Capitolo dodici: Gosselin

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Il trailer del capitolo

Musica consigliata per la lettura del dodicesimo capitolo: Adagio in sol minore (Tomaso Albinoni)

In realtà di selvatico Laurent non aveva proprio nulla, tranne sul comodino la cicoria in tisana che l’erborista continuava a indicare come la panacea di quel male che lo stava logorando. E siccome Laurent non era selvatico, e non amava contraddire il prossimo, annuiva sempre quando l’erborista, con il suo vocione da opera buffa, gli diceva: “La vedo proprio meglio, signor Gosselin. Cosa le dicevo che quella tisana è miracolosa? Gliene ne do un altro pacchetto?”. Era veramente troppo amara e Laurent si era stancato presto di berla, ma gli pareva offensivo verso l’erborista buttarla via, e così ne ammonticchiava i pacchetti nella dispensa, salvo uno fisso sul comodino che assunse come talismano, una volta ripulita la stanza di tutte le reliquie cattoliche che, con la morte improvvisa di Marie-Pie, si erano dimostrate millantatrici.

 

Didier, da un paio d’anni, viveva in una stamberga nella banlieu, in compagnia di una ragazza che riusciva a racimolare un minimo di denaro per entrambi. Era soprattutto per lasciare qualche soldo a lui che Gosselin aveva accettato di farsi introdurre le sonde della app, e Roberto si era sentito di compiere una buona azione proponendoglielo. Laurent aveva chiesto uno smartphone a Roberto per seguire anche lui i messaggi che il corpo in decomposizione trasmetteva sullo schermo. Il primo giorno disse a Roberto, per telefono, che da tempo non aveva provato nulla di tanto eccitante. Che delle cellule necrotiche potessero animare un baraccone fieristico scomponendosi in suoni, luci e colori gli sembrava un prodigio della natura della portata di un arcobaleno, e che fossero sue, poi, era meraviglioso. Quando Roberto entrò, e non ci fu bisogno di bussare perché Laurent aveva preso l’abitudine di tenere accostata la porta sul cortile, Laurent sedeva curvo sull’unica poltrona di casa, una consunta pelle marrone le cui molle sembravano pur’esse annegate nel lago delle metastasi. Restituiva, nella penombra, l’impressione di un asparago immerso nell’acqua bollente. Sollevò appena il capo verso Roberto e poi si chinò sul display del telefonino che gli tremava tra le mani e rifletteva le proiezioni digitali della sua malattia sopra le vene del collo.

 

“Adesso capisco da chi ha preso mio figlio” disse “Forse avevano ragione quando mi licenziarono dalla banca. Non sono una persona seria. Sarebbe corretto che morissi, giusto? Ci sono persone che hanno scommesso su di me, e che io sto deludendo”.

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Di | 3 Luglio 2017|Istruzioni per non morire|

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