Recensione del film “La ruota delle meraviglie”

>Recensione del film “La ruota delle meraviglie”

Per i cultori di Woody Allen ogni suo film genera da tempo una sorta di nevrosi sentimentale. Se il grande regista fa cilecca cerchiamo nell’immancabile lampo di qualche trovata la mitigazione della condanna: “Sì, ma è sempre Woody Allen!”. Se riemerge il Woody Allen dei giorni buoni si rimane con quel filo amarostico di parziale insoddisfazione: “Si, beh, certo, ma da Woody Allen…”. La ruota delle meraviglie rientra nella seconda categoria, e tanto vale sfogare da subito la quota di frustrazione. Così, se da una parte si può inneggiare alla magica fluidità narrativa di un autore ottantaduenne,

dall’altra si patisce il dazio di quelle che sono ormai le due ossessioni della terza età di Woody: la prima è la convinzione (manifestata da oltre trent’anni) di non avere mai realizzato il capolavoro, parallela alla strana fobia che per provarci debba mettere al bando l’umorismo, rinnegando in tal modo l’attitudine che lo rende unico nella storia del cinema (sì, avvertenza: in questo film non si ride). La seconda è l’ormai perpetua resa dei conti con la sua biografia umana che appesantisce quanto è già una ripetizione dei suoi eterni temi- la crudeltà del fato, il dominio della passione sulla razionalità, la vulnerabilità psicologica ed etica dell’artista- e la rende, a sua volta, una soppressione del libero arbitrio.

 

La storia si svolge nella Coney Island degli anni Cinquanta, all’ombra della ruota del celebre parco dei divertimenti: il quartetto di protagonisti è composto da Ginny, una mancata attrice ridotta a fare la cameriera in un locale di ostriche che chiama spregiativamente vongole e con una discreta propensione alla sedazione interiore nell’alcool (Kate Winslett), Humpty, il mediocre marito riparatore di giostre, appassionato pescatore e stappa-bottiglie a sua volta (Jim Belushi), Carolina, la figlia di quest’ultimo, un’anima ingenua e delicata in fuga dai gangster che la braccano e venuta a riparare a tal scopo presso il padre con cui non si parlava da anni (Juno Temple), e Mickey, un aitante bagnino, seduttore seriale e aspirante commediografo (Justin Timberlake). Tutti personaggi da quattro soldi che, a eccezione di Humpty, coltivano sogni di cambiamento non alla loro portata. Il dramma scoppia quando Ginny, che ha iniziato una relazione con Mickey, scopre una rivale nella giovane Carolina, la quale, del tutto inconsapevole, le racconta in diretta lo sbocciare di un flirt con il bagnino, accendendone i sentimenti più sordidi. C’è un quinto personaggio, a rendere ancora più greve il ménage di Ginny: il piccolo figlio piromane (frutto del suo vecchio amore, che aveva perduto a causa di un tradimento), che dà fuoco praticamente ad ogni cosa non senziente salvo quando si trova dinanzi allo schermo di un cinema, sua unica distrazione positiva. Di questo ragazzino, alla fine, nemmeno Allen sa cosa farsene, lasciandolo escrescenza della trama, forse testimonianza ulteriore e precoce dell’impossibilità di redenzione personale.

 

Ma non è comunque nel plot, tutto sommato sin troppo elementare, che va ricercata la forza del film. Il coinvolgimento deriva dalla vigorosa caratterizzazione dei personaggi, e ancora una volta il regista dimostra la mano più felice quando deve cesellare un ritratto di complessa insoddisfazione femminile, cosa che qui gli riesce alla perfezione con Ginny. Nell’impianto fortemente teatrale, ispirato al modello di Tennessee Williams, la prolungata scena finale centrata su Ginny sospesa tra la disillusione e la follia è fra le più esteticamente perturbanti dell’intero cinema alleniano: merito anche della fotografia di Vittorio Storaro che si erge a co-produttore della temperatura del film con un certosino lavoro di suggestive traslazioni cromatiche dall’ambiente naturale ai volti dei protagonisti. La tensione del colore sembra allentare la necessità di frenesia ritmica dei dialoghi di Allen, ciò che un tempo fu il suo marchio e negli ultimi film appariva una zavorra, e la sceneggiatura ne beneficia in pulizia e trasmissione empatica. La notizia più bella è che Woody è tornato a divertirsi con la macchina (altra specialità che era stata consegnata alla sciatteria) e nel mentre conserva la magistrale capacità di dirigere gli attori sino ai vertici espressivi: se il compito potrebbe apparire più agevole per la straordinaria Kate Winslett, si rimane sbalorditi ed emozionati per la pienezza di sfumature, in effetti quasi più teatrale che cinematografica, di cui si rivela capace Jim Belushi.

 

La ruota delle meraviglie

Woody Allen

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di | 17 Gennaio 2018|Il Nuovo Giudizio Universale|

2 Commenti

  1. Gian Piero Chieppa 18/01/2018 at 14:59 - Reply

    Concordo su molte delle tue osservazioni, però a mio modo di vedere il limite più importante del film (che ho visto due volte, quindi dico subito che mi è molto piaciuto, a differenza degli ultimi 5-6, secondo me più che mediocri) non sta tanto nella ripetizione dei temi, quanto nella freddezza dello sguardo. Molti autori – si dice – fanno sempre lo stesso film, girano intorno alla propria ossessione con piccoli aggiustamenti dello sguardo; il problema, almeno per me, è la temperatura dello sguardo, che qui ho trovato glaciale e finisce per pesare su un film scritto alla grande (gli ultimi 30 minuti li ho trovati eccezionali, nella loro teatralità) e interpretato benissimo. Sarei più tiepido sulla fotografia iperrealista, ma di Storaro o si parla bene oppure è vietato parlarne: e quindi non ne parlerò.

Questo articolo mi ha fatto pensare a...

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