TRADIMENTO

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L’amante, Giuda, le chat, la marchesa di Merteuil, gli adolescenti e altro ancora

 

A una prima ed elementare definizione il tradimento si presenta come una situazione triadica nella quale qualcuno sceglie una persona o un gruppo al posto della persona o del gruppo che dovrebbe preferire. Come ogni definizione elementare, si tratta di un punto di partenza carico di ambiguità e lacune. In base a che cosa il traditore dovrebbe preferire il tradito (o i traditi)? E ancora: per essere davvero un tradimento dovrebbe riguardare qualcosa di importante o, al contrario, è proprio il cedimento a un impulso controllabile e a una convenienza contenuta a rendere censurabile la violazione di una fedeltà, sia essa coniugale, amicale, etnica o patriottica? Infine, il tradire è più un’etichetta che una condotta precisa. Etimologicamente deriva da tradere e sta per “consegnare” qualcuno al nemico, nel pensiero quotidiano significa infilarsi nel letto con l’amante, ed è evidente che rimangano fuori almeno un centinaio di altri comportamenti potenzialmente “tradenti”. È per via di questa complessità che se da un lato l’epiteto traditore è profondamente infamante, dall’altro tuttavia contiene l’estrema prepotenza di sequestrare una parte della libera determinazione individuale.

 

Non è esatto parlare di tradimento al di sopra e al di sotto della “necessità” di un certo legame.

Al di sopra: i genitori e i figli sono irrevocabilmente tali e non possono sostituirsi o sospendersi mediante il tradimento. Il figlio potrà mostrarsi irriconoscente (ma il genitore che esige la riconoscenza si comporta come chi attende un rendimento dagli investimenti, non certo come un genitore) e il padre e la madre potranno rivelarsi platealmente inadatti all’esercizio del ruolo o all’immersione affettiva che richiede. Sarà più opportuno parlare di abbandoni che di tradimenti, forse persino più gravi ma in linea del tutto teorica: la commistione di reciproco altruismo ed egoismo, l’intensità dei desideri di riconoscimento e di appagamento di aspettative, l’alternarsi delle dipendenze e delle emancipazioni e la sedimentazione di conflitti irrisolti e magari nati dopo qualche mese di vita rendono sempre presuntuoso giudicare dall’esterno, e ovviamente impossibile dall’interno.

Al di sotto: dove c’è un contratto non è concepibile il tradimento. All’inadempimento del contratto segue la reazione della legge, se la parte lesa ha voglia di chiamarla in causa. La recente tendenza delle forze politiche a stipulare “contratti” in luogo di patti o alleanze (nonostante tecnicamente sia un assurdo, perché non sarà certo possibile adire il tribunale) sembra volta a schivare l’accusa di avere tradito gli elettori (non mi sto alleando con l’avversario, sto solo facendo un contratto con lui) e quella di tenersi pronta una via di fuga senza essere proclamato traditore dall’ex partner “commerciale” (anche la violazione di un contratto lede l’onore ma è di lunga e difficile dimostrazione, e comunque rimette nelle condizioni iniziali due portatori di interessi contrapposti).

 

In un’ipotetica morfologia del tradimento non possono non trovare posto la condivisione (di un ideale come di un’intimità), l’appartenenza, il segreto, l’esclusività, la fedeltà, la sincerità, la fiducia. Nel suo recente libro “Così fan tutti. Ripensare l’infedeltà”, la psicoterapeuta Esther Perel, con riguardo all’amore, menziona tre componenti essenziali: il segreto, l’alchimia sessuale e il coinvolgimento emotivo. Più in generale, tradire presuppone un’appartenenza, un “noi” da cui il traditore si distacca. Una spia russa, che in nome della fede nel comunismo universale trafugava informazioni alla natia Inghilterra, così si difese: “Per tradire bisogna prima appartenere”, e lui non si sentiva appartenente al suo paese. Ma il discrimine è la sincerità: anche l’appartenere per finta è un tradimento.

