Il romanzo: Istruzioni per non morire

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Musica consigliata per la lettura del ventunesimo capitolo: Chiaroscuro (Kancheli)

“Non c’è quasi più spazio dalla mia parte, vero?” chiede.

“Poco” e faccio di tutto per celare nel bisillabismo sibillino di quel poco il tanto che esso racchiude riguardo al pericolo, all’incertezza, alla vastità del panorama che ci contiene e ci ignora, e progressivamente sfuma nella densità brumosa delle nuvole che si abbassano. Una folata di vento raschia una manciata pulviscolare di pietra sgretolata a terra e la solleva compatta.

 

Essendo cieca poteva risultare irrilevante la direzione del suo sguardo. Eppure lei, che aveva la capacità di individuare la posizione precisa del mio corpo anche nel silenzio e nell’immobilità e parlarmi puntando il viso nella mia direzione, cambiava atteggiamento in quelle occasioni, e si profilava, rispetto a me a tre quarti, mostrandomi solo il lembo estremo di una delle pupille fisse: come se, inversamente alla serietà dell’argomento, si elevasse il pudore a esibire la bianca vacuità della sclera.

 

Per qualche ragione si volle mettere a tacere a circostanza, perchè è inverosimile che non vi fosse autorità pubblica ad averlo rilevato.

 

“Ti amo” trovo la forza di sussurrarle. Mi sento bene. Erano anni che volevo dirlo, senza trovarne mai la forza. Eppure avevo bisogno di essere certo di amare lei per tornare ad amare me stesso.

 

“Abbiamo scelto?” mi fa eco con suadente lentezza.

 

La montagna non rumoreggia mai. In mezzo a uno sbuffo costante, che assembla lo scorrere dei suoi corsi d’acqua e l’intrufolarsi del vento negli spiragli di roccia in un unico motore universale, distilla becchettii: di uccelli, di rami, di foglie calpestate, di echi, di pietra che si sbriciola, di sasso che si scansa, di accette e martelli dai cortili dei casolari, di capra che scampana, di camoscio che spia, di acqua che espia. I camminatori, per lo più, sembrano sollevarsi qualche centimetro dal suolo e difficilmente si ode l’impatto della scarpa. Al  massimo lasciano al bastone che puntella in basso il compito di becchettare. In questo brulicare discontinuo c’è l’omogeneità di un ecosistema sonoro che rende, per qualche secondo indistinguibile il vento dall’uomo, l’animale dal fulmine, il torrente dal flusso dei pensieri.

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Di | 21 luglio 2017|Istruzioni per non morire|

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