Il papa e il massaggiatore

>Il papa e il massaggiatore

Un racconto

Era l’inizio degli anni novanta, mi pare, quando nell’ambiente calcistico si cominciò a sussurrare che, con la testa, Geo il massaggiatore era già bello che andato. Solo sussurrare perché, miracolosamente, in quel mondo, facile al pettegolezzo e al commento astioso, verso di lui nutrivano affetto in tanti.

Aveva carisma e i giovanotti erano impressionati dalla sua mole corpulenta, dal timbro di voce deciso, dalle affermazioni perentorie e lo temevano più dell’allenatore o del presidente. Non perse mai il loro rispetto, neanche quando cominciò a odorare di alcool sin sotto le ascelle, a nascondere le bottiglie vuote nella valigetta degli unguenti e degli integratori salinici, a consegnare a un orizzonte inesistente un occhio sempre più vitreo e obliquo.

Con l’etilismo Geo divenne più mansueto. Cercava frequentemente la compagnia dei calciatori, ai quali raccontava le vicende della sua vita, di come fosse scivolata nel disordine e nell’infelicità.

Sapeva anche coniare qualche bel motto di spirito. I calciatori lo consideravano perfetto per un western: se mai ne avesse girato uno, lo avrebbe scelto come caratterista per affidargli, alternativamente, la parte del medico, che cura lo sceriffo mentre smozzica bestemmie e saggezza, o quella del vice sceriffo, che dietro le quinte garantisce che il protagonista non si lasci prendere la mano dall’impulsività, fuma il sigaro e tira il colpo di fucile decisivo al cattivo, mentre costui nella penultima scena ( l’ultima sarà una cavalcata solitaria o, raramente, un bacio d’amore) cerca di sorprendere alle spalle l’eroe.

A casa, però, tutta la solidità di Geo si dissolveva.

Geo aveva preso in moglie una donnetta petulante che i calciatori avevano visto qualche volta fuori dagli allenamenti affrontare Geo come una pulce l’elefante, altrettanto imprendibile e molesta, rimproverarlo per il ritardo nel ritorno a casa o l’inadempimento di una commissione inerente al menage domestico.

Pare che a ispirare malevolmente la donna ci fosse la suocera di Geo, che egli aveva accolto in casa, nonostante la poca simpatia che quella gli riservava, il cattivo influsso sui pensieri delle figlie, l’abitudine di guardare la televisione a volume alto sino a ora tarda e di gettare intempestivamente gli avanzi, un vago effluvio d’aglio emanante dalla pelle, uno sguardo reso sfuggente dallo strabismo, una spudorata invadenza.

Geo aveva avuto dalla moglie due bambine che non potevano non risentire dei modelli di aggressività femminile circolanti nella casa. Talvolta si sentiva straniero tra i propri affetti, anche se non diminuiva mai la sua mite disponibilità. L’omone che sapeva coricare i giocatori e infondergli grinta tra le mura familiari diventava un agnello.

Col tempo non si divertiva più, rientrava malvolentieri. La suocera, ormai padrona della situazione, lo mortificava con battute sprezzanti che Geo docilmente incassava senza ribattere.

Fu un Natale a imporre la svolta, con quella mancanza di neutralità che le festività contengono, trasformando in pene insostenibili i malumori latenti di coloro che col clima di gioia non riescono a armonizzarsi. Eppure, proprio a Natale, la suocera, la moglie e le figlie, impressionate dalle telenovelas e dagli imperativi commerciali, recitavano tutte la parte della famigliola serena e lanciavano al buon Geo misericordiosi tozzi di pane impastati con la farina dei buoni sentimenti.

La sera della vigilia la suocera preparava il cappone e rigirava tra le mani zampe e interiora di pollame. Il calore grasso del brodo si spalmava sopra i fornelli. La suocera, canticchiando, muoveva il gozzo sporgente e Geo capì che stava assistendo alla scena di un’aia, nella quale i rantoli del cappone, che nel mascheramento della pentola a pressione potevano apparire innocenti sputacchi del brodo, erano un atto di accusa verso l’omicida Caino.

La suocera, sui cui capelli l’intermittenza luminosa dell’albero di Natale stendeva una striatura crestata, chiese col tono più dolce da lei adottato negli ultimi dodici anni, per che ora Geo gradiva che si buttassero i tortellini.

