Lui pensa che io creda che lei pensi… Frasi complesse che ci insegnano a vivere

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Lo psicologo Robin Dunbar è noto specialmente per il numero 150. A lui si deve infatti (a partire dallo studio delle scimmie) la deduzione del numero massimo di relazioni che una persona è seriamente in grado di mantenere. Si possono avere anche 20.000 amici su Facebook (in verità no: con un profilo se ne possono avere 5000) ma quelli con cui si svolgerà l’interazione non supereranno i 150.

Meno noto è un altro filone di ricerca di Dunbar che porta anch’esso a dare “numeri” e che è stato rammentato di recente in un libro straordinariamente dotto di Michele Cometa (“Perché le storie ci aiutano a vivere”): i livelli di intenzionalità multipla. Intenzionalità è un termine che ogni filosofo tende a ricostruire come più gli aggrada. Il senso attualmente più diffuso, tuttavia, è di derivazione fenomenologica e riguarda gli stati mentali rivolti verso un oggetto. Credere, pensare, desiderare e così via.

Anche se gli stati mentali sono interni, gli esseri umani hanno la capacità di riconoscere quelli altrui, con una qualità che la psicologia identifica come “mind-reading” e che si sarebbe sviluppata con l’evoluzione, al servizio della cooperazione in funzione selettiva. Se avessimo abitato a Konigsberg nel Settecento e avessimo visto passeggiare Kant alle sei e mezzo avremmo probabilmente detto: “Kant pensa che siano le sette” visto che non sgarrava mai rispetto a quell’orario. Più precisamente, però, la nostra mente avrebbe elaborato il pensiero: “Penso che Kant creda che siano le sette”. Siccome è sempre rimasto un mistero se fosse Kant a regolarsi sul suono delle campane o il campanaro a suonare la campana delle sette quando vedeva Kant, la mia certezza sul fatto che siano le sei e mezza, unita alla vista di Kant e all’ascolto della campane, potrebbe allungare la frase di un grado. “Penso che il campanaro creda che Kant pensi che siano le sette”.

 

I livelli di intenzionalità multipli sono questi. Adesso io desidero che voi che leggete pensiate che io creda che il campanaro pensasse che Kant credeva che fossero le sette. O forse non lo desidero ma voglio confondere le acque e farvi credere che lo desidero. Ecco, Dunbar, la cui impostazione teorica potrebbe riassumersi in “c’è un limite a tutto”, sosteneva che gli esseri umani, tendenzialmente, sono in grado di seguire quattro gradi. Cinque se sono davvero in gamba, o se sono scrittori. Lo scrittore, osservava Dunbar, ci mette sempre un grado in più proprio perché (come, nel mio piccolo, ho appena detto) vuole qualcosa dal lettore. Così Shakespeare voleva che il pubblico capisse che Iago vuole che Otello creda che Desdemona desideri amare qualcun altro (pare che Virginia Woolf e Jane Austen riuscissero a maneggiare le asserzioni fino al sesto livello).

Si percepisce un collegamento tra non essere più di 150 e faticare ad andare oltre un certo grado di intenzionalità multipla, quasi un livello corticale di auto-regolazione cognitiva per evitare il collasso dell’informazione. Eppure, se riconosciamo nel mind-reading un connotato evolutivo, dovremmo immaginare che con il trascorrere delle generazioni il livello multiplo si consolidi o addirittura incontri un blando incremento. Cioè, la catena “lui pensa che l’altro crede” dovrebbe essere maneggiata con più facilità. E’ grazie a questo potere umano che possiamo più facilmente raccontare balle ma anche creare l’empatia e la collaborazione che fanno nascere e tengono in vita una società.

Non sembra affatto, però questo il segnale che proviene dalle interazioni sociali. Sarà perché si leggono pochi libri, e dunque si è meno allenati? Come abbiamo detto, la letteratura è un settore contiguo al mind-reading. Ricordo una volta di avere detto a un manager, che leggeva solo saggi e mi opponeva che non aveva tempo da perdere con l’intrattenimento della narrativa, che la narrativa funziona molto meglio dei saggi per capire come funzionano i rapporti (e devo dire che ne fu molto colpito). Forse è più corretto dire che le due categorie (saggistica e narrativa) si completano. Quelle che stanno  sparendo dagli scaffali, peraltro, sono alcune forme di saggistica. La narrativa, che ancora resiste ( e che comunque è sempre stata frequentata da una quota ridotta dell’umanità), si è trasferita verso generi meno raffinati, ma che (questo però è il pensiero di Michele Corona) affinerebbero il mind-reading, come il romanzo giallo. Personalmente, trovo che il romanzo giallo di consumo (non quello di Simenon, per capirci) navighi al largo da quelle complessità psicologiche che restituiscono un mind-reading vitale. Semmai, alcune serie americane, grazie anche al vantaggio della durata, contengono livelli di  intenzionalità multipla paragonabili a quelli del romanzo (Breaking Bad ne è esempio eccellente).

