega mio che ci vive mi ha raccontato un detto, che in Comune ci sta pronto un miliardo per chi si fa i cazzi suoi e ancora nessuno lo deve andare a ritirare, e io poi commissario c’ho da pensare al lavoro mio, che è una responsabilità mica da poco, seguire sullo schermo le oscillazioni dei titoli azionari, prima New York e quando New York chiude passo a Tokyo,  e poi le borse europee, e insomma diciotto ore sullo schermo, adesso, facciamo anche ventitre perché con il tablet nel letto non chiudi mai veramente gli occhi, certo adesso lavoro anche a casa ma devo essere ancora più concentrato di quando sto in ufficio, e quindi nel palazzo chi li vede e chi li guarda in faccia, buongiorno e buonasera, chi c’ha il tempo per le chiacchiere dei vicini, e il commissario mi fa ma quali chiacchiere, qui si parla di urla, singhiozzi, richieste di soccorso di quei poveracci tenuti segregati per mesi, di gente che passava incappucciata per le scale, con i mitra imbracciati, di detonazioni, perché in cantina hanno fatto persino le prove degli esplosivi, lei c’aveva sopra la testa la centrale operativa della più temuta organizzazione terroristica internazionale e manco sette anni ed è rimasto ostinato e ottuso tale e quale, e insomma rispiego, poteva essere il televisore alto, e magari per le scale giravano un film oppure davano una festa di carnevale, e comunque i pensieri erano altrove, alla borsa di Tokyo o Parigi, lì basta farsi scivolare via la frazione di secondo giusta per vendere  e sei bello e fottuto, e il cliente chi lo tiene, lui sì che urla e sbraita, e comunque io rispetto il valore della discrezione, sissignore il valore, e mi godo la mia vita ritirata, non ho amici, mia madre non c’è più, con mio padre ho rotto e non lo vedo da quindici anni, mia sorella bravo chi sa dove è andata a finire, ho solo mia moglie, sono sposato da due anni, mia moglie è una personcina riservata come me, pensiamo a farci compagnia noi, no commissario, in questi giorni non c’è, è dai suoi genitori fuori città, e il commissario finalmente si rassegna e mi lascia andare, era ora, mi ha fatto perdere la chiusura di Francoforte, così erano terroristi quelli sopra, gente pericolosa per la stabilità dei mercati, comunque fatti loro, qui se nel condominio ci mettiamo ognuno a farci i fatti dell’altro dove andiamo a finire, come al sud eccetera, meglio la discrezione dell’invadenza, entro in casa, prima di correre allo schermo un saluto a mia moglie, le racconto la cosa in due parole mentre le allungo un bacio, mi tira sempre la sua nudità, poi così esposta, legata e appesa al soffitto per i piedi, da sotto il bavaglio manda un gemito, sono sicuro che è d’accordo con me.

 

Sette anni dopo

 

