Recensione del film “Searching”

>Recensione del film “Searching”

Ci sono almeno quattro aspetti interessanti di “Searching” dei quali vale la pena di parlare: la tecnica formale, la trama del thriller, la critica alla società tecnologica e un’altra tecnica particolare volta alla ricostruzione mentale delle azioni che stanno per compiersi.

La prima è quella intorno a cui girano le altre. Il film è uno screen movie, genere di fresco conio che prevede il sequestro dallo schermo cinematografico da parte dello schermo di un device digitale: il suo padre putativo è il russo-kazako Timur Bekmamanbetov, che ne è sin qui ideologo, regista e produttore. Searching, prodotto appunto dal mecenate, è stato girato dal giovanissimo (classe 1991) americano di origini indiane Aneesch Chaganty. Tutta l’azione, in effetti, promana visivamente dal desktop di un computer. E’ quindi in soggettiva: quando l’utente-pratagonista scarica i file e trasporta il mouse osserviamo come lo stessimo facendo noi. Siccome il pc interseca altri device c’è uno scintillante effetto moltiplicatore. Il risultato è stordente ed elegante. A posteriori, però, si riflette sul fatto che Chaganty troppe volte se l’è cavata con degli espedienti. Il video in streaming fa parte del gioco e anche la videoregistrazione, e pure Skype: ma se vengono sfruttate oltre un certo grado una buona parte del film si risolve solo in un adattamento dello schermo.

 

La trama è strettamente connessa allo strumento formale. Un padre e la giovanissima figlia vivono da due anni senza la madre, il cui decesso viene raccontato attraverso un fantastico montaggio di immagini al computer: la penultima è la scritta sull’agenda digitale “mamma oggi esce dall’ospedale” poi cestinata e seguita da un documento word da stampare per il funerale. Quando la figlia misteriosamente scompare, il padre ne insegue le tracce sedendosi al pc di lei e riuscendo a ricavarne gli account dei social. Mail, chat, file streaming, immagini. La prima cosa che scopre è quanto poco conoscesse sua figlia. Le redini dell’indagine sono nella mani di un’ispettrice sin troppo partecipativa emotivamente. La struttura digitale si riflette sulla qualità dell’intreccio secondo due modalità divergenti: la frenesia naturalmente compulsiva del suo utilizzo rimbalza adrenaliticamente sulla nostra percezione dell’azione filmica, rendendo il tutto più ritmico e ansiogeno e tenendoci attaccati sulla sedia (con l’eccezione, per testimonianza diretta, di almeno uno spettatore, seduto vicino a me, che dopo una quarantina di minuti è uscito esclamando: “ma come caaazzo se fa a pensa’ n’film così!”); d’altronde l’approssimazione semplificatrice propria della Rete lascia qualche scoria sullo scioglimento dell’intreccio, che alterna virate geniali a inverosimiglianze sciuè sciuè. Qualche recitazione ne fa le spese; di sicuro non quella di John Cho, nella parte del padre, che si carica sulle spalle il peso del film (insomma: è il server).

 

La critica sociale non è sensazionalista né originale e però mostra senza tema di equivoci quel che le preme. Che in prima battuta, è il divario generazionale tra il genitore e il nativo digitale, che li rende relazionalmente inadeguati l’uno all’altro (anche se si vogliono un bene dell’anima); ma, scendendo più in profondità, è il divario tra quanto tutto sia disponibile, tracciato ed esaustivo in rete se si tratta di soddisfare qualcuno che fa una ricerca su di te e quanto poco quell’accozzaglia sia inappagante se si tratti di dare a te risposte reali sull’identità tua e del mondo che ti circonda, per quanto è zeppa di fake, fanfaronate, mimetizzazioni, porosità e tornaconti algoritmici.

 

Il quarto aspetto mi pare il più riuscito ed è il potere del mouse e della tastiera di restituire il percorso e lo stato mentale di chi sta digitando sul computer. In un romanzo è abbastanza normale descrivere gli indugi e i ripensamenti dei protagonisti, anche se avvengono molto velocemente. Nel cinema questo è un problema: certo, possiamo vedere qualcuno che comincia una lettera e poi la straccia o sta per infilarsi l’impermeabile ma ci ripensa, si siede sul divano e accende il televisore. Tuttavia, un film che si attardasse continuamente su questi tira e molla diventerebbe stucchevole. Invece nello screen movie (se questa pratica è condotta con efficacia, e qui lo è molto) il mouse che scarta da una direzione per puntare su un file differente o sta per interrompere il video e poi ci rimane appeso o la tastiera che corregge o aggiunge, e di nuovo il mouse che cestina, sono autentiche scannerizzazioni cerebrali. Accadono davanti a un desktop ma per apprezzarle davvero ci va una macchina da presa con intenzione filmica. Insomma, nonostante l’invasione di campo, e anzi proprio grazie a quella, cinema batte desktop tre a zero.

 

Searching

Aneesh Chaganty

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di | 26 ottobre 2018|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

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