“ Ma stai zitta, maledetta gallina”, si sorprese ad ascoltarsi Geo.

Quando un calciatore restava a terra, e Geo era già accorso col borsone del ghiaccio e dei medicinali, chino su di lui gli impartiva disposizioni sulla condotta da tenere a seconda del risultato del momento e dei minuti che mancavano alla fine.

“ Adesso senti un po’ di freddo, poi voglio che salti come una molla entro quattro secondi, li dobbiamo spezzare questi bastardi e ce la dobbiamo fare, comincia a restituire la gentilezza alla merda che ti ha pestato la caviglia, è il cinque, cattiveria, cattiveria”.

Oppure

“anche se ti senti come dopo una dormita di dieci ore fai finta che io ti stia sgozzando, grida, bravo, tieniti il ginocchio, qui se facciamo passare un minuto e mezzo è meglio che segnare un altro gol”.

Per i calciatori la consolazione dell’infortunio di gioco era l’ascolto dei sermoni di Geo. Veniva quasi voglia di inciampare apposta sui chiodi bullonati di un avversario per sentire Geo cosa avrebbe tirato fuori. Se nel calcio fosse esistito il time-out, come nella pallacanestro, tutti loro, anziché raccogliersi attorno all’allenatore, avrebbero preferito stendersi per terra in blocco e ascoltare il fiato sempre più  puzzolente di Geo scuoterli, mettergli l’argento vivo addosso o, come lui diceva, mordergli le palle.

La suocera era a terra, centrata sul viso dalla manata di Geo, e lui le mordeva le palle, controllava il tempo per la fine della partita, la sua vita, se si consideravano eventuali tempi supplementari poteva durare anche trenta o quarant’anni. Troppi per giocare solo di conserva e attendere l’errore altrui. Iniziativa, ci voleva iniziativa.

La suocera aveva la testa di lato, con la manona di Geo stretta attorno alla mascella. Sulle nocche di Geo, sui fianchi, sulla schiena piovevano i calci delle altre donne di famiglia che cercavano di liberare la mamma-nonna; si spegnevano contro l’adipe di Geo, la sua ciccia ( anche sopra le nocche), e poi erano frecce spuntate dato che arrivavano attutite dall’arrotondamento delle babbucce. Non era mai riuscito, prima d’ora, a concretizzare questo pensiero con esattezza ma ora capiva, Geo, che aveva sempre inteso come una mancanza di rispetto a lui, oltre che a un adeguato senso dell’estetica, che quelle donne non sfilassero mai in casa con un paio di delicate scarpe da passeggio ma trascinassero i piedi nelle babbucce.

La suocera era a terra e Geo la incalzava, come con i giocatori in campo. Dal freezer aveva abbrancato al volo qualche cubetto di ghiaccio e glielo lasciava scivolare giù per la scollatura.

“ A terra, resta a terra, e poi dopo è il momento di stringere i denti, qui si vede chi c’ha i coglioni e chi no, per stare in campo ci vogliono scrupolo e serietà, maledetta gallina”.

La suocera ritirò sportivamente la denuncia penale due giorni dopo averla presentata ma la riprovazione in famiglia fu unanime e Geo venne messo alla porta. In sede di separazione consensuale ottenne di vedere le figlie un pomeriggio alla settimana più un week-end ogni tre.

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Gli incontri di rado erano coinvolgenti. Se andavano al parco, le bambine si rincorrevano tra loro, ignorando Geo, oppure gli sedevano vicino mentre lui leggeva il giornale e facevano esplodere in bocca gomme da masticare dal colore rosa, come il palato. Qualche volta le portava al cinema: film d’azione che loro detestavano, una volta persino una pellicola scandinava d’essai, perché sul giornale era scritto che coito e cultura vi si abbinavano deliziosamente. Si erano addormentati tutti e le maschere e gli altri spettatori avevano trovato quello spettacolo di teste riverse l’una sull’altra in qualche modo commovente.

