Cari ragazzi che andate in giro con le cuffie

>Cari ragazzi che andate in giro con le cuffie

Tutti gli adolescenti, da quando esiste l’adolescenza, hanno la giornata terribilmente piena, anche quando apparentemente non fanno nulla.

Sono in effetti impegnati in quell’esaustivo e sfinente lavoro che è divenire, e quanto meno sanno quali parole seguano questo verbo (perché dire che quanto li occupa è divenire adulti è banale, insufficiente e, dalla loro prospettiva, profondamente sbagliato) tanto più sono assorbiti dal compito. Così si comportano come chiunque debba fare qualcosa di importante: cercano di non essere disturbati mentre la fanno. Il meno che ci si deve aspettare da parte di chi si sta confrontando con lo sviluppo della propria identità è che giri, anche in casa, con affisso in petto un cartello che riporta lo stesso titolo di quella deliziosa canzone del Banco di Mutuo Soccorso (coloro che furono adolescenti negli anni ’70 ben la ricorderanno): “non mi rompete”.

Che benissimo interpreterebbe sia l’esigenza di non essere distolti dalle proprie autocentrate meditazioni sia la dichiarazione di fragilità del ceramista che sta plasmando la forma di se stesso.

 

Se in effetti a casa l’isolamento può essere raggiunto chiudendo la porta della camera, in strada per anni l’unico accettabile surrogato della porta sono stati gli occhi bassi. Il processo di crescita coincide con un progressivo innalzamento dello sguardo. A seconda di come quella  crescita si è svolta lo sguardo sarà empatico, curioso, rapace, sprezzante, accogliente. Questo tipo di sguardi gli adolescenti imparano benissimo a esprimerli quando sono in gruppo. Ma per arrivare a decidere (senza sapere di avere deciso) come sarà lo sguardo che si alza quando si esce da soli bisognerà infilare il contenuto in quell’accidente di divenire.

 

Quel che capita oggi è che, per non essere disturbati, i ragazzi che stanno da soli hanno a disposizione uno strumento in più. Lo smartphone, penserete voi. Macchè. Non c’è nulla di più disturbante dello smartphone per uno che deve portare a termine un lavoro concentrandosi. Quello è un fenomeno diverso: in Germania lo hanno rubricato sotto il nome di “snombies” (smartphone zombies), riferendosi a chi cammina disinteressandosi dell’ambiente- incluse le auto che arrivano a un passo dall’investirlo, tanto che in Cina e Belgio stanno realizzando apposite aree di camminamento perdonale- e si dedica solo ai messaggi e alle app. Ma non riguarda mica solo gli adolescenti! Anzi, una discreta parte sono adulti che, assai più dei nativi digitali, perdono pure ogni disinibizione verbale quando sono assorbiti da una conversazione telefonica in uno spazio pubblico. Poi, certo, capita anche ai ragazzi, e il loro essere “snombies” a volte, nel contatto che stabilisce nella connessione con i coetanei, rientra a buon diritto nel lavoro del divenire; altre volte invece è una fregatura, perché il bip che li chiama all’appello, ordinando le scadenze della loro agenda mentale, da quel lavoro li distoglie. In questi casi non sono ragazzi di vita (in senso esplorativo, non pasoliniano) ma ragazzi di dita.

Diverso però è quando hanno gli auricolari alle orecchie o le cuffie in testa per ricevere la musica dallo smartphone o da un ipod. Non è una novità in senso assoluto, perché risale ai walkman degli anni ’90: in un suo monologo l’attore Marco Paolini diceva che i walkman hanno ucciso l’attivismo e l’impegno politico, perché hanno allontanato i ragazzi dall’osservazione della realtà sociale. Non sarà però un’erronea inversione tra causa ed effetto? Non è più probabile che lo spettacolo dell’inaridimento della vita collettiva offerto dagli adulti abbia reso più accattivante il ripiegamento sonoro?

