Dal sillogismo al freelogismo. Cosi’ cambiano i ragionamenti pubblici

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Questo articolo è scritto da Remo Bassetti

 

Le righe che avete appena letto formano la classica figura del sillogismo, considerato un ragionamento dimostrativo.

In realtà, per essere esatto, avrei dovuto scrivere “Quasi tutti” e ciò avrebbe inficiato il seguito del sillogismo (per quel che si dice un difetto di “distribuzione” che qui non ci interessa chiarire). Così è un sillogismo valido (formalmente) ma non (del tutto) vero.

 

Il sillogismo aristotelico si compone di due premesse e una conclusione, e quindi complessivamente di tre proposizioni. Consta di un termine medio che deve essere contenuto nella prima e nella seconda, di un termine minore e particolare che deve essere contenuto nella seconda e nella terza (come soggetto) e di un termine maggiore e universale che deve stare nella prima e nella terza (come predicato). Il più noto sillogismo rimane

 

Tutti gli uomini sono mortali

Socrate è un uomo

Socrate è mortale

 

Non si tratta solo di un ragionamento dimostrativo (cioè rivolto ad altri) ma anche di una delle forme logiche che adoperiamo per il nostro agire quotidiano, pur se non ce ne rendiamo conto.

 

Tutti i clienti vanno accolti gentilmente

Questo signore che si è accomodato è un cliente

Questo signore va accolto gentilmente

 

Come Aristotele insegna, del sillogismo viene fatto ampio utilizzo nella retorica, dove il trucco consiste nel fatto che la premessa è incerta o addirittura falsa. E’ ovvio, infatti, che il limite del sillogismo è di trarre conclusioni esatte solo se le premesse sono esatte. Un giocatore della Juventus potrebbe dire:

 

Tutti gli juventini sono immortali

Io gioco nella Juventus

Io sono immortale

 

A chiunque è evidente che la correttezza di quest’assunto è meramente formale. Eppure, ai tifosi avversi ancor più che agli juventini, suona in qualche modo vera, perché adoperano l’aggettivo “immortali” in senso metaforico, e ne traggono la conclusione che, quando la Juventus sta perdendo, la forza caratteriale dei suoi giocatori (gli antipatizzanti diranno anche l’ascendente sugli arbitri) finirà ad un certo punto per ribaltare la partita anche se la Juve era stata data sportivamente per “morta”.

 

Il sillogismo, in effetti, viene da tempo impiegato specialmente su termini che richiedono un importante lavoro interpretativo di chi ascolta. Se l’immortalità juventina si presta a una sola deviazione metaforica, altre parole (come, esasperando un po’ la questione, ha perorato la filosofia analitica nel Novecento) sono dei gusci vuoti e se non abbiamo un accordo su come declinarle rendono impossibile comprenderci fra noi. Così, in politica, un sillogismo fondato sulla parola “trasparenza” dovrebbe essere inattuabile in termini di verità, dato che ciascuno rende il concetto in un modo diverso (l’episodio del portavoce Casalino, comprensivo delle reazioni che ha generato, si presterebbe a un trattato). Ciò non impedisce (e anzi sollecita) che la politica costruisca perpetuamente sillogismi retorici su termini astratti e non condivisi, che non possono essere provati come veri ma neppure come falsi (e quindi vengono accolti da coloro che desiderano siano veri).

Aristotele chiamava entimema il sillogismo compresso: se dico che il mio cane mangerà nella ciotola sto implicitamente dando conto che “tutti i cani ecc.”.

Il fatto che molti i sillogismi viaggino per entimema occulta il fatto che le loro premesse sono fallaci. Non nel senso che siano false, ma proprio che non rispettano le regole formali del sillogismo. Più che delle premesse si avvantaggiano dell’esistenza di un sillogismo falso che le giustifica.

Prendiamo il caso del ponte di Genova. Su Repubblica, ad esempio, la prima titolazione dava conto del fatto che tredici persone, le prime indagate, sapevano che il ponte poteva crollare.

