I fattorini di Foodora, le tasse di Google e la cecità dei cittadini

>I fattorini di Foodora, le tasse di Google e la cecità dei cittadini

Alle aziende-piattaforma cominciano a creare qualche problema di immagine, e forse giuridico, i salari miserabili con cui remunerano i lavoratori e la totale assenza di garanzie per costoro. Dopo le polemiche sugli autisti di Uber, nel mirino sono ultimamente i fattorini di Foodora. Inevitabilmente, quel che per le imprese è un problema aziendale per i consumatori è un problema morale.

 

Non è certo la prima volta che i risparmi di chi acquista un bene o un servizio sono fondati sullo sfruttamento della manodopera, e talvolta è accaduto persino in maniera più odiosa: basti pensare ai bambini che cucivano i palloni della Nike. C’è però una differenza nel tipo di rimozione (un argomento, le tipologie di rimozione, che affronterò prossimamente) tra chi compra un bene già prodotto utilizzando lavoro sottopagato e chi ordina un servizio, sapendo che si materializzerà ex novo grazie al lavoro sottopagato. Non parlo della sostanza della questione: secondo il filosofo Singer affamiamo un bambino ogni volta che ci abbuffiamo invece che mandare i soldi in beneficienza. Non parlo neppure di una differenza dal punto di vista produttivo: il bambino che ha cucito il pallone è la parte già integrata di un’organizzazione al pari del fattorino pronto a scattare sulla sua bici con la pizza calda. Ma c’è un aggravante psicologica in chi, ordinando la pizza, commissiona in quello stesso momento anche un delitto (in senso sindacale), senza “limitarsi” a beneficiare di un delitto già commesso. Ovviamente, la particolare posizione del cliente di Foodora o di Uber metterebbe il cliente in condizione di riparare personalmente a quel singolo torto con una mancia particolarmente generosa. Ma se stiamo a parlarne è perché di solito non è quanto accade: il movente (con Uber ancora più spiccatamente) è la convenienza, che rende il cliente meno disposto a riconsiderare la transazione con un aggravio a suo carico.

Tra la manodopera del produttore e il consumatore vi è uno scoperto antagonismo. Ma cosa dire del fatto che, proclamandone più o meno il diritto, Google, Apple e gli altri giganti del web versano una quota ridicola di tasse, in Italia inferiore a quella di un’azienda di medio-piccole dimensioni? Vero che le tasse non sono mai state un argomento di coesione, ma qui non si tratta di “solidarizzare” tra vessati, veri o presunti, ma di accollarsi, tutti, oneri del bilancio statale al posto di poche aziende super ricche.

Come mai le proteste sono così fioche?

 

Nella moderna cultura d’impresa ha fatto potente irruzione, da una ventina d’anni, il concetto di “responsabilità sociale” dell’impresa”. Si teorizza cioè che l’impresa debba dar conto non solo economico ma anche etico delle proprie condotte. La CRS (Corporate Social Responsability) è divenuta un fattore di competizione: i consumatori orientano le preferenze anche in funzione del comportamento d’impresa. Per questo, negli Stati Uniti, circa l’88% delle imprese ha un manager deputato alla CRS, o una figura analoga. Dalla CRS è emerso il concetto (qualche volta a dire il vero stilizzato e stereotipato) di “sostenibilità”, che l’impresa ha interesse a sbandierare non meno dei prezzi che pratica. E’ per via della CRS che proprio la Nike, l’orco dei palloni cuciti, non si limitò a scusarsi (che sarebbe stato in effetti un po’ poco) per quello che presentò come lo scarso controllo sui subappalti ma redasse, nel 2005, il primo modello di “bilancio sociale”. Persino McDonald è all’avanguardia della responsabilità sociale. Proprio il richiamo di questi nomi tuttavia solleva l’interrogativo: saranno slanci sinceri? Sul piano della pietas, probabilmente no! Ma il risultato, per intanto, è l’effettiva erogazione di servizi alla comunità e una serie di variazioni, socialmente favorevoli, nell’organizzazione della produzione. Occupandomi (anche) di identità culturale delle aziende, mi capita ai seminari di insistere sul punto: non state a baloccarvi troppo con il brand. Quello che oggi buona parte delle persone, in primo luogo, si chiede su un’azienda, prima di comprare i suoi prodotti è: in cosa crede? come si comporta? Con chi si schiera? Che cosa sogna? Di cosa parla? A essere convinto dell’incidenza dei temi etici negli acquisti non sono solo io (che vado anche oltre, e ritengo che entri in gioco la capacità complessiva dell’impresa di essere “presente” fuori dalla relazione di mercato): ci sono dati discretamente inequivocabili, che oltre tutto considerano questa componente crescente al crescere dei millenials.

