La recensione del film “Il colore nascosto delle cose”

>La recensione del film “Il colore nascosto delle cose”

Nel segno di uno stile filmico che preferisce soffermarsi sul concreto piuttosto che farsi trasportare dalle metafore (che pure contiene),

il titolo Il colore nascosto delle cose nasce da una spiegazione della protagonista, l’osteopata cieca Anna: io cerco di immaginare quale colore hanno le cose, noi ciechi che le cose non le vediamo non possiamo fondarci sull’apparenza.Ha un valore metaforico (il match apparenza vs. non apparenza), ma è appunto narrata con una grande concretezza, la circostanza che l’attrazione scorra tra una cieca e un pubblicitario, Teo: che sull’immagine deve vivere e che, nonostante una sotterranea insofferenza verso le maschere della finzione sociale, crea apparenza ad hoc per raccontare palle (creative) ogni volta che gli viene comodo, specialmente per coprire le sue tresche alla fidanzata, ma anche per coprire la sua fidanzata alle tresche (lo farà anche con Anna). In teoria il personaggio di Teo è detestabile, ma il suo (apparente) cinismo è una fuga costante da una realtà che lo ha affettivamente scottato sin dall’infanzia e contiene infine una certa benevolenza per chi ha vicino: al suo mentire non è estraneo un senso di protezione della persona a cui mente. Agisce d’impulso e con superficiale sincerità quando prende impegni che sa di non poter mantenere. Anna, che ha perso la vista a 17 anni e ora, come Teo, ne ha 40, ha organizzato perfettamente il suo quotidiano con il bastone bianco che perlustra lo spazio davanti ma non ha perso il timore dello sguardo altrui che non incrocia; e l’innamoramento per Teo, la cui bellezza gli decantano le amiche, è il bivio tra il debellamento di quell’ultima fragilità e il terrore di perdere la fiducia nell’altro (così duramente messa alla prova dall’opacità di Teo), cioè proprio il cardine su cui anche il cieco più abile deve contare, anche fisicamente, per la sua sopravvivenza.

La struttura della trama riproduce quasi canonicamente il canovaccio della commedia sentimentale, messa però al servizio di un film serio per quanto infarcito di autoironia e umorismo: a scuotere il plot dalla sua prevedibilità, nel finale, è un personaggio che fino a quel momento ci si chiedeva se non ridondasse.

Non so quanto sia esatto dire che il tema del film è la cecità, alla quale il regista Silvio Soldini aveva già dedicato un documentario nel 2014: i ciechi (che vengono appellati così, bando al politicamente corretto) sono esplorati, essenzialmente (ma non solo) attraverso Anna, senza nessun cedimento al pietismo e alla retorica, nel loro sforzo mai esibito di incorniciarsi dentro la normalità. Si rende quindi più onore all’intento di Soldini nel dire che è un film su una storia d’amore tra due persone, una delle quali è cieca. E siccome film del genere non ce ne sono, dal film traiamo tante riflessioni sulla cecità: e impressionano la professionalità di Soldini, che di consulenti ciechi si è circondato per rendere al meglio il loro tipo di sensibilità anche spaziale, e quella di Valeria Golino, che interpreta Anna, e che si è avvalsa di un coach per ottenere la naturalezza che ha ottenuto nella rappresentazione del suo stato.

Essendo in gioco la differenza nella percezione dei sensi bisognava che questa collisione emergesse esteticamente e Soldini non ha trascurato alcun mezzo, dissolvendo i corpi nello sfuocato o abbrancandoli nel dettaglio ravvicinato, disseminando rumori e frammenti verbali con attenzione e grazia, anche nella colonna sonora. Valeria Golino è ormai decollata ai vertici dell’interpretazione attoriale, Amedeo Giannini tiene il ruolo senza sbavature, tra i personaggi secondari spicca, nella parte di un’amica ipovedente di Anna, Arianna Scommegna che pronuncia anche la battuta più divertente del film, quando porge a tavola la bottiglia a Teo: “Versa tu, che sei avvantaggiato”. Soldini aggiunge un’altra piccola gemma alla sua significativa filmografia. La scrittura dei dialoghi è estremamente realistica e rinforza la sensazione che Il colore nascosto delle cose potrebbe essere, con la penna giusta, anche un bel libro.

C’è però una cosa che perderemmo, e sarebbe un peccato: il principio e la fine, che (in entrambi i casi con un preciso scopo narrativo), si svolgono completamente al buio restituendo solo le voci. Ecco, oltre che indirettamente sulla cecità, è uno spunto di riflessione sull’essenza del cinema. Nel momento in cui un regista decide platealmente di non mostrare ci rendiamo conto che quell’oscurità, molto più di tutte le scene in cui vediamo, può essere rappresentata solo nel cinema. E’ il colore nascosto del cinema.

Il colore nascosto delle cose

Silvio Soldini

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di | 16 settembre 2017|Il Nuovo Giudizio Universale|

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