Geo aveva cominciato a bere seriamente, passando dal salutare quartino a pasto ai superalcolici, sin dalle undici del mattino impegnati in operazioni di scavo all’interno dello stomaco. Percepiva ogni volta di più come le figlie diminuissero il rispetto nei suoi confronti, prendendosi licenze che finchè era stato a casa non si erano mai consentite. Cercava di consolarsi imputando ciò al plagio della madre. Sua moglie, del resto, aveva sempre disprezzato il lavoro di Geo. Era una donna venale e trovava biasimevole che in un mondo popolato di miliardari, quale quello calcistico, suo marito rimediasse soltanto uno stipendio discreto. Certo, se avesse aperto uno studio privato, Geo si sarebbe quasi arricchito, grazie al buon nome che il ruolo all’interno di un grande club sportivo gli aveva procurato. Però lui preferiva concentrare tutti gli sforzi sull’addomesticamento della muscolatura dei ragazzi. Lo faceva con sincera passione e non aveva mai discusso una lira del contratto. Così era umanamente apprezzato nell’ambiente; ma a casa funzionava diversamente.

Il fallimento del matrimonio, e più in generale dei rapporti familiari, lo aveva effettivamente scosso. Forse anche a causa dei frequenti obnubilamenti alcolici, la sua sicurezza era svanita. Sognava a occhi aperti di diventare una persona importante: ma importante veramente, non semplicemente nobilitata da quelle comparsate durante le dirette televisive delle partite di calcio, che poi erano per lo più inquadrature della schiena o delle braccia. Non gli risultava che le videocamere avessero mai indugiato su un primo piano, e l’ansia di sé che lo attanagliava in maniera crescente gli suggeriva che non avesse neppure un volto decoroso per meritarsi una zumata. Improvvisamente la vicinanza alle celebrità, che tanto lo aveva divertito in passato, gli parve insopportabile. La borsa del ghiaccio che portava in campo gli pesava, come se qualcuno l’avesse riempita segretamente di piombo e ferro, e non poteva dipendere dal semplice incremento volumetrico delle bottiglie di cognac. Si convinse che quel suo correre in campo in soccorso degli infortunati, che per anni la sua fantasia aveva equiparato all’irrompere di Lancillotto in sella al destriero, era in realtà un gregariato umiliante, paragonabile al caracollare impacciato dei domestici al suono del campanello proveniente dal tavolo da pranzo padronale. E ne concluse che quest’immagine gli aveva alienato il rispetto da parte della famiglia.

Si trovò in una condizione di stress e insoddisfazione sempre più difficile da mascherare. Decise, approfittando di una pausa di campionato durante febbraio, di prendersi una settimana di vacanza, tornando dopo tanto tempo alla sua vecchia passione della montagna. Gli sci erano nel garage della ex casa familiare, magari arrugginiti. Si poteva permettere il lusso di rifarsi l’attrezzatura nuova. Vi provvide alle cinque di un mercoledì pomeriggio e alle sette era già in viaggio per le Dolomiti.

Tre ore di fondo, cominciato pochi minuti dopo l’alba, gli restituirono una sensazione di benessere psichico che non gli apparteneva più da anni. Scelse una pista non troppo battuta, senza precludersi la vista costante del Gruppo del Brenta, della Presanella, della vetta dell’Adamello, del Pizzo Badile, del Cevedale; e, di tanto in tanto, il rumore dell’acqua che scende dal ghiacciaio a comporre e rinnovare il torrente Sarca. Deviò per un rifugio e non prestò attenzione al piccolo affollamento di persone imbottite e circospette che vigilavano dinanzi all’uscio. Rivolse loro un sorriso bonario, come si è usi fare in montagna, quindi si accomodò all’interno, accolto da una amichevole folata di calore proveniente dal caminetto ciarliero e rubizzo.

Chiese al bancone un punch bollente mentre si sfilava i guanti, quindi afferrò la tazza fumante e cercò un tavolo, compito agevole, erano quasi tutti liberi. Si sistemò di fronte a un signore imbacuccato, con il cappello ancora calcato sopra le orecchie, un po’ congestionato sulle guance, affiancato da due compagni che lo guardavano premurosi ma leggermente distanti sulle sedie.

L’uomo emise uno sbuffo di soddisfazione, aveva lasciato cadere la forchetta nel piatto del ragù di capriolo, stava smaltendo il gelo e la fatica. Alzò gli occhi verso Geo che ebbe subito l’impressione di averlo già visto da qualche parte, anche se non sapeva dire dove.

Gli occhi luminosi e gai indagavano Geo mentre portava anche lui una tazza alle labbra. Poi la posò e si abbassò la cerniera del giaccone, scoprendo parzialmente il collo, si tolse il cappello liberando capelli bianchi mantenuti ordinati. Allora Geo lo riconobbe.