 

Devo però riconoscere che in questa cornice le piattaforme rappresentano un’eccezione. Non che tali aziende trovino per forza aberrante compiere una buona azione: per dire, Foodora ha partecipato la settimana scorsa a Milano a un’iniziativa per i senzatetto, la zuppa della bontà (certo in questo momento con un comico effetto boomerang…) o, più corposamente, Amazon dona lo 0.50% dei suoi ricavi. Ma la CRS è più che compiere una buona azione. Se uno cerca di non pagare le imposte, ruba i dati o paga una manciata di monete agli autisti, dalla CRS sta proprio fuori.

E’ difficile darsi spiegazione del’abisso che separa l’indulgenza verso il capitalismo delle piattaforme dalla severità con cui si biasimano le deviazioni di una qualsiasi altra corporation.

Credo che, per alcune aziende, la chiave sia che non le percepiamo come tali: Google, Facebook o anche Airbnb. Mica ci vendono niente (fino a che non le utilizziamo per farci pubblicità). Noi siamo la loro merce, e questo ormai lo sappiamo. Ma ci danno un sacco di roba gratis. La loro autodifesa sulla questione fiscale non è poi tanto lontana da qualcosa come: tassarci! Con tutto quello che facciamo per il mondo!

E’ un rapporto atipico, per cui Google è quella roba che battiamo i tasti sul computer e sappiamo tutto quanto ci serve e Facebook è il nostro modo di comunicare con gli amici. Persino Apple, che pure l’Ipod se lo fa pagare a prezzo non lieve, sembra implicata quasi per caso nel possesso del cellulare che, una volta promosso a protesi della nostra identità, diventa fonte di discussione semmai col gestore telefonico (quello sì, percepito come azienda). O Amazon: ci si dimentica che paghiamo a Jeff Bezos gli acquisti culturali. Quel che prevale è che Amazon ci ha recapitato, a un prezzo minore, qualcosa che magari avevamo pure difficoltà a reperire (anche solo per mancanza del tempo di occuparcene).

Quel che intendo è che il consumatore, normalmente, mira ad ottenere condizioni di favore nell’acquisto di un bene, e ovviamente la sequenza mentale è che venga prima il bene da acquistare e poi le condizioni di favore. Ma nel caso del capitalismo delle piattaforme viaggiano davanti le condizioni di favore…e poi qualche volta arriva anche il bene da acquistare! Quando poi la piattaforma è di intermediazione viene percepita non come l’azienda che trae un vantaggio economico dalla transazione ma come quella che ci ha fatto ottenere le condizioni di favore (e quindi non propriamente come azienda).

 

Una simile novità strutturale ha messo in crisi l’ascesa di quel consumo “consapevole” (siamo anzi retrocessi allo stadio massimo dell’inconsapevolezza) che compone in funzione della coscienza civica il carrello del supermercato. Il capitalismo digitale si è imposto come un porto franco nell’osservazione dell’etica aziendale. Eppure, assai più di una qualunque azienda che il pubblico abbia voglia di penalizzare per la sua debole responsabilità sociale, è quella la concreta minaccia di bancarotta del sistema economico. Del resto era proprio l’ideologia liberale a denunciare la sconvenienza dei monopoli, e monopolisti come il gruppo della Silicon Valley non ce ne sono mai stati.

In questo caso la politica sembra assai più attenta dei cittadini. Mai come stavolta, forse, si avverte la mutilazione che consegue alla conversione integrale della cittadinanza in consumerismo. Ma in realtà, anche senza pensare alla cittadinanza, basterebbe guardare oltre il proprio naso per leggere il rischio (per molti già realtà) che il consumatore di oggi diventi lo sfruttato di domani…

Di | 6 ottobre 2017|12, Limite di velocità|

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