Le motivazioni hanno un loro rilievo, però: fare la spia per denaro non è lo stesso che farlo per una fedeltà contrapposta. Come scrive Avishai Margalit, il tradimento è spesso il corno di un dilemma morale, ovvero la scelta tra due fedeltà. Una volta che qualcuno ha promesso all’amante di lasciare il coniuge si è messo nella condizione di tradire per forza, qualunque sia la sua decisione finale, e il puro criterio di priorità temporale dei legami sarebbe certo il più approssimativo per formulare un giudizio morale.

È anche vero che spesso la fedeltà concorrente nasce perché era già logorato il legame di fedeltà precedente, e non necessariamente per iniziativa di chi vi pone fine. Il difetto del concetto comune di tradimento è di spostare l’attenzione su un “colpevole” invece di focalizzarsi sulla relazione dentro quel soggetto collettivo che dà forma al noi. In amore, a volte, è il coniuge che risulterà “formalmente” tradito ad avere tradito la relazione con la defezione dalle regole d’intimità che la coppia aveva praticato e promesso. Si comprende qui come il tradimento, quale fedeltà profonda e attiva verso una relazione, possa anche prescindere dall’esistenza attuale di un terzo.

Nella Grecia classica il tradimento era talmente all’ordine del giorno, degli uomini come degli dei, che è difficile considerarlo tale. Troppo entusiasta era la Grecia nella ricerca dell’espressione individuale per non tollerarla anche nel capriccio o nel più meschino calcolo di convenienza. Gli stessi tiranni e generali ateniesi furono accusati di tradimento o collusione col nemico persiano o spartano ma la loro gloria postuma non ne ha troppo sofferto.

Con le religioni e l’antica Roma il tradimento diventa un mito fondante. Secondo James Hillman la storia ebraica è un’infilata di tradimenti, culminanti in quello di Giuda. La fondazione di Roma si basa, oltre che sul fratricidio, sul tradimento di Tarpea, figlia del custode del Campidoglio cui la leggenda attribuisce l’apertura delle porte ai sabini che, pur favoriti, le mostrarono disprezzo seppellendola sotto i loro scudi (e dalla rupe Tarpea, che da lei prese il nome, vennero da allora in poi gettati i traditori dell’urbe).

Durante l’intera vita di Roma il tradimento fu una dotazione dell’élite e fece essenzialmente parte del vasto armamentario di intrighi utili a guadagnarsi il potere.

La sua “democratizzazione” per così dire (nel senso che il tradimento diventava alla portata di tutti) nasce con il Medioevo, la sua catena rigorosa di fedeltà e dipendenze che avevano al vertice gerarchico la signoria e il vassallaggio, l’amor cortese e l’idealizzazione di un sentimento unico e spirituale. La vera genesi del tradimento, insomma, coincide con la massima negazione dell’autonomia personale.

 

Anche se l’intero corpus shakespeariano può essere letto come un’enciclopedia del tradimento e una somma riflessione sullo stesso, nessuna opera letteraria ha sviscerato tanto doviziosamente quello amoroso quanto “Le relazioni pericolose” di Laclos, pubblicato nel 1782. È uno splendido romanzo epistolare che riporta gli immaginari carteggi tra la marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont e fra un’altra decina di personaggi: sovente rubricata come una narrazione cui preme trattare la seduzione, il libertinaggio o la decadenza dei costumi, Le relazioni pericolose è in primo luogo una dissertazione polifonica sul tradimento e la pulsione libidica che esso infonde alle relazioni. La marchesa, abbandonata dal suo amante, vuol vendicarsene “svergognando” la sua promessa sposa e quindi lui di riflesso, e chiede a un altro suo ex amante, Valmont, di sedurre la giovinetta. Valmont però è impegnato a conquistare il cuore di una candida nobildonna sposata e se la prende comoda. Ma poi accontenta la marchesa e, anzi per rinsaldare la complicità dei loro intrighi (che durante il libro si moltiplicano) e ottenere nuovamente il premio della sua compagnia, conduce alla follia la nobildonna che ha creduto alle sue professioni di amore eterno: compie il più meschino degli atti trascrivendo in una missiva a lei destinata le parole di scherno che gli aveva suggerito la Merteuil (nota bene: tradire usando segretamente le parole di un altro è tradire due volte). Ma la rimpatriata erotica non si realizza perché la marchesa tradisce pure Valmont, scatenandone il rancore.

