Fregarcene dello Yemen

>Fregarcene dello Yemen

Sporadicamente appare qualche notizia sulla guerra civile nello Yemen. Questa settimana 17 Ong, capeggiate da Save the Children, hanno lanciato un appello alla riapertura del porto di Hudaydah per consentire l’arrivo di cibo e carburante e scongiurare una carestia che potrebbe provocare otto milioni di morti. Parecchi più dei 20.000 circa, metà dei quali civili, che sono stati uccisi dai bombardamenti e delle 2000 vittime del colera e della difterite.

 

Cinquant’anni dal Sessantotto. Fra i tanti cambiamenti sociali spicca il totale disinteresse verso quel che di tragico accade nel mondo, oggi inglobato nel flusso disordinato di informazione targettizzata che viaggia sui media (e non solo quelli digitali). Ogni tanto qualche crisi internazionale fa breccia per qualche tempo, come è stato per la Siria. Lo Yemen quel muro del silenzio non l’ha mai sfondato, e già nel 2016 (la guerra civile era scoppiata nel 2015) il New York Times se ne domandava la ragione. La risposta era che in quel conflitto è difficile individuare i “buoni” (in realtà è diventato poi difficile individuarli anche in Siria) fra gli houti sciiti che hanno conquistato la capitale Sana’a e i sunniti che controllano il resto del paese, in mezzo a tradimenti e divisioni intertribali del loro fronte interno (l’ultimo a farne le spese è stato, alla fine del 2017, l’x presidente Saleh, nel 2012 rimosso dai sauditi, in seguito accordatosi con i ribelli, prima di ricambiare fazione ed essere ucciso). Per poi declassare sbrigativamente il massacro in corso come una guerra per procura tra l’Iran e l’Arabia Saudita.

 

Qualcuno dall’Italia, in realtà, segue con attenzione quel mattatoio. Si tratta dell’azienda sarda Rmw, posseduta da colosso tedesco Rheinmetall, che fabbrica bombe aeree e nel 2016 ne ha consegnate all’Arabia Saudita, con l’autorizzazione del governo italiano, per 411 milioni (una recente inchiesta ancora del New York Times, ancora, ha rispolverato la vicenda con ampia documentazione) e tuttora continua la fornitura. Il governo ha risposto che l’Italia osserva le convenzioni internazionali e che non è in corso alcun embargo nei confronti dell’Arabia Saudita, nascondendosi dietro la debole (ma comunque negativa) posizione del Parlamento Europeo. Tuttavia l’Arms Trade Treaty, e anche la legge italiana 185/90 vietano la vendita di armi a uno stato che se ne serva per compiere violazioni dei diritti umani, quali certo sono i tiri al bersaglio sui civili yemeniti compiuti dai sauditi. E’ già singolare che in Italia, paese che per Costituzione “ripudia la guerra”, si continuino a produrre bombe aeree (un’inapplicata legge del 1990 imporrebbe l’intervento dello stato per assicurare la graduale riconversione a fini civili delle industrie nel settore della difesa): assurdo poi che risultino impiegate in un conflitto del genere, che presenta pure l’aggravante di peggiorare gli effetti politici per l’occidente. Infatti, dall’inizio della guerra non solo si è rinforzata la posizione delle cellule di Al_Qaeda (le stesse dell’attentato alla redazione di Charlie Hebdo), che ora controllano a loro volte una fetta di territorio, ma si è infiltrato anche l’Isis. Alcune nazioni, fra cui Germania, Svezia, Paesi Bassi e Norvegia, hanno sospeso l’invio delle armi. Eppure l’interesse internazionale, non parliamo poi di quella che una volta si chiamava opinione pubblica, è inversamente proporzionale alle ricadute negative che (già, la globalizzazione è anche questo) possono spingersi parecchio lontano del posto in cui si sono prodotti i primi effetti di un conflitto.

 

Ma in fondo cosa ci importa dello Yemen? Non esporta materie prime significative e il suo petrolio è in via di esaurimento; la popolazione è la seconda più elevata del Medio Oriente (27 milioni) ma non economicamente rilevante, tant’è che il reddito pro capite è il peggiore dell’area, 2251 dollari contro i 133.040 euro del Qatar o i 53.565 dell’Arabia saudita.  Non ha migranti che viaggiano verso le nostre coste, e anzi i sauditi hanno rispedito nella loro patria 200.000 lavoratori. Nemmeno mai stato una meta turistica, lo Yemen, con quel perpetuo rischio di violenza, ben viene manifestato dal terzo posto mondiale che il  paese occupa per numero di pistole in rapporto agli abitanti, 54,8 ogni mille. Lontani, in verità, dal primato degli Stati Uniti, che ne contano 90.

Di | 19 gennaio 2018|Limite di velocità|

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