Più preoccupante mi pare la tendenza alla semplificazione che impongono le piattaforme dei social. Ho già scritto in altra occasione che le persone mediate dal dispositivo vengono percepite come parte del dispositivo stesso (e quindi come “problemi” da ricondurre a efficienza). La tecnologia digitale ha anche il difetto di peggiorare la nostra attenzione (la nostra memoria a breve termine si sta uniformando a quella dei pesci rossi).

Siccome poi il numero di asserzioni intenzionali che si riescono a controllare è legato all’uso del linguaggio, è evidente che la contrazione del linguaggio diseduca alla sua diramazione. Ragionare per gradi di intenzionalità implica un uso delle subordinate che la comunicazione abituale tende a bandire. Nell’ostilità verso le subordinate il problema del linguaggio e quello dell’attenzione vengono a convergere.

Ma focalizzarsi soltanto sul numero di asserzioni intenzionali porterebbe alla luce solo una parte del problema, e non necessariamente la più rilevante.

 

Prendiamo le teorie del complotto, che non sono di sicuro una novità. Potremmo pensare che una teoria del complotto nasca da un eccesso di intenzionalità multipla: attribuiamo cioè credenze e desideri a persone che non ce l’hanno. Ora, se è vero che il livello di intenzionalità multipla è in discesa epistemica, come mai le teorie del complotto prosperano sempre di più? La risposta potrebbe essere che, a fianco di una eccessiva, esiste anche una forma difettiva delle asserzioni multiple. Sono spinto a pensare a un complotto non solo se “penso che un gruppo di persone vuole che qualcuno creda che noi desideriamo che altri vogliano” ma anche se “penso che qualcuno stia complottando”. In un caso mi spingo troppo oltre le intenzioni in circolazione, nell’altra recido di netto tutta la catena e mi fermo alla mia credenza. Ma è poi davvero una credenza?

Qui arriviamo al punto critico. Il mind-reading ha un esito cattivo non solo quando non considero completamente le intenzioni di tutti gli agenti ma anche quando le fraintendo. Nel complotto esteso che ho preso come primo esempio basterebbe invertire alcune stati mentali (collocando credenza dove c’è desiderio e viceversa) per arrivare a conclusioni diametralmente opposto riguarde all’esistenza di un complotto. L’errore può riguardare però anche me stesso: io potrei credere che sto credendo qualcosa che, più precisamente, desidero credere. Ecco quella che mi pare la malattia più dannosa. Rimanere inchiodati a ciò che si desidera (per non prendersi delle responsabilità, per non guardare in faccia la realtà, per non fare la fatica di istruirsi) costruendosi, il più delle volte inconsciamente, una credenza che non si intende mettere in discussione nel confronto con altre credenze.

Per meglio comprendere la gravità della questione, ricordo che tra gli stati mentali intenzionali, oltre le credenze e i desideri, vengono incluse le esperienze. Dato che abbiamo parlato di asserzioni abbiamo lasciato fuori le esperienze, come se le prime avessero a che fare con la coscienza e le seconde con la percezione. In realtà questa distinzione dal punto di vista filosofico è puramente convenzionale ( e secondo il filone dominante nelle neuroscienze radicalmente sbagliata: anche se poi il contenuto dell’errore varia a seconda delle posizioni dottrinali).

Certo è che se la percezione è sbagliata (Otello pensa di vedere il fazzoletto di Desdemona ma ha un’allucinazione, si tratta della biancheria intima di Iago) non solo cambia la trama del dramma ma l’esperienza, pur continuando a conservare la sua caratteristica di esperienza è anche una credenza (e se fosse in trattamento psicoanalitico, Otello potrebbe essere definito, ad onta delle apparenze, come uno che desidera pensare di avere quella percezione). In una situazione della vita quotidiana tutti saremmo d’accordo (almeno tutti quelli che abbracciano una visione realistica: le cose esistono indipendentemente da noi, siamo poi noi che le investiamo con lo stato mentale) che c’è una profonda differenza tra l’esperienza e la credenza. Se così non fosse chi desidera alla follia di visitare la Birmania, ma non se la può economicamente permettere, potrebbe risolvere il problema con un paio di sedute di ipnosi invece che differendo il viaggio a tempi migliori. Quel che accade nello scambiare la credenza con il desiderio è altrettanto distorsivo. E’ proprio come vivere un’esperienza falsificata.

 

Al centro del dibattito contemporaneo c’è la contestazione della separazione tra mente e cervello, e in ultima il dubbio sul fatto che esista quella che per secoli abbiamo identificato come coscienza. Ma al minimo bisogna riconoscere alla coscienza un significato sociale: la coscienza è quella forma di onestà intellettuale ( e di intelligenza emotiva dello spirito) che ci esorta a formare le nostre credenze a prescindere dai desideri e a indagare gli altri senza fraintenderne le intenzioni.

Se avete trovato tutto questo troppo complicato, vi prego, rileggetelo. E magari condividetelo con qualcuno. Non più di 150, però.

Di |2020-09-11T15:16:40+01:0014 Luglio 2017|Limite di velocità|

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