Da bambino Geo aveva ricevuto un’educazione rigidamente cattolica. A sedici anni aveva smesso di seguire la messa domenicale, però aveva mantenuto vivo l’interesse per l’esistenza di Dio. Per molti anni gli unici libri che leggeva, a parte qualche classico dell’ottocento e, nelle meno impegnative serate d’estate, romanzi gialli, erano saggi di carattere religioso. Si era persino lanciato in testi teologici. Poi aveva accantonato il problema.

Le domande che si poneva allora gli tornarono in mente tutte assieme in quella baita, segno che non le aveva mai veramente dimenticate. Il cuore che accelerava il battito tornava a interrogarsi brutalmente sul senso della vita. Si sentiva così in subbuglio.

Lì, in quell’angolo sperduto delle Dolomiti, lui, davanti al Papa.

 

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Giovanni Paolo II era ancora un bell’uomo. Se non fosse stato il Papa avrebbe potuto ancora dire la sua, se solo avesse voluto, in mezzo a quei giovanotti abbronzati che si tirano a lucido in montagna tutti i fine settimana.

Da vicino era come in televisione, l’austerità composta dei gesti non era disgiunta da una semplicità maliziosa e contadina. Si era reso conto che Geo era sobbalzato e lo fissava divertito.

I due ai suoi lati, magari porporati, oppure dignitari, dondolavano la testa in avanti, come a incoraggiare e confermare.

Geo si lasciò cadere in ginocchio davanti al tavolo. La genuflessione, data la consistenza della sua mole, provocò uno scricchiolio dei pavimenti di legno per tutto il locale.

Il Papa sorrise e fece un segno veloce con la mano che era probabilmente un invito ad alzarsi. I dignitari continuavano a dondolare la testa. Poi uno si rivolse a Geo:

“ Sei fortunato figliolo. Non sono molti a poter incontrare il Papa in un’occasione di tale intimità”

Il Papa si sporse verso quello che aveva parlato e gli bisbigliò qualcosa velocemente.

Il dignitario si rivolse nuovamente a Geo.

“ La giornata di vacanza del Santo Padre volge al termine. Se vuoi, figlio, puoi rivolgergli una domanda prima che vada via”.

I quesiti che lo avevano assillato trent’anni prima si mischiavano ad altri più recenti. Ma Geo comprendeva che si trattava di un’opportunità irripetibile e non poteva sbagliare. Una, una sola domanda. Si tirò su dalla posizione di inginocchiato ma non osava erigersi nell’intera statura, così si avvicinò buffamente, quasi carponi.

“ Padre….”

Gli occhi di Giovanni Paolo si fecero più attenti.

“ Padre….a casa sua…..in famiglia, intendo……da quando è diventato il Papa….insomma…”

Il Papa appariva interdetto, vagamente corrucciato sulla fronte, anche per lo sforzo di concentrazione. Si sporse in avanti per ascoltare meglio. Uno dei dignitari provò a instradare Geo.

“ Ti riferisci a qualche parabola delle Scritture, figliolo?”

“ No, no, nessuna parabola…..Io parlo proprio del Santo Padre….di questo…..cioè, chiedo a Lei, Santità…..cosa è cambiato?……cioè ha notato che i suoi fratelli, sua madre le si rivolgono con una deferenza diversa……che so, alzerebbero mai la voce perché dimentica sempre le cose o lascia le calze sporche sul letto…..insomma, Lei un giorno è uscito di casa…….poi è tornato ed era il Papa…..cosa fanno……le danno ancora il tu o il lei…….fanno battute volgari…….non so….comunque….ecco, questa è la mia domanda….non so, ora se ci penso, può sembrarle una domanda stupida…..ma noi viviamo qui sulla terra…..per ora, domani certo speriamo, però….insomma questo è quello che mi è venuto in mente”.

I dignitari avevano girato la testa lateralmente, nelle due direzioni opposte, e non guardavano più Geo. Lui si sentiva confuso e imbarazzato, abbassò a sua volta il capo incrociando ancora per un attimo lo sguardo di Giovanni Paolo, che non aveva mutato espressione.

Geo si piegò in avanti, nuovamente in ginocchio, e avvertì sulla testa la mano calda del Santo Padre. Era incredibile, fino a pochi minuti prima aveva le gote congestionate e adesso sembrava uscito dalla sauna.

