Cosa cambia per noi tutti respingendo l’Aquarius

>Cosa cambia per noi tutti respingendo l’Aquarius

Il giudizio politico e lo stadio pre-politico

Quale giudizio politico dare sulla chiusura dei porti da parte di Salvini? Probabilmente il punto da cui cominciare sarebbe che non compete giuridicamente al Ministro dell’Interno chiudere i porti ma al Ministro dei Trasporti: chi ha voglia però di soffermarsi sopra simili quisquilie, specie se il capo del governo risponde alla domanda di un giornalista che non intende rispondere sul caso Aquarius, come se lo avessero disturbato per un pettegolezzo? In effetti, ciò di cui mi preme occuparmi è: in una società democratica quand’è che il giudizio politico è fuori luogo, nel senso che non deve proprio entrare in gioco?

 

Chi può negare che una politica della contraccezione efficace si gioverebbe di aborti provocati a calci in pancia? (pare che in Cina la politica del figlio unico, in passato, abbia suggerito iniziative di questo tipo). Come opporsi all’evidenza che tenere sotto tiro di un mitra i figli minorenni di un mafioso porterebbe vantaggio nella lotta alla criminalità?

Eppure c’è qualcosa che ci impedisce di considerarle ipotesi accettabili. Qualcosa che va persino al di là dell’egoismo che ci consiglia di non spingere l’arbitrio della lotta politica fino al punto in cui sarebbe plausibile essere svegliati al mattino con una rivoltella sotto il culo e quello che ce la punta dire (senza acredine): “ Mi spiace ma … capisci? Politicamente questa situazione ha un senso” (che è poi la tesi perorata dai terroristi di ogni epoca).

Sul caso dell’Aquarius mi è capitato di leggere (dichiarazioni di rappresentanti delle Ong) che salvare i migranti e farli approdare sulle coste non c’entra con la bontà ma con lo stato di diritto. Poi uno si sorprende che la gente non capisca. Personalmente impazzisco per lo stato di diritto: per la sua essenza, per la sua funzione, per la sua storia. Ma il novanta per cento delle persone che vota conosce un solo diritto, il suo. E nella presenza in qualche modo imposta (mica li abbiamo invitati) degli immigrati avverte un sopruso, un pericolo, una debolezza dello stato. Avrà ragione, avrà torto: però è un giudizio politico.

 

Mi duole moltissimo ammetterlo ma il giudizio politico sull’immigrazione (specie nella sua globalità, che comprende anche i clandestini e la marginalità in cui, non per propria colpa, vivono gli immigrati) è molto meno semplice di quanto mi piacerebbe che fosse. Per dire, l’impennata delle partenze dalla Libia verso l’Italia in cronometrica coincidenza con l’installarsi del nuovo governo merita un giudizio politico, e mi sembra difficile darne la colpa a Salvini e superficiale dire che doveva ricostruire (e quando?) la rete di alleanze che aveva tessuto Minniti. Cioè, secondo me i derelitti sul barcone glieli hanno mandati proprio come sfida e provocazione, prova dei rapporti di forza. Questo è il mio giudizio politico, sotto questo profilo per nulla sfavorevole a Salvini.

Però, nel gioco politico può entrare la risposta: e vabbè, noi non li prendiamo, chiudiamo i porti e vediamo come va a finire? Questa risposta, che ha poi avuto la buona sorte che in Spagna sia stato appena elevato a premier un socialista, implica due possibilità. La prima è che si tratti di una pagliacciata: la sparo grossa, e se proprio va male e non la bevono me li carico. Che somiglia più alla roulette che alla politica seria (insomma, se poi ti va bene ringrazi il Padreterno, non ti incazzi con Macron). La seconda è che la risposta contenga esattamente quello che dice: no, noi non li facciamo entrare nel porto. Se nessun altro lo fa vuol dire che creperanno in mare.