Nella Francia settecentesca delle corti narrata da Laclos il tradimento è la meta coerente dell’invito a dissimulare le passioni e della vita artificiale e vaniloquente che ne consegue. Ma, soprattutto, è la certezza dell’asimmetria del rapporto, e come tale la condizione del godimento, visto che il formalismo della vita sensuale e amorosa la riduce a un gioco di potere. Il tradimento è un afrodisiaco e, all’estremo, un surrogato dell’orgasmo.

 

Giuda è rimasto talmente emblematico della figura del traditore da esserne un sinonimo. Eppure quel tradimento è del tutto peculiare e mai ha trovato una spiegazione convincente, tanto più che la Bibbia non si è curata di offrirne una, a parte l’inverosimile, miserrimo compenso dei trenta denari. Il musical Jesus Christ Superstar presenta Giuda come un confuso idealista. Tutti gli studiosi hanno dovuto convenire che del tradimento non vi era alcun bisogno, essendo la predicazione di Gesù pubblica e lui ben conosciuto. Ma è Gesù stesso che chiede di essere tradito e ferma Pietro quando sguaina la spada: “Rimettila nella guaina. Non berrò forse il calice che mi ha dato il Padre?”. Giuda è un traditore sui generis: se non tradisse la volontà di Dio, e del suo Maestro, non potrebbe compiersi, ed egli dovrebbe riconoscersi come traditore (rispetto al compito che gli era stato assegnato) anche in quest’ipotesi. Il destino di Giuda, il suo calice amaro, è la crocifissione morale. Un sacrificio radicale, quasi comparabile a quello di Gesù, al punto che Borges in un racconto suggerisce che fosse egli il Messia.

Il tradimento prende un colore piuttosto che un altro, oltre che per i motivi, per i gesti o le modalità che lo accompagnano. Quello di Giuda viene reso ancora più inaccettabile perché si consuma con un bacio. Ma il rituale simbolico del tradimento, usato specialmente nell’amicizia, nella politica o nell’alleanza militare è la pugnalata alla schiena (ciò che escluderebbe un altro idealista successivamente rivalutato, Bruto, che le trentatré pugnalate a Cesare le vibrò al petto).

Vanamente la fedeltà ricerca santuari che pongano al riparo dal tradimento. Nel 1966 cessò bruscamente la collaborazione tra il sassofonista Stan Getz e il chitarrista brasiliano Joao Gilberto, dopo due dischi, uno dei quali contenente la canzone “The girl from Ipanema”, una delle più venduta di tutta la storia della musica. “Sì, avrebbe dato il suo cuore volentieri/ ma ogni giorno in cui lei cammina verso il mare/ lei non guarda dritto davanti a sé” cantava con loro Astrud Gilberto, moglie di Joao. Così intonava (qui tradotto) un altro pezzo celebre del gruppo, “O grande amor”: “Qualunque cosa accada/ c’è sempre un uomo, una donna/ e avere sempre a dimenticare/ un falso amore e la volontà di morire/ comunque per vincere l’amore/ ci deve essere al cuore/ come un perdono/ per colui che pianse”. La poesia e la musica sembrano esigere che la finzione artistica si alimenti della sincerità assoluta di chi la mette in scena, nel momento in cui la mette in scena. Però Stan Getz non ripose il sassofono in nessun concerto e anzi la sua ispirazione veleggiava sulla voce di Astrud. Quando li scoprì, Joao rimase molto male. Il tradimento della moglie con l’amico è capitato a diversi, ma di rado che lo celebrassero tutti e tre insieme sopra un palco e sulle note di una canzone d’amore.