Il Papa gli sussurrò qualcosa, sicuramente non in italiano. Forse in  polacco, ma per quel che ne sapeva Geo poteva essere anche latino. Chissà se era la risposta alla sua domanda.

Il Papa e i dignitari si alzarono all’unisono. Giovanni Paolo si chiuse sul petto il giaccone di piume d’oca, raccattò gli sci, poggiati di traverso su un tavolo, quindi tutti si avviarono all’uscita mentre Geo restava a capo chino.

Era ancora in quella posizione da qualche minuto quando lo punse negli occhi il lampo di un flash.

“ Ecco l’uomo che ha parlato col Santo Padre. Cosa vi siete detti? Che cosa ha provato? Ci rilasci una dichiarazione in anteprima per il Corriere. Come si chiama?”.

Geo si alzò e spostò il reporter con una poderosa manata. Guadagnò la porta; fuori, qualche polpettina di neve tornava a depositarsi sulle grandi padelle bianche delle piste.

Per Geo quell’incontro col Papa risultò ancora più scioccante dell’incidente con la suocera e dell’allontanamento da casa. Aveva beneficiato di un’opportunità eccezionale. L’aveva forse sprecata? La domanda posta al Papa non era poi tanto risibile. I fiumi in piena dei grandi dilemmi morali, anche quando sfiorano il rapporto dell’uomo con la divinità, trovano sbocco sempre nel mare delle piccole cose, apparentemente di minimo significato. Un Dio non ama veramente la sua creazione se non piega la sua stessa esistenza al livello dell’umanità più infima e trascurata. Ma certo se così fosse, se egli davvero aveva rivolto al Papa una domanda pregnante, intere biblioteche erano da votare alla distruzione, con i loro miliardi di pagine ottuse, inutili, irritanti.

Dopo un anno travagliato di meditazione, nel corso del quale diventò irriconoscibile agli occhi di chi lo aveva frequentato per anni, Geo decise di piantare il lavoro, vendere un paio di alloggetti ereditati da uno zio, ritirare i risparmi e condurre il resto dell’esistenza all’ombra del Papa, nell’attesa che la sorte gli riservasse la possibilità di formulare una seconda domanda.

Riprese la vecchia passione per la teologia, stipò nei bagagli alcuni vecchi libri sulla religione cattolica che non aveva mai letto, ritagliò dai giornali, accuratamente selezionati in biblioteca, i passi principali delle omelie domenicali da San Pietro, mandò a memoria le encicliche. Se il suo cruccio un tempo era stato di godere poca considerazione tra i familiari ora l’unica cosa insopportabile era la paura che il Papa potesse averlo qualificato come un imbecille. Le vacanze oniriche dalla coscienza, di notte, si erano ridotte a un unico, reiterato sogno. Era a colloquio con Giovanni Paolo: cambiava l’ambiente, il margine di un bosco, una strada del centro, uno svincolo autostradale, un confortevole salotto, ma la vicenda filava alla stessa maniera. Solo loro due, e nel pieno della conversazione il Papa sfumava in una nebbiosa dissolvenza, inseguito dal richiamo disperato di Geo. “ Si perché……Papa!”. E qui si risvegliava.

Non appena apprendeva dai giornali  di un viaggio che Giovanni Paolo aveva deciso di intraprendere, prenotava il biglietto con mesi di anticipo per la medesima destinazione, predisponeva con cura l’itinerario, rendendolo completamente calzante con quello del Santo Padre.

La domenica percorreva nervosamente Piazza San Pietro sin dalle prime ore del mattino. Faceva sempre un timido tentativo di avvicinamento al portone del palazzo pontificio, limitandosi infine a sbirciare con simulata noncuranza nelle fessure che passavano tra le alabarde incrociate delle Guardie Vaticane.

Se il Papa si determinava a visitare una scuola, un ospedale, era sempre a qualche metro da lui, nella fatidica attesa del riproporsi di un momento di confidenza tra loro. Quando in visita al Pontefice si recavano gruppi, tentava sempre di intrufolarvisi.  Se, ad esempio, veniva a sapere che dopo un mese Giovanni Paolo avrebbe ricevuto gli alpini in pensione, iniziava a brigare tra le sue conoscenze per mischiarsi a loro. Alla fine pure questi piccoli cortei erano motivi di frustrazione poiché il rigore del cerimoniale impediva qualsiasi trasgressione dai movimenti collettivi.

