Storia di Landru il serial killer senza cadaveri

>Storia di Landru il serial killer senza cadaveri

Terza Puntata

Alcune affermazioni difensive non mancano di suggestione. Nessuno può negare che Landru sia stato assai accorto nel far scomparire ogni segno delle vittime. Perché mai, domanda allora l’imputato, mi sarei preso la briga di arrivare in treno a Gambais con queste donne, e dalla stazione percorrere a piedi i dieci minuti sino alla villa, con l’alta probabilità di incontrare qualcuno che potesse poi riconoscere me e l’accompagnatrice? Avrei piuttosto preso la macchina, che possedevo, eliminando questo rischio.

È vero, perché l’avrebbe fatto? Probabilmente la sua unica debolezza fu un cedimento dongiovannesco, l’ostentazione della conquista, lui, che non aveva certo le sembianze di un adone. Molto spesso, viene da chiedersi come mai la grande maggioranza degli stupri avvenga a volto scoperto, con il violentatore che, terminato l’abuso, avverte la donna: “E adesso guai a te se parli”. Se non venisse lanciata questa sfida, sarebbero molti di più gli stupri che rimarrebbero impuniti. Per garantirsi la sicurezza, converrebbe certo al maniaco rendersi variamente irriconoscibile. Ma nel possesso violento della donna, lo stupratore afferma in modo distorto la sua virilità: il suo desiderio intimo è che alla vittima, alla fin fine, tutto questo piaccia, che lo ricordi per sempre come un grande amatore, riconoscendo per eccellente proprio quella virilità fragile e insicura che è alla radice dell’aggressione. Per questo egli non può rassegnarsi all’anonimato. La mancata identificazione renderebbe imperfetta l’apoteosi della sua virilità celebrata dal godimento della preda.

Nelle riflessioni sulle gesta di Landru l’elemento sessuale è stato sempre relegato su un piano di irrilevanza, ampiamente sopravanzato dall’aspetto lucrativo della vicenda. Non c’è dubbio che egli ebbe a che fare con persone consenzienti, almeno sino a che non si trattò di strangolarle. Ma quella loro soave vulnerabilità, quella sdilinquente cedevolezza, lusingarono il suo ego. Non dimentichiamo che stiamo parlando di un fallito nella vita di tutti i giorni, e probabilmente nemmeno lui aveva messo in conto di fare colpo con tanta perentorietà. Per far loro qualcosa che le rendesse sopraffatte, visto che di stuprarle non c’era bisogno, non rimaneva che ucciderle. Lo strangolamento con il laccio, oltre a essere maggiormente igienico dei metodi truculenti, possiede dei richiami erotici: in certe perversioni l’orgasmo viene facilitato e potenziato da un principio di asfissia. Da quella sorta di stupro sublimato che era l’omicidio, l’unica cosa che Landru non poteva aspettarsi era di fissarsi nella memoria delle vittime. Compensava esibendo in anticipo i suoi trofei, nella speranza di suscitare almeno l’invidia altrui.

 

Dal punto di vista giuridico, una condanna di Landru avrebbe presentato un’incongruenza che l’abile avvocato Moro-Giafferi, all’epoca anche deputato, non mancò di sottolineare: non essendo stati trovati i corpi, non si poteva affermare con certezza che le donne fossero morte. Per il diritto civile, anzi, non lo erano affatto e i loro eredi non sarebbero potuti entrare in possesso dei beni prima di trent’anni. Come si poteva allora mandare alla sedia elettrica un uomo per avere ucciso delle donne che, in termini di diritto, non venivano ancora considerate defunte?

A questa rimarchevole sfumatura i giurati preferiscono una posizione sostanzialista e condannano a morte l’imputato, che accoglie il verdetto senza battere ciglio. La folla applaude scompostamente e batte i piedi per terra. Il procuratore Godefroy, la cui requisitoria aveva impressionato la giuria, interviene indignato: “Ciò che state facendo è odioso. Per lo meno rispettate una testa che sta per cadere”.

Il ricorso per Cassazione viene respinto e l’esecuzione infine fissata per il 22 febbraio 1922. Il giorno prima Landru, proprio a Godefroy, scrive un’incredibile lettera:

“Tre mesi or sono ci siamo incontrati per la prima volta […], tra poche ore io sarò giustiziato. Mi permetto di invitarvi, signor pubblico ministero, a ripercorrere insieme le fasi del processo in cui ho trovato la morte da voi invocata in nome della legge […]. Stupito dalla precisione delle risposte vi era sorto un dubbio […]. Tale dubbio io l’ho visto nascere […]. Avete cercato nelle interminabili testimonianze di cui conoscevate in anticipo l’inconsistenza, qualcosa in grado di rassicurarvi, sebbene il vostro giudizio sia troppo esatto per non sapere quello che valgono le chiacchiere delle portinaie che raccontavano con assoluta convinzione, sotto il sigillo del giuramento, le loro impressioni personali […]. La famosa stufa costituiva una delle vostre speranze, di fronte a essa vi aspettavate un gesto inconsulto e avevate preparato frasi tonanti e terribili. Ma quando la vedeste, mingherlina, adatta più a cuocere un pranzetto da marito e moglie, così come avete dovuto giocare, fanciullo, con la vostra sorellina, avete capito che là dentro non potevano essere successe le spaventose atrocità di cui contavate accusarmi. È vero che vi ha fatto tanta paura la mia stufetta, tutta sola nel vostro grande tribunale […]. Perché avete fuggito il mio sguardo? Perché, scosso più che mai, avete rivolto alla folla quelle parole ingiuriose? Era pur libera di insultarmi la folla dal momento che avete chiesto la mia testa […]. Io ero calmo, voi sconvolto. Esiste dunque una coscienza che assilla i giudici incerti, pari a quella che tortura il colpevole? Addio signor pubblico ministero, la nostra storia comune terminerà domani, io muoio con l’animo innocente e tranquillo. Vogliate gradire, con i miei rispetti, l’augurio che il vostro lo sia altrettanto”.

Quando lo vennero a prendere per l’esecuzione si attardò solo ad allacciarsi le scarpe e a rassettare gli oggetti da toilette. Rifiutò alcol e sigarette perché non beveva e non fumava, e allontanò garbatamente il prete perché c’erano altri signori e “non sarebbe cortese farli aspettare”. Quando il sostituto procuratore Beguin lo esortò alla confessione in punto di morte, lo guardò lentamente: “Con chi ho l’onore di parlare, di grazia?”. Ci tenne a felicitarsi con Moro-Giafferi per come egregiamente aveva assolto il suo compito di avvocato.

Moro-Giafferi, alla fine della Seconda guerra mondiale, venne proposto a Pétain come difensore. “Quello di Landru? Per carità!”, declinò l’offerta il maresciallo.

La stufetta venne battuta all’asta, esattamente un anno dopo l’esecuzione, per 4.200 franchi. A formulare l’offerta, per conto del museo Grevin, fu il suo direttore Beguin, fratello del sostituto procuratore che aveva affiancato l’accusa e proposto a Landru un estremo atto di contrizione.

 

Il brano è tratto dal libro di Remo Bassetti “La storia in dieci processi“, da Socrate a Berluscconi

Di | 19 Aprile 2019|4, La storia in dieci processi, Lo Storiopata|

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