 

Per chi ritiene di subirlo il tradimento, come scrive Margalit, è una rottura epistemica: si verifica una vertigine della conoscenza e della fiducia e un riesame angosciato del passato e del futuro. Quante volte mi aveva già tradito? Come debbo rileggere quel singolo episodio alla luce del tradimento? Sono io a essere incapace di leggere i sentimenti di chi mi è vicino? Cosa dovrò fare della mia fiducia negli altri, da adesso?

È interessante l’osservazione che la maggiore ferita nel tradimento sia il suo protrarsi, per effetto del quale scompare tutto il tempo vissuto insieme. Nella pièce teatrale “I tradimenti” di Harold Pinter viene manifestato con chiarezza e amplificato dalla circostanza che i tradimenti sono multipli e reciproci e investono sia l’amicizia che l’amore. Pinter ci aiuta anche a riflettere su come l’omissione di sé (tacere della propria vita aspetti significativi, che coinvolgono anche il tradito, ma pure dettagli banali, che non lo riguardano) rappresenti il criterio di giudizio del tradimento dentro i legami che contemplano, per dichiarazione affettiva, un quotidiano invito nella casa interiore e non soltanto una finestra sul cortile.

 

Se la storia la scrivono i vincitori, la cronaca la scrivono i traditi: quando sentiamo parlare di un tradimento stiamo di solito ascoltando la versione di chi ritiene di esserne vittima (c’è un caso in cui, però, un traditore ha letteralmente scritto la storia, andando a  traino dei vincitori: Giuseppe, il capo della ribellione israelitica in Galilea, nel 66 d.c., quando la sconfitta era ormai certa si sottrasse con un complicato stratagemma al voto suicida che quaranta resistenti ebraici, compreso lui, avevano fatto, unico superstite si consegnò ai romani, assistette al loro fianco alla distruzione di Gerusalemme ammirato dell’organizzazione militare come di quella sociale, si ingraziò il comandante nemico Tito Flavio Vespasiano predicendogli che sarebbe diventato imperatore, ottenne la cittadinanza romana e il nome di Tito Flavio avanti a quello di Giuseppe, propagandò ovunque ai connazionali di arrendersi ricevendo sassate, poté dedicarsi alla scrittura magnificando la gloria di Roma e però anche tramandando il racconto della tradizione ebraica e contribuendo, forse in modo decisivo, a custodirne l’identità. Così lo storico Pierre Vidal-Nacquet ha potuto riabilitarlo in un testo dal significativo titolo: “Sul buon uso del tradimento”).

Nelle guerre civili o durante un’occupazione straniera il buon uso del tradimento consiste nel ricorrere a quell’accusa infamante (il traditore della patria, della quale rimane un eco nell’attentato di alto tradimento previsto da molte costituzioni) per imporre la confluenza nelle proprie file dei pavidi o degli indecisi. La Francia ancora si interroga se il regime collaborazionista di Petain abbia infangato o salvato il paese. In Italia, trascorso l’8 settembre il “tradimento” si elevò a chiave di lettura principale della condotta dei vertici (il re, Badoglio, Mussolini, il Gran Consiglio del Fascismo) e della scelta di campo di chi prendeva le armi.

 

Quanto deve essere rilevante una condotta perché si possa definire tradimento? In campo sentimentale è in corso un dibattito molto variegato sulle chat condotte all’insaputa del partner. A volte le coppie scelgono, più o meno consapevolmente, di utilizzare la ritualità di un tradimento innocuo, come il flirt che rimane allo stadio digitale-virtuale, nella tutela della coppia. Si accetta che l’altro finga di tradire (del resto, già prima di Internet qualcuno ha teorizzato che pure qualche piccolo tradimento vero fortifichi i partener, dotandoli dall’esterno di quel brio rigenerante che la monogamia stenterebbe a mettere in circolo).

