Però la Germania…

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Una prova inconfutabile del debole sentire europeista è la vigilia di queste elezioni. Se ne parla delle elezioni, intendiamoci, e in modo partecipativo e infiammato. Ma tutto risolvendo in un’ordalia tra coloro che, a titolo diverso, vogliono smantellare l’Europa (i pro-Brexit e i sovranisti vari, divisi a loro volta tra chi vuole un’Europa debole da mungere e chi punta a un rompete le righe) e i difensori del sogno federalista.

E integrando questo duello ridotto ai minimi termini con l’interesse per il modo in cui il voto si rifletterà nel governo nazionale, così come avviene in Italia.

 

Per quanto respingere l’incubo sovranista (che non è solo una legittima posizione di distacco dall’ideale federalista ma un attacco profondo ad alcuni principi incardinati nel sentimento democratico) sia una priorità, è desolante la latitanza di programmi circa l’Europa che verrà. Perché tutti siamo d’accordo che così com’è funzioni piuttosto male: ma, per compattarsi contro la minaccia dei sovranisti, le critiche radicali al modello vigente sono state accantonate, quasi espunte dalla campagna elettorale. Come se non fosse proprio questo un favore agli anti-europeisti, cui è stato regalato il monopolio di contestazione dell’esistente. È, ad esempio, quasi clandestino e relegato a pochi organi di opinione, il disagio verso la conduzione tedesca dell’Europa. Anche lì, offrendo una stampella al CDU, dietro il quale monta ben peggio: e però – nulla concedendo a un cambiamento di rotta – pure si gettano semi per la crescita di AfD.

 

Ciclicamente, lo scetticismo europeo si estende retrospettivamente, negando che l’unione fosse da principio una buona idea, specialmente quella monetaria. Quasi sempre nella discussione si prende uno solo degli effetti, e lo si isola pretendendo che da solo fondi un’evidenza assoluta. È evidente che a dei paesi in calo di esportazioni farebbe comodo una moneta da svalutare, e che se poi quella moneta potessero anche stamparla non si creerebbero in teoria i rischi di default dei titoli di stato. Ma non è men vero che la stampa accelerata di moneta riconduce a modelli come quello argentino o venezuelano, e che se non ci fosse stato l’euro, conti alla mano, gli interessi sul debito pubblico da restituire, per effetto dei più alti tassi, sarebbero stato quattro volte più elevati. Quanto alla svalutazione, essa risulterebbe oggi un’altra mazzata per i salariati, già messi alle corde dalla precarizzazione e dal ristagno retributivo.

Ragionando retrospettivamente, viene facile dire che la Germania ha messo nel sacco la concorrenza degli stati europei con la moneta unica: ma è ingeneroso, visto che la moneta unica fu voluta in primo luogo dai francesi pensando di ridurre la forza del marco. Nell’unione europea la Germania ha in origine speso la sua incredibile trasformazione culturale in paese pacifista e filo-atlantico. Secondo Lucio Caracciolo ha speso persino più di quel che poteva, perché non ha rinnegato solo il nazismo ma tutta la sua storia fino all’ottocento, inclusa la sua naturale appartenenza all’est piuttosto che all’ovest, e questo è un nodo che prima o poi potrebbe venire al pettine (e anzi sta già venendo).

Ma grava sulla Germania per prima – e sulla Francia per seconda – il torto di non avere spinto in favore di un’ampia espansione del bilancio europeo (oggi pari all’1% del Pil dei paesi aderenti) e di una fiscalità comune tra i vari paesi; e il torto di avere reagito alla crisi economica in modo da salvare le sue banche (impedendo poi agli altri paesi di salvare le proprie) e soprattutto in modo da difendere il suo avanzo commerciale con una politica restrittiva ed esageratamente fobica verso l’inflazione. È esatto dunque che la Germania abbia scaricato il costo della sua competitività economica sugli stati più fragili dell’unione. La nemesi è che, come dimostra il rallentamento della sua produzione, la crisi si sta ora riversando anche sulla sua economia, sui suoi consumi interni. Ma, salvo constatare che anche questa frenata tedesca potrebbe danneggiare le economie vicine, quel che preme a un italiano (come a un portoghese o uno spagnolo) è trarne la conferma che il modello è ormai logoro, e destinato a espandere la recessione.

 

Se il vero salto di qualità, a fianco del mutamento di politica economica, è l’effettiva accelerazione dell’unificazione, anche politica, dell’Europa, va pur detto che l’ultimo segnale proveniente da Francia e Germania è precisamente opposto: è la firma di un accordo bilaterale a febbraio, il trattato di Aquisgrana, che sancisce una condivisione decisionale dei due paesi su temi che – come è inevitabile – ricadono direttamente nella sfera comunitaria (con un riflesso persino sulla nostra costituzione, il cui articolo 11 ammette le limitazioni di sovranità legate a un trattato internazionale, ma a condizioni di parità; cioè se in quello stesso trattato viene a crearsi un sub-trattato da cui siamo esclusi è dubbia per ragioni sopravvenute la legittimità della nostra partecipazione al trattato). Non dico più sovranisti dei sovranisti, però…

 

Siamo dunque giunti al punto in cui si fa l’Europa, ma la si fa davvero, o si muore (nel senso di europei federati). Quest’elezione, sotto il profilo programmatico, pare un’occasione mancata. Non credo che se ne possano ammettere ulteriori. Speriamo di non vedere il sogno europeo più o meno cancellato per mano sovranista, ma da un minuto dopo – se nessuna forza politica porterà avanti un programma deciso per realizzare quel sogno – forse dovremmo cominciare ad accomodarci con la realtà, mettere in conto che sia ancor meno europea e più concretamente organizzarci perché non sia troppo scomoda. Perché scomoda, comunque, lo sarebbe, e parecchio di più di quel che raccontano i sovranisti.

Di |2020-09-11T15:00:14+01:0024 Maggio 2019|Limite di velocità|

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