Gli agenti dei servizi di sicurezza vaticani cominciarono a guardarlo sospettosamente, timorosi che dietro tale assiduità si celasse una mente folle e omicida, un potenziale offensore, un nuovo Ali Agca. Soltanto il Papa pareva non accorgersi mai della sua presenza, benchè talvolta se lo trovasse ripetutamente a pochi metri di distanza nel giro di tre o quattro giorni. Geo aveva persino il dubbio che in codesto modo il Papa volesse manifestargli il proprio disprezzo,  perfettamente memore dell’incontro sulle Dolomiti.

Gli anni passavano e sia Geo che il Papa si facevano sempre più anziani e stanchi. Geo viveva come un cane randagio, aveva cessato ogni rapporto con la sua famiglia, aveva dovuto ridimensionare il suo tenore di vita perché i risparmi prendevano a esaurirsi. Se il Papa avesse continuato a viaggiare come negli anni precedenti probabilmente le finanze impoverite avrebbero costretto Geo a saltare qualche trasferta. Ma con il ritmo di due o tre all’anno riusciva a seguirlo ancora con regolarità.

Accadde un giorno in Libano. Curiosamente, nonostante fossero state predisposte eccezionali misure di sicurezza per il timore di attentati, Geo incontrò il Papa quasi da solo. Geo si era perso in un edificio vicino la baraccopoli di Burj al Barejehe e cercava di orientarsi in quella sorta di labirinto quando, varcando una piccola uscita laterale, sbucò in un giardino e lo vide a pochi passi da sé.

Era seduto su uno sgabello e un religioso gli faceva aria con un fazzoletto. Geo non si era mai accorto di quanto fosse invecchiato. Lui aveva creduto di scrutarlo dovunque ma in realtà non aveva mai staccato lo sguardo da se stesso.

Il respiro era faticoso, probabilmente anche per via della grande calura, le mani tremanti, le guance infossate, una vena sporgente da sotto la tiara, dalla bocca aperta usciva qualche gemito di sofferenza, con una mano si teneva il fianco, la schiena cadeva all’indietro su una parete male intonacata del palazzo.

Geo rimpiangeva di non avere con sé la borsa del ghiaccio degli anni belli. Immaginava un’entrata in campo, scandita dalle sirene degli ultrà amici e dai cori “devi morire” della tifoseria opposta, e lui che si inginocchiava a massaggiare le caviglie del Santo Padre. “Coraggio Papa, tranquillo e ne approfitti per riprendere fiato, mancano pochi minuti, al massimo ci sarà da soffrire nei tempi supplementari”.

Il Papa e l’assistente non si voltavano dalla sua parte. Ora il tremore del Santo Padre era più evidente, ostinato come il ticchettio di un picchio sopra il legno dell’albero. Forse qual giardino cupo era il suo orto di Getsemani ed egli una perfetta rappresentazione del martirio di Cristo, un rassegnato portatore della croce che lasciava i segni nella pigmentazione delle mani, sopra le quali la pelle rifluiva come schiuma. Geo pensò che magari non aveva sbagliato domanda quattordici anni prima, o perlomeno non argomento poiché con il Papa si deve sempre parlare degli uomini.

Il Papa e l’assistente lo videro mentre giravano le teste con elegante lentezza. L’assistente pareva una controfigura magra del Pontefice e col suo volto pallido e allungato poteva essere uscito da un dipinto di El Greco. Si soffermarono su lui, interrogativi.

“ Solo una domanda. Vorrei fare una domanda al Santo Padre. E’ tanto tempo che aspetto”.

Il Papa gli sorrise, l’assistente fece un passo indietro, scomparendo nell’ombra dei cedri, e Geo trovò il coraggio di avanzare. Si inginocchiò e il Papa rimase immobile. Decise allora di porre le sue mani su quelle del Papa e di stringerle.

Il Papa aspettava. Ora Geo poteva.

“ E’ stanco, vero?”.

Ora che la domanda era finalmente stata consumata, giacevano muti come nell’intimità transitoria del confessionale e nella solidarietà transustanziale della comunione. In una grazia indicibile, mischiati, liberati dalle fatiche della parola di Dio e della meschinità dell’uomo.

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Di | 23 dicembre 2016|Lo Storiopata|

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