Recensione del film “Una notte di 12 anni”

>Recensione del film “Una notte di 12 anni”

La dittatura militare uruguaiana, fra quelle che hanno funestato l’America latina, è stata immeritatamente oscurata dalle più noteomologhe cilena e argentina. Se il grado di disumanità verso i prigionieri mostrato nel film Una notte di 12 anni fosse stato vero anche per un decimo (e non c’è da dubitare che invece le immagini siano molto prossime alla realtà), già si porrebbe, per l’America latina, un problema antropologico: non per la spietatezza degli ufficiali, che rispecchia l’essenza delle lotte per il potere a qualsiasi latitudine, ma per l’obbedienza canina e la propensione masochistica dei sottoposti e dei carcerieri. Insomma, non è forse corretto interrogarsi solo sulla perversione maligna dei nazisti (che poi in America latina andarono a svernare), e vengono i brividi a pensare a quanto di nuovo potrebbe accadere nel Brasile di Bolsonero. Ma il discorso sarebbe lungo e porterebbe lontano dal film, che poi a sua volta del contesto storico si serve quasi solo per raccontare/testimoniare un dramma carcerario in modo insolito.

 

Una notte di 12 anni, infatti, per tutte le due ore si svolge in carcere, anzi in carceri, quelli in cui tre detenuti vengono continuamente trasferiti, rimanendo tutto il periodo in isolamento notturno e diurno, che- tanto per dare l’idea di quel che passano- sarebbe ancora il meno. Il governo sperimenta su di loro ogni forma di tortura e privazione psicologica, oltre a qualche ripassata col manganello. I tre sono membri dei Tupamaros, il gruppo rivoluzionario che praticò contro il regime la guerriglia urbana all’inizio degli anni settanta. Quando il film comincia, i suoi leader sono ormai in prigione, e il movimento sull’orlo della capitolazione, ma i detenuti vengono considerati una polizza assicurativa contro la ripresa della lotta rivoluzionaria. Il film segue le vicende di tre di loro: Pepe Mujica, proprio lui, l’ex presidente dell’Uruguay che ha rinunciato al palazzo presidenziale preferendo risiedere senza stipendio nella sua stamberga (e da una parte, ti viene da dire: sfido! Rispetto a dodici anni in isolamento sai che gliene fregava della vasca Jacuzzi; dall’altra pensi che compete con Mandela- che almeno aveva avuto un buon carceriere- per la laica santità con la quale ha espunto dal suo animo lo spirito di vendetta); un altro fu con lui ministro della Difesa, Eleuterio Fernendez Huidobro; e l’ultimo è lo scrittore Mauricio Rosencof.

 

Perché ho detto “insolito” dramma carcerario? Perché ogni progetto di fuga è impensabile e perché manca l’interazione con gli altri detenuti, e anche quella tra loro, i perni di questo tipo di cinema. E’ tutto incentrato sulle tre solitudini alternate, spezzate solo dai giochetti degli aguzzini o dalle rare visite familiari in cui sono costretti a simulare un contenimento del malessere. Ed è, prima ancora che un documento su un’orribile fase della storia, un’interrogazione sulla soglie di resistenza dell’uomo alla mercè di carnefici e affacciato quotidianamente sul baratro del nulla. L’eroismo dei tre è nell’uscire vivi da questa prova impossibile (e la storia dirà che ne sono usciti persino fortificati). Il regista Alvaro Brechner non indica con chiarezza quale sia stato lo sprone a non affondare, come se si trattasse di un segreto talmente intimo e impenetrabile da non poter essere offerto alla scena e alla verbalizzazione. La rassegnazione nelle condizioni estreme innesta un meccanismo psicologico rovesciato, come se non valesse nemmeno la pena di morire.

 

Scene argute ed efficaci non mancano: la ridicolaggine della burocrazia che implica quasi la convocazione dello stato maggiore per autorizzare la revoca dell’ordine di tenere il detenuto che ambirebbe a defecare ammanettato a un tubo a un altezza tale da impedirgli una felice posizione evacuante; la facilità con cui gli osservatori della Croce Rossa Internazionale si fanno abbindolare; la dettatura ai carcerieri ignoranti di lettere intrise di lirico sentimentalismo destinate alle morose degli stessi; lo svolgimento di partite a scacchi grazie all’alfabeto delle nocche ticchettanti sui muri (ma le testimonianze anche letterarie di episodi simili a questi ultimi due, rispettivamente in Garcia Marquez e in Jack London, lasciano aperta la domanda se non vi sia stato qualche abbellimento agiografico).

 

La dignità scultorea e mite è il tratto caratteriale che dei personaggi che si vuole far affiorare, e i tre attori, Antonio della Torre (nella parte di Mujica), Chino Darìn e Alfonso Tort sono abili nel tenerne salda la coerenza. Quanto a Brechner, la sua narrazione lineare e inframmezzata da pochi, essenziali feedback è chiara e  asciutta: d’altronde nei rari tentativi di vivacizzare nel montaggio la sovrapposizione dei periodi storici non pare a suo agio. La sua scelta è di mostrarci la storia dal punto di vista dei prigionieri: a voler essere esigenti, con quella multiformità oppressiva di spazi ristretti da trattare e restituire psicologicamente, la camera poteva osare decisamente di più.

 

Una notte di 12 anni

Alvaro Brechner

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di | 18 Gennaio 2019|Il Nuovo Giudizio Universale|

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