Recensione del film “Wildlife”

>Recensione del film “Wildlife”

Per capire il fallimento progettuale di quella che pure è stato premiata come migliore pellicola al Torino Film Festival premettiamo una breve introduzione della trama e partiamo da due scene. Wildlife racconta lo sgretolamento di un matrimonio nella provincia americana degli anni Cinquanta visto dagli occhi del figlio quattordicenne

e avviato dal licenziamento del padre dal suo posto di lavoro, cui seguono l’arruolamento di costui tra le truppe dei volontari che cercano di domare gli incendi in corso e l’assunzione part time della madre come insegnante di nuoto per adulti.

La prima scena cui mi riferisco è quella in cui il padrone del circolo di golf presso il quale lavora il padre gli annuncia il licenziamento: noi non assistiamo al dialogo (o forse monologo) ma vediamo Joe, il figlio presente in quel momento, che lo segue con trepidazione spalancando i suoi occhi azzurri. La seconda scena è quando Joe, che intende contribuire a sua volta al menage familiare mentre prosegue gli studi, si propone come aiutante in uno studio fotografico e riceve dal suo datore di lavoro le indicazioni riguardo a come dovrà supportarlo in occasione dei ritratti. A quel punto si alternano sullo schermo le immagini delle istruzioni impartite al padre nel campo volontari, della madre che comincia le proprie lezioni sul bordo piscina (qui viene inquadrata solo lei e non i suoi allievi) e dei clienti del fotografo congelati nell’attimo dello scatto: ma ad unire le scene c’è un unico sfondo sonoro, e sono le indicazioni del fotografo ascoltate dal figlio. È una sfumatura di eccellenza cinematografica che unita alla scena precedente ci offre sottilmente la chiave di lettura del film: tutto sarà legato dallo sguardo del ragazzo, appuntato, marcato indelebilmente, testimoniale, forse distorto. E si preannuncia come una scelta forte, originale, emotivamente intensa e narrativamente eccitante.

 

In effetti, la scena della camera fissa per diversi secondi sul figlio che osserva cercando di scavare in una scena che ha di fronte, sempre ricollegabile a un momento di crisi della relazione o al degrado psicologico di uno dei suoi genitori, si ripeterà come il ritornello di una canzone: ma poi la camera si sposterà sulla scena stessa, rendendocela esplicita. Ci risulterà allora ridondante e spudoratamente retorica quell’insistenza sullo sguardo di Joe (forse il diminutivo di Giobbe?) che il regista ha adottato come tema estetico, anche perché gli avvenimenti in questione prendono diverse volte una piega assurda e al tempo stesso l’universo interiore di Joe si mantiene apparentemente statico, e a noi vi viene precluso ogni accesso, anche indiretto.

 

In definitiva Wildlife non è un film del quale si debba sconsigliare la visione: la regia dell’esordiente Paul Dano è formalmente elegante, le scene potenti non mancano (ne segnalo una: la madre che conduce il figlio ai piedi dell’incendio che sta divorando una porzione di foresta e lo schiaffo visivo e sonoro che accompagna la progressione delle fiamme), il finale è dolcemente toccante, gli attori (Carey Mulligan la madre, Jake Gyllenhall il padre, Ed Oxenbould il ragazzo) impeccabilmente interpretano secondo quanto è stato loro chiesto, che però è frequentemente sbagliato.

 

Non è una questione di sceneggiatura, che anzi nei dialoghi è molto pulita: è proprio la sequenza logica degli avvenimenti, ed in particolare la deriva della madre che nella vita reale sarebbe stata da internare seduta stante, e però non si ha affatto la sensazione che l’intento di Dano fosse l’osservazione di un caso clinico (precisazione: non avendo letto il romanzo Incendi cui il film è ispirato non sono in grado di dire se lo squilibrio del plot risalga, e per quanta parte, allo scrittore Richard Ford). L’instabilità emotiva scatenata dalla partenza del marito, di certo già covante dentro una relazione spogliata di affettività profonda, sarebbe risultata diversamente accettabile in una vicenda di anni oppure mesi, non certo di un paio di settimane. E anche sotto il profilo della ricostruzione storico-ambientale pare assai dubbio che le relazioni fra i sessi nel Montana del 1960 somigliassero, per emancipazione, a quelle descritte (e piuttosto sommaria è la contestualizzazione economica sulla fine del boom e l’incrinarsi del sogno americano). Ribadendo che nulla ci viene fatto intendere di quel che passa per la testa del figlio, oltre al dolore e al desiderio di ricomposizione familiare che sono propri di qualsiasi adolescente anche in situazioni più edificanti di questa, rimane in definitiva inesplicato cosa al regista interessasse mostrarci.

 

Wildlife

Paul Dano

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di | 11 Gennaio 2019|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

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