Recensione del film “Tonya”

>Recensione del film “Tonya”

Nel 1994 si perpetrò la più flagrante violazione del precetto decoubertiniano, l’importante è partecipare, capovolto in un pragmatico l’importante è non far partecipare l’avversaria: la pattinatrice Kenny Corrigan, favorita per i campionati statunitensi di pattinaggio sul ghiaccio, venne azzoppata da una sprangata sulle ginocchia. La responsabilità fu fatta risalire alla rivale Tonya Harding: più precisamente venne acclarato che il mandante indiretto fosse il suo ex marito, Jeff Gillooly, con il quale lei intratteneva un patologico rapporto di prendi e molla, e il mandante diretto un obeso psicopatico mitomane, amico del marito (della serie: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei).

La Harding per evitare l’esclusione dalla trasferta olimpica sostenne di essere stata solo a parzialissima conoscenza dei fatti, e ammise il torto di non averli denunciati: ma alla fine per salvare la partecipazione ai Giochi di Lillehammer assai più determinante fu la minaccia, da parte della Harding, di richiedere un risarcimento multimiliardario in caso di estromissione. Così Tonya ebbe la chance di una seconda Olimpiade (alla prima era terminata quarta) ma, vuoi per i sensi di colpa vuoi per una nemesi cosmica, finì per litigare con i suoi lacci e concluse all’ottavo posto mentre la Corrigan (immusonita) saliva sul secondo gradino del podio. Esaurite le Olimpiadi, la Harding venne condannata a una sostanziosa ammenda e radiata dal pattinaggio. Siccome il pattinaggio era l’unica cosa che sapeva fare, provò a impadronirsi di una nuova arte sportiva nella boxe, ma senza tanto successo.

 

Bene, Tonya è questa storia vera qui. Il punto di vista adottato nel film, semi-innocentista, è quello della Harding, che di sicuro dovette portare diverse croci: a partire dalla madre anaffettiva e violenta che la costrinse a barattare il suo talento di pattinatrice con l’infanzia, spingendola a forza già a quattro anni sulle piste e insultandola per ogni sconfitta o calo di concentrazione in allenamento. La Harding era asmatica e peggiorò la malattia intossicando i polmoni con le sigarette. Sostanzialmente abbandonata dal padre, replicò per imitazione il tabagismo della madre, cui sperava di piacere prima o poi, e quando decise di scegliersi un marito per sfuggire all’aguzzina ebbe cura di selezionarne uno altrettanto manesco. In quel contesto il pattinaggio fu la gabbia ma pure una liberazione. La proletaria Harding vi scaricò la sua rabbia nelle gare con il ribellismo sociale delle mise kitsch (con le nappe cucita da mammina) e la scelta di brani metal in luogo della soavità dei balletti, stravaganze entrambe sgradite al quaccherismo dei giudici che a lungo la penalizzarono nei punteggi. Compensò la modesta eleganza artistica con acrobatiche attitudini atletiche e fu la prima americana (e tuttora una delle pochissime atlete al mondo) a eseguire il triplo axel, un complicato salto in triplice piroetta che parte da un piede e atterra sull’altro. Di fronte a tale prodigio i paludati giudici dovettero arrendersi (come si sono dovute arrendere le controfigure nel film rendendo necessario riprodurlo in digitale).

 

L’australiano Craig Gillespie, mediante Tonya, mette in scena, nella cornice di un America spietata e desolata, diversi aspetti torbidi degli sport minori oscurati dall’agiografia del sano dilettantismo: i sacrifici deprivanti; la feroce competitività, che in questo caso sconfina nel teppismo;  la nefasta frustrazione dei genitori che vogliono riscattare la propria mediocrità con le gesta agonistiche del figlio; l’abisso che corre tra salire sul podio olimpico e appena restarne fuori, che si sostanzia nel bivio tra un contratto con gli sponsor e una vita spesa a servire ai tavoli  di un pub.

La scelta stilistica è imperniata sul mockumentary, con i protagonisti che abbattono il quarto spazio e si rivolgono direttamente allo spettatore riproducendo letteralmente i contenuti (e anche la bassa risoluzione) delle interviste reali mostrate alla fine del film. Una tecnica interessante, debitrice a Scorsese o più recentemente a La Grande scommessa. Gillespie è un diligente professionista che la esegue senza colpi d’ala personali. Pure l’uso del ralenti è povero d’estro, come se lo avesse infilato giusto perché se l’era appuntato sul copione. Nonostante il materiale narrativo possieda una forza intrinseca che affiora, i tempi filmici non sono troppo calibrati e quando si guarda l’orologio si constata sempre che è passato più tempo di quanto sembrava. La seconda parte rende bene l’idea che la vita può prendere una piega spiacevole a causa della stupidità di tre o quattro balordi senza cervello. Gillespie però non riesce ad accompagnare le vicende con una sceneggiatura di livello e prova forzatamente a imitare l’estetica dei fratelli Coen, che sta diventando esageratamente mainstream.

 

Margot Robbie è grandiosa nel restituire le sfumature caratteriali ed espressive di Tonya e fallisce solo nel tentativo di rendersi bruttina quale la Harding era. Allison Jannie, nel ruolo della madre, ha vinto l’Oscar come miglior attrice non protagonista. Per carità, la sua parte l’ha fatta bene però dopo il primo minuto e mezzo poteva lasciare sullo schermo una controfigura con una maschera di cera che ne riproducesse l’immutabile sguardo e la scritta sulla fronte “sono una mamma stronza”.

 

Tonya

Craig Gillespie

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di | 4 Maggio 2018|Il Nuovo Giudizio Universale|

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