Tre spiacevoli incidenti amorosi

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Racconti brevissimi

Cura

Provò a reggere il suo sguardo incisivo con devozione canina. Aveva cominciato la cura pur senza segnali di carie e nel deserto del tartaro: però l’aveva rapito il fascino della dottoressa, conosciuta per caso, e quello gli era parso il metodo più sicuro e innocente per cominciare a frequentarla. Sin dalla prima seduta lei aveva ricambiato, eppure, profondamente timidi entrambi, esitavano a dichiararsi. Ma avevano almeno occasione di fissarsi per ore, senza che ciò apparisse imbarazzante, in reciproca, dolce anestesia. Quel giorno l’aspiratore gorgogliava e mandava spruzzi, sommozzatore nella Grotta del Bue Marino, e lei, senza pensare a ciò che faceva, tirava via i denti uno ad uno come tappi di Coca Cola. Lui, estasiato, spalancava per sorridere la sua caverna spoglia lasciando che lei si specchiasse nell’epiglottide.

Gioia

Mentre la sua mente viaggiava distratta fu scosso da un’illuminazione improvvisa: non glielo aveva mai detto. Se ne vergognò di colpo. Adesso gli sembrava la cosa più naturale del mondo e per dimostrare che quella formula sgorgava genuina e incontrastabile, la scandì sillabandola a voce stentorea: “Ti amo”. Lei sorrise, intenerita dalla variazione del copione. Lui ascoltandosi si commosse e pensò a cosa aveva perso tenendo le parole nascoste in petto durante le notti di passione. Così ripeté:  “ti amo” e ancora “ti amo”. Lei cominciò a mostrare imbarazzo ma lui non se ne accorse per via del velo. Il prete annuiva e riprendeva la domanda: “ Vuoi tu prendere in moglie la qui presente…” ma lui nemmeno sentiva. La loro storia, le immagini di ciò che sarebbe stato gli passavano davanti come un treno in corsa e mentre il cuore accelerava il battito ne sentiva il fischio nelle orecchie. “ Ti amo, ti amo”, il prete ormai lo guardava ostile, benché non recedesse dalla reiterazione del quesito canonico, lei si girava di lato infastidita. Allora lui, gli occhi luccicanti, rinnovò la dichiarazione guardando la navata della chiesa. Il pubblico fingeva indifferenza ma i più intimi si preoccupavano perché quello stravagante ragazzo rischiava di mandare tutto a monte.

Nido d’amore

La splendida villa di campagna era da tempo meta di incuriositi pellegrinaggi quotidiani, resa persino più affascinante dai segni dell’abbandono, quelle gradinate di foglie secche, i ritocchi di muffa sulle decorazioni esterne, le regressioni cromatiche, quasi un tratto d’acquarello, sulle persiane chiuse. Qualcuno, ogni tanto, provava a vincere la resistenza dell’ottuagenaria padrona che, dalla morte del marito, ventotto anni prima, si era trasferita in un appartamento in città, giurando che mai avrebbe venduto la sua antica residenza d’amore, romanticamente persuasa che l’anima del consorte ne avrebbe patito. Questa delicata confessione fu l’unica confidenza ad altri di una vita vissuta in un’ombra pudica. Mai si discostò da una rigorosa discrezione: nessuno assistette neppure al matrimonio o al funerale del marito, le rispettive notizie vennero date a pochi intimi a cose avvenute. Una mattina la donna delle pulizie la trovò morta con la testa sul tavolo, davanti al televisore ancora acceso. Già al pomeriggio un piccolo capannello si formò attorno alla villa e si scatenò una giocosa asta. L’apertura rumorosa di una serranda del primo piano troncò il vociare. L’uomo scheletrico che si affacciò dovette proteggersi gli occhi, aggrediti dalla luce, con la quale aveva perso ogni dimestichezza. Il suo corpo era invecchiato nell’oscurità da quando aveva fatto voto di non mettere mai più il naso fuori di casa sino a che la moglie non fosse morta. Molte volte, in verità, si era domandato se a quella banale lite che aveva preceduto il giuramento, e il cui oggetto aveva dimenticato da anni, non avesse attribuito un’importanza eccessiva. 

Di | 1 Marzo 2019|Lo Storiopata|

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