Recensione di Okja, il film che ha portato Netflix a Cannes

>Recensione di Okja, il film che ha portato Netflix a Cannes

È disponibile in streaming dal 28 giugno

Di quale tipo di estinzione si occupa Okja? Quella degli animali? Quella della specie umana? Quella della pietas? Sì, certo, un po’ di tutte queste. Ma, prima ancora di vederlo, sappiamo che si occupa dell’estinzione del cinema, poiché Okja è la prima pellicola in concorso a Cannes che, prodotta da Netflix, dichiaratamente mai sarebbe entrata in una sala cinematografica, trasmessa invece direttamente in streaming.L’anomalia ha suscitato a Cannes diverse polemiche, Pedro Almodovar ha dichiarato che per entrare veramente in un film “è necessario che la poltrona su cui siede lo spettatore non sia più grande dello schermo” e Cannes ha cambiato il regolamento: a partire dall’anno prossimo ammetterà in concorso solo i film che usciranno nelle sale.

 

Altri hanno ribattuto che Netfix è il futuro, altri ancora che è il presente e che molti giovani si dividono equanimemente tra le grandi sale e Netflix, trovando opportunità differenti.Pare a me che: 1) il cinema è un fenomeno sociale che non si riduce alla dimensione dello schermo. E’ una forma di consumo culturale che non si ripiega alla dimensione domestica ma spinge all’incontro e al confronto. Non a caso nacquero i cineforum. 2) La società nel suo complesso non ha l’obbligo di difendere il cinema ma un festival del cinema sì! E’ come se al Palio di Siena potessero correre cavalli digitali. 3) Sotto il profilo puramente estetico, la produzione televisiva non è ancora riuscita a innalzarsi al livello del cinema se non nei format delle serie. E’ difficile dire perché (e sarebbe troppo lungo, comunque) ma la produzione filmica tv “recupera” nella dilatazione dei tempi scenici mentre fatica sul breve delle due ore. E così a Okja manca il respiro cinematografico. Nel ritmo, nel dettaglio delle immagini (nonostante un’innegabile eleganza formale), nella loro coerenza.

 

La storia: la multinazionale Mirando, di fronte alla contrazione della carne animale, reagisce varando un super-maiale geneticamente modificato del quale si potrà apprezzare la compiuta evoluzione dopo 10 anni e ne affida ventisei esemplari ad altrettanti allevatori sparsi per i continenti. Uno di questi maiali, Okja, trascorre questo periodo nella montagne coreane. E’ un pacioso pachiderma dai teneri occhioni (un maiale non pare proprio: del resto è prodotto per lo schermo, mica veramente per l’alimentazione) che, come ogni bravo animale domestico, instaura un rapporto affettuoso e simbiotico con la piccola padroncina, Mija, che in quel posto sperduto vive insieme al nonno. Un brutto giorno i dieci anni scadono e i maiali vanno restituiti al mittente, specie Okja che è stata selezionata per l’esibizione a New York. Mentre una troupe aziendale-televisiva viene a recuperarla, il nonno porta la bambina nei boschi, la informa della separazione in corso e la compensa, secondo lui, con la consegna di un piccolo maialino d’oro (attenzione: vecchia legge narratologica di Cechov. Se all’inizio di un dramma c’è un fucile appeso, a un certo punto deve sparare. E così: se all’inizio compare un maialino d’oro, deve “sparare” pure il maialino d’oro. E lo farà). Inutile dire che la bimba non è contenta per niente e si lancia all’inseguimento degli emissari Mirando per riportare a casa Okja. Trova degli alleati (più o meno) in un gruppo sgangherato di animalisti non violenti e tra una peripezia e l’altra si arriva alla resa dei conti, prima a New York, e poi nel laboratorio-mattatoio.

 

Tra animalisti, da un lato, e direzione con entourage della Mirando ci sono una serie di attoroni ma tale è l’inconsistenza psicologica dei personaggi che viene noia solo a parlarne. L’opzione macchiettistica per i personaggi fa delle star che le interpretano degli AGM (Attori Geneticamente Modificati), qualcuno tendente all’isteria (Jake Gyllenhaal, Tilda Swinton), qualcuno esageratamente stiracchiato nell’espressione sopraciliare “io sono tanto buono” (Paul Dano) oppure “io sono un furbacchione” (Giancarlo Esposito). La piccola Ahn Seo-Yun è l’unica che ci fa un figurone (sul serio, bravissima). Il regista Bong Joon-Ho, che aveva fatto show di regia con carrellate e movimenti in Snowpiercer qui appare abbastanza fuori fuoco salvo gli spettacolari inseguimenti nella città (ma ne abbiamo già visti nella vita, eh?). Soprattutto realizza un film ben strambo, che comincia per famiglie, poi prende a galleggiare alla Miyazaki e alla fine inopinatamente vira verso la crudezza realistica del trattamento inflitto agli animali. Questo dovrebbe scuotere la nostra coscienza verso la produzione alimentare industriale, e certo un po’ si rimane raggelati e pensosi: e però, per rinforzare la critica, ben diverso sarebbe stato intingere il mood dei personaggi nella zuppa, non dico del realismo, ma dell’iperbole invece che del macchiettismo.

 

La visione conclusiva è pessimistica: i cattivi sono cattivi, gli avidi sono avidi, gli ingenui sono ingenui, a tutti manca una chiara visione complessiva, il miglior risultato possibile è sfilare un maiale alla catena della produzione, magari due, ma interromperla è fuori portata.

Parlando severamente di un tipo di industria, il film ne racconta sotterraneamente anche un’altra, quella della nuova produzione indipendente di cui Netflix è il colosso: la scelta di essere rappresentati a Cannes da un film ecologico-animalista ci racconta qual è il pubblico che ha e quello che punta. Però gli offre in pasto (sorry, forse non è la metafora adatta al film) non l’identificazione con una ribelle sociale ma con una piccola montanara testarda impegnata nell’individualistico obiettivo di riportare a casa, in montagna, il suo cazzo di maiale.

 

Okja

Film

Bong Joon-ho

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di | 7 luglio 2017|Il Nuovo Giudizio Universale|

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