Commissario, gli dico mentre incrocio i suoi occhi bianchi come pasta dentifricia, commissario, lei dica e pensi quello che vuole ma io sono cambiato, sono un’altra persona, già la denuncia di mia moglie mi aveva ferito, i sette anni di galera segnato, ma è da stanotte che sono un altro uomo, è cominciato tutto ieri mattina quando mi hanno avvisato che mio padre stava veramente tirando gli ultimi e magari aveva piacere di vedermi, venticinque anni che non avveniva, prima avevo deciso che non volevo, poi quasi per curiosità ci ho ripensato, curiosità di visitare un ospedale, anzi la summa dell’ospedale che evidentemente sono queste corsie degli incurabili, dei malati terminali, in questo che è il più disgraziato degli ospedali pubblici, quello dei miserabili e dei pezzenti, un moderno e laico lebbrosario, però lei si ricorda come sono fatto, in mezzo alla gente non mi sono mai trovato a mio agio, così sono arrivato, mi sono nascosto in un ripostiglio, ho osservato il via-vai di camici, tutt’altro che frenetico, tanto qui si capisce che un minuto ormai vale l’altro, visite di familiari nisba, questo posto è davvero l’anticamera del cimitero, ho aspettato che spegnessero le luci, che chiudessero il reparto, solo allora sono venuto fuori e ho cominciato a girare tra quei corpi così affascinanti in fondo, senza esigenze né pretese, senza arroganze se non quella di sopravvivere una notte di più, ho vagato tra i loro respiri affannosi senza alcuna fretta di incontrare mio padre, contemplavo rapito i diagrammi luminescenti ai piedi dei letti, lo zigzagare claudicante delle funzioni cerebrali e sono tornato indietro di dieci anni, quando ero incollato allo schermo per seguire le oscillazioni dei mercati, per cogliere il momento di vendere, così questi erano gli uomini, questa l’umanità, mi dicevo, forse non è poi così tremenda come l’immaginavo, per la prima volta provavo quella che presumo sia pietà o compassione o empatia, cominciai a stringere le mani di qualcuno ricevendone sempre una reazione, un rantolo soddisfatto, una scia di calore dai polpastrelli, deve essere terribile stare a morire da soli, e allora mi sono affacciato dalle grandi vetrate, attorno all’ospedale, debolmente illustrati dalla luce dei lampioni si aggiravano lenti individui vagabondi, solitari, reietti, esseri dimenticati dalla loro stessa memoria, chissà quanti di loro avrebbero pagato per avere qualcuno da piangere, qualcuno a cui stringere la mano con il terrore e la certezza di sentirla gelare, chissà quanti vorrebbero trovare un senso nelle lacrime, poter perdere qualcosa o qualcuno, poiché chi perde ha almeno posseduto, e questi sopra nei letti sarebbero felici di essere accompagnati verso il nulla, di poter salutare dal finestrino prima della partenza con quel sorriso enigmatico dei viaggiatori, quelli sotto e questi sopra, è sempre lo stesso problema, è la questione della domanda e dell’offerta che si devono incontrare, e se non si incontrano non c’è business, non c’è benessere, non c’è vita, e stanotte qui solo io, commissario, così ho pianto, forse non era mai accaduto, e mi sono chinato su ogni alito acidulo di quelle bocche senza denti sussurrando carezze e massaggiandoli con parole di rassicurazione, non sapevo quale fosse mio padre ma non aveva importanza, stanotte mi sono occupato dell’umanità intera, così mi soffermavo accanto al letto di ciascuno, toccavo il suo corpo ma con gli occhi ero fisso sui diagrammi, sullo schermo ronzante, come negli anni ruggenti, il titolo va venduto quando sale, quando il picco è in ascesa, prima che crolli, e così aspettavo che la mia presenza infondesse calore e fiducia, la leggevo sul computer, la frequenza accelerava, la curva saliva, e riemergeva il vecchio istinto del trader, era il momento di vendere, così staccavo l’ossigeno e la respirazione si annullava, serenamente, quasi senza spasmi, sentivo che si fidavano di me, come i miei clienti di una volta, che mi mettevano a disposizione il loro patrimonio, tutto quello che avevano, e io non li ho mai traditi, piano piano le macchine tacevano tutte e si riusciva a distinguere le cicale da fuori, uno per uno, dodici letti commissario, fino al tredicesimo, il suo, l’ultimo, così incrocio di nuovo i suoi occhi bianchi, bianchi come un mattino senza cielo.

Di | 24 Marzo 2017|Lo Storiopata|

Un commento

  1. laurasterlocchi 29/03/2017 at 20:06 - Reply

    NON MI HA FATTO PENSARE …MI E’ PIACIUTO E MOLTO…I LIBRI CHE TI FANNO PENSARE..NON TI SCORRONO NELLA TESTA….IO SONO UN TOPO DI BIBLIOTECA…X FORZA Perché LA MIA PENSIONE NON MI PERMETTE ALTRI ACQUISTI QUELLI CHE HO LI LEGGO ANCHE 3 VOLTE….. COMPLIMENTI DAVVERO…

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