 

Certo, uno potrebbe dire (Salvini lo sta dicendo) che fermare gli sbarchi è uno dei modi per salvare delle vite future. Ma intanto fermare uno sbarco in corso è spezzare delle vite presenti. Una cosa è discutere dei rimpatri o dell’intercettazione delle navi sulla rotta. Quella è una discussione politica. Una cosa è aspettare che si depositino sulla riva i cadaveri. Quella non dovrebbe esserlo.

Torno alla questione dello stato di diritto. Io non penso che lo stato di diritto più solido sia quello che protegge il maggior numero di persone deboli, e neppure quello in cui il diritto naturale, che spetta a ciascuno in quanto essere umano, prevale sulle norme di cittadinanza. Io penso che un grande stato di diritto sia quello che sottrae il maggior numero di situazioni spiacevoli all’alternativa di essere o meno comprese nel diritto, nel senso che non sono proprio in discussione. Sono un tabù. Potremmo dire che la misurazione della civiltà di un paese è la capacità della politica di trasferire una serie di condizioni esistenziali a uno stadio pre-politico, insensibile alle maggioranze e finanche alla costituzioni.

 

C’è di più. In un caso come quello degli sbarchi noi pensiamo al diritto naturale (sorvoliamo qui sul fatto che probabilmente rientri anche nel diritto internazionale) perché lo osserviamo dalla prospettiva del profugo che reclama il suo diritto ad essere accolto. In quello che io intendo come stadio pre-politico si tratta di salvare noi stessi dalla libertà di farlo morire al largo.

Preferisco utilizzare l’aggettivo pre-politico piuttosto che l’aggettivo extra-politico, perché mentre il secondo è corretto per descrivere l’oggetto di una selezione, operata pur sempre dalla politica, il primo meglio descrive un evento che, preso in se stesso, non è suscettibile di essere toccato dalla politica (lo è ovviamente la sua evoluzione: cosa fare degli immigrati al largo, una volta che sono arrivati?). La sua estraneità alla dimensione politica è un’evidenza che mal tollera un cappello giuridico: è come se si parlasse di un diritto a respirare.

 

Per capire se esiste ancora una comunità non bisogna chiedersi se i suoi membri condividano i giudizi politici: del resto, quando così accade, di sicuro vige una dittatura. La morte della comunità (o perlomeno la sua crisi profonda) va invece decretata quando vi è all’interno del paese una divisione radicale riguardo ciò che può essere oggetto di giudizio politico (e quindi può essere risolto in un modo piuttosto che in un altro) e ciò che rimane allo stadio pre-politico e non ammette defezioni.

La chiusura dei porti all’Aquarius mi sembra un pericolosissimo salto di qualità perché abbassa la franchigia del pre-politico e ammette come oggetto di discussione un fatto (ripeto: non la gestione dell’immigrazione o il concetto di accoglienza ma il respingimento di una nave di soccorso) che sino ad oggi, al di là della demagogia incendiaria, veniva considerato concretamente impensabile. Tanto più sorprendente in quanto mai espresso dal partito di maggioranza relativa che è al governo ( e anzi in passato quel partito ha puntato il dito contro le stragi nel Mediterraneo). Siamo dunque collettivamente chiamati, ciascuno di noi, a interrogarci su cosa ancora, in quanto pre-politico, debba intendersi politicamente non negoziabile.

 

Quando qualcuno pronuncia un’arringa difensiva del fascismo, di solito concede che le leggi antiebraiche furono un “errore”. Riflettiamo bene alla differenza tra errore e orrore: il primo è quell’atto che è frutto di un giudizio politico rivelatosi alla prova dei fatti come dannoso o inappropriato. Nella definizione di errore c’è la piena accettazione della possibilità che l’atto venisse commesso.

E’ questo il fuoco (sì, con il fuoco, non con le acque) con il quale, adesso, stiamo giocando.

Di | 14 giugno 2018|Articoli recenti 2, Limite di velocità|

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