 

Peraltro, come dicevo, l’esigenza di quell’isolamento protettivo è ben più antica della musica in cuffia. Recente, semmai, è che la vita venga costantemente attraversata da una “colonna sonora”: una buona parte degli spazi pubblici (e naturalmente la quasi totalità delle manifestazioni espressive sugli schermi) sono accompagnate da una musica che li sovrasta, li asseconda, contribuisce a disegnarne lo sfondo. Personalmente, quando vedo una scena per strada che mi interessa e ho a portata il mio ipod, sono affascinato dalla possibilità di rileggerla dotandola, alle mie orecchie, di un accompagnamento musicale ad hoc che la trasforma al mio sguardo.

I ragazzi con la cuffia non solo si isolano (e come abbiamo visto questo non accade per forza per aggressività o paura: è il cartello “non mi rompete”) ma creano anche una “colonna sonora” del loro stato d’animo. E come nella realizzazione di un film la scelta delle musiche è un elemento estetico decisivo, così nell’auto-rappresentazione identitaria svolge una grande funzione di supporto.

Non insisterei neppure sulla tesi che la musica in cuffia perde la sua protensione sociale, perché dal punto di vista neuroscientifico sarebbe inesatto e perché abitudine degli adolescenti d’oggi, al contrario, è condividerla attraverso i social.

 

Ovviamente ci sono controindicazioni pratiche: la distrazione (che però non dipende direttamente dalla musica) procura più incidenti, la sordità a quanto pare nella giovani generazioni è in netto aumento (ma basterebbe non eccedere nel volume). Quel che qui mi interessa tuttavia sono le controindicazioni personali, che alla luce di quel che ho scritto non riguardano l’indossare le cuffie o gli auricolari ma nell’incapacità di separarsene. Cioè nel camminare, quando si è da soli, sempre con le cuffie o gli auricolari.

Facciamo un passo indietro nell’età, e uno avanti. Una delle massime aspirazioni dei bambini, che lo sguardo lo tengono avidamente molto alto, è intercettare un coetaneo e chiedergli: “Come ti chiami?”. E’ una domanda che non ha alcun valore se non quello di promettersi una relazione, e che in effetti non di rado è persino quella iniziale di un contatto. Al polo opposto c’è lo scambio dei biglietti da visita tra adulti, che ha uno scopo eminentemente funzionale e segue un contatto che, almeno di partenza, ha un obiettivo utilitaristico. Credo che questo sia l’aspetto nel quale meno l’adolescente dovrebbe avere fretta di staccarsi dal mondo infantile e aggregarsi a quello degli adulti, anche se normalmente per lui le presentazioni sono in coda a un principio di conoscenza che ha richiesto qualche interazione in più. Rintanarsi nella cuffia equivale all’impossibilità di porre e sentirsi porre quella chiamata sociale, bellissima quanto più è prematura e futile: “Come ti chiami?”.

L’adolescente che si ritaglia uno spazio di attenzione tutto suo, ritraendosi costantemente da quello che la strada gli offre, non si espone solo a un problema di udito: egli rischia di intorpidire l’intero apparato sensoriale e di sottrarsi all’agguato dell’imprevisto, coltivando in questo modo un’ossessione che sarebbe tipica dell’età avanzata. Il lavoro del divenire, che comprende la necessità di manifestare (qualche volta anche in modo inevitabilmente aggressivo) l’autonomia rispetto agli adulti più vicini si sta convertendo in quella pretesa di autarchia che è l’indifferenza al mondo esterno, salvo quello nel quale si è già direttamente implicati.

E così non come adolescenti si torna a casa dalla strada, ma come quegli adulti ingabbiati nel loro tran tran. Cioè, l’opposto assoluto della scoperta che affianca il divenire.

Per questo, ragazzi, qualche volta toglietele, quelle cuffie.

Di | 28 Luglio 2017|Limite di velocità|

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