E’ indubbio che diverse condotte intorno al ponte di Genova siano state da mascalzoni, e che esistano sicuramente responsabilità per scarsa diligenza: ma una cosa è sapere che il ponte avrebbe bisogno di lavori di ristrutturazione e un’altra sapere che, in assenza di quelli, il ponte crollerà senza avvertimento. Riprendendo l’esempio di prima, potremmo dire che qui si gioca sul termine “responsabilità”, anche sovrapponendo il piano morale e quello giuridico.

Potremmo in teoria ricondurre il sillogismo all’interno del tradizionale falso sillogismo

 

Tutti quelli che non hanno eseguito i lavori di ristrutturazione dopo avere letto la relazione del comitato sapevano che il ponte sarebbe crollato

A non ha eseguito i lavori di ristrutturazione dopo aver letto la relazione

A sapeva che il ponte sarebbe crollato

 

Ma non ne coglieremo l’essenza più profonda e la qualità di efficacia. Il sillogismo posa su un altro, ben più grande, sillogismo, che ultimamente ha assunto quasi la forma di una credenza religiosa.

 

B ha sempre una colpa se muore A

A è morto

B è colpevole

 

dove B può essere il medico curante, l’insegnante scolastico presente a scuola durante un incidente, il giudice di vigilanza che ha tenuto il condannato in carcere. O il gestore dell’autostrada.

L’abnorme casistica giudiziaria mostra che non accettiamo più l’ipotesi della fatalità (mi ripeto per non essere frainteso: nel caso di Genova ci sono responsabilità gravissime, e sarebbe improprio parlare di fatalità. E’ un macroesempio di cui mi servo. Rimane però il fatto che l’identificazione della colpa con la previsione del fatto potrà essere stabilita solo dalla magistratura).

 

Un altro esempio tratto da Repubblica è il modo in cui è stata porta la notizia di una correlazione tra la stretta sugli ingressi regolari e l’aumento della clandestinità. Come se fosse

 

I governi che restringono gli ingressi ai cittadini aumentano la clandestinità (invece di risolvere il problema)

Questo governo sta restringendo gli ingressi

Questo governo sta aumentando la clandestinità

 

Qui il rinforzo del sillogismo starebbe nel riscontro statistico che supporterebbe la conclusione.

Gli argomenti demagogici e semplicistici contro l’immigrazione sono brutti. Però contrapporre argomenti altrettanto insulsi e semplicistici non porta da nessuna parte. E’ ovvio che se riduco gli accessi e restringo gli spazi di legalità della presenza sul territorio la clandestinità proporzionalmente cresce. Di 10 immigrati, il numero complessivo sarà sempre uguale ma i clandestini saranno, per dire, 6 invece di 4. E però l’oggetto della discussione è proprio quello, se gli irregolari (da espellere poi dal territorio) debbano essere 4 oppure 6.

Nella notizia non è irrilevante che il rinforzo statistico venga apposto alla conclusione e non alla premessa, benché, in un sillogismo vero, la certezza della premessa sarebbe teoricamente sufficiente a rendere certa la conclusione (salvo poi verificare, come nel primissimo esempio di questo articolo, che la premessa andrebbe letta come “alcuni governi” e non “tutti i governi” condannando il sillogismo alla base).

 

Ma in casi come questi, la premessa esiste di suo veramente? O è la proiezione di un diverso, più esteso e fallace, sillogismo? O è addirittura tratta da un puro desiderio dell’ascoltatore, che chi pone il sillogismo vuole soddisfare? La politica dell’attuale governo è infarcita di simili sillogismi zoppi.

 

(Tipo

Il ministro del Tesoro deve trovare i soldi, se no che Tesoro ha?

Tria è ministro del Tesoro

Tria deve trovare i soldi, se no che tesoro ha?

 

 

In realtà, siamo oltre il sillogismo. Quelle di cui stiamo parlando non sono neppure conclusioni tratte da premesse improprie. Sono le premesse ad essere tratte dalle conclusioni. Per ogni conclusione desiderata si cercano delle premesse che la giustifichino, e inevitabilmente il testa-coda conduce fuori strada.

In omaggio alla globalizzazione propongo di chiamare questo schema argomentativo freelogismo.

Di | 28 settembre 2018|10, Limite di velocità|

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