Le regole non scritte di una coppia, specialmente in certe epoche, possono pervertire l’obbligo di sincerità: nel romanzo di Madame Lafayette, la principessa di Clèves confessa al marito la sua passione per il duca di Nemours e lo prega di allontanarla dalla vicinanza di quello perché la sua intenzione è di non tradire il legame coniugale. Il Principe muore per il dolore. La principessa (che castigherà se stessa conservando il patto di fedeltà anche nella vedovanza, ritirandosi in convento) non ha tradito per il fatto di aver desiderato: al contrario, la forza di una fedeltà si misura nella capacità di opporsi al desiderio. Ma la principessa di Clèves mostra come, anche nella condivisione, vi sia un eccesso che sconfina nel tradimento del suo spirito.

Nel campo pubblico l’esempio più vistoso di un uso distorto del concetto di tradimento è quello addebitato agli sportivi, ai calciatori specie, che si trasferiscano da una squadra all’altra (magari della stessa città), essenzialmente per ragioni economiche. È vero che questo passaggio sarebbe emotivamente impossibile per un tifoso, che proietta il suo attaccamento disinteressato (prescindendo dal valore compensativo che riveste a livello inconscio nei casi di maggiore accanimento) su una persona che persegue obiettivi pratici. L’eccezione è semmai la fedeltà, ma questo, come nel caso di Francesco Totti, la rende ancora più fenomenale. Il suo giro dello stadio al termine dell’ultima partita della vita commosse i tifosi di qualsiasi fede proprio perché era come un credente che compisse il suo percorso di pellegrinaggio non verso Santiago di Compostela ma sulla corsia della Salerno-Reggio Calabria, usata da tutti banalmente per arrivare a destinazione.

 

Se condividiamo la definizione che dell’amicizia diede Francesco Alberoni (la forma etica dell’eros), è quello il campo in cui il tradimento risulta più odioso. Ciò è tanto più vero per l’adolescente, che considera l’amicizia una forma integralista di pratica della sincerità: per giunta la sua identità è ancora fragile e reclama un Noi cui appoggiarsi. Eppure, come Gesù da Giuda, anche l’adolescente ha bisogno a un certo punto di essere tradito (e lo farà, a costo di cercarsi accuratamente un traditore): è un doloroso rito di iniziazione che introduce alla sua crescita e indipendenza. Anche se il primo tradimento, come il primo amore, mai verrà dimenticato.

 

Qualche anno fa la sessuologa Kathya Bonatti ha suscitato un certo (direi studiato) scalpore con un libro in cui presentava il “diritto di tradire” come un atto d’amore verso se stessi, in quanto rispettoso del benessere psicofisico e dell’inevitabile corso evolutivo della personalità e dei sentimenti.

Il principio di non tradire se stessi è ovviamente molto popolare nell’età dell’individualismo radicale. In qualche modo è sacrosanto, davvero: non rimane nulla da offrire agli altri quando abbiamo spogliato noi stessi di noi stessi. Ma sarebbe riprovevole un puro e aproblematico atto di abbandono al fluire della vita. Chi non intende tradire se stesso deve pur sempre domandarsi se può riuscirci evitando di tradire gli altri; e poi considerare, nel conto del suo obbligo di non tradire, anche la propria biografia e la propria memoria. Memoria che, nell’ambito dei tradimenti gioca sempre un ruolo importante: è per questo che tra i peggiori va annoverato il tradimento della memoria di una persona cara che non è più in vita, se non attraverso la memoria.

Di | 1 Giu 2018|Limite di velocità|

Un commento

  1. Flipin 11/11/2018 at 16:26 - Reply

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