Malaussène, ma era davvero il caso?

>Malaussène, ma era davvero il caso?

La saga della famiglia Malaussène ha rappresentato uno dei vertici europei della recente fantasia visionaria in letteratura, almeno nei primi tre libri (Il paradiso degli orchi, La fata carabina e La prosivendola). Daniel Pennac aveva abilmente mescolato generi, restituito vigore al negletto romanzo grottesco, inventato personaggi meravigliosi (a partire naturalmente dal capostipite Benjamin, con il suo mestiere di Capro Espiatorio), conferito lustro culturale al crogiolo etnico di Belleville, fertilizzato il terreno del plot con una lingua densa di guizzi. Arrivato al quarto l’ispirazione di Pennac aveva cominciato a prosciugarsi, la scrittura brillantissima ad attorcigliarsi su se stessa e l’autore a essere chiaramente soffocato dalle sue consapevolezze. C’è spesso un momento in cui un autore comincia a scrivere come fosse già morto. In cui Coetzee fa Coetzee, De Lillo fa De Lillo e Pennac fa Pennac. A riprova di una certa stanchezza la saga si interrompe nel 1998, con “La passione secondo Therese”. Ma ecco che, con palpitazione di noi che l’abbiamo amata, la “tribù” Malaussène fa il suo rientro.

 

L’inizio lascia ben sperare. Pare che a dipanarsi siano due filoni di trama che si immaginerebbe destinati a incontrarsi. Il lampo di genio non è tanto nel primo, il rapimento dell’uomo d’affari Georges La Pietà, quanto nel secondo, la figura dello scrittore Alceste, arruolato dalla Regina Zabo che è a capo delle famigerate Edizioni del Taglione per cui lavora Benjamin. Alceste ha bisogno di essere protetto dalla furia omicida dei propri parenti che ha pubblicamente messo alla berlina in un feroce libro d’esordio, “Mi hanno mentito”. Alceste, in effetti, è un vevé, cioè uno di quelli che il mercato della narrativa premia quali alfieri della verità vera. In realtà, come il lettore scoprirà, non è che Alceste abbia denunciato particolari sevizie: anche l’oggetto del contendere con i parenti è una trovata fantastica. Insomma, fin qui tutto benone: Pennac prende posizione sull’invadenza e la prosopopea del nuovo egotismo cronachistico letterario, ed è normale che lo faccia in qualità di rappresentante della sua concezione letteraria antitetica, che così tanto spinge sul pedale della sospensione dell’incredulità del lettore. Il neologismo “vevè” fa il verso a quella mania specialmente parigina di qualificare ironicamente degli esponenti di tendenze mettendo insieme due sillabe di parole diverse (si pensi ai bobò, i borghesi bohemien). La questione del rapporto tra letteratura e verità si distende su uno sfondo più ampio, grazie agli efficaci monologhi di Alceste.

 

Sarà un caso se il personaggio più intrigante è uno dei due o tre che non erano apparsi prima nei libri di Pennac? Improbabile. Pennac ha un evidente problema con la quantità industriale di protagonisti della sua saga, verrebbe quasi da pensare che li abbia messi tutti sotto contratto e non possa svincolarsi (sarebbe anche una situazione in linea con quelle dei suoi romanzi). Quelli sono stati messi da parte per vent’anni e adesso se non li citava tutti uno per uno lo trascinavano in tribunale. E’ qualcosa di simile alla cena degli ex compagni di classe.

Una cosa è fare un romanzo su una famiglia e sulla sua cerchia amicale (e nemicale) allargata e una cosa è consegnare a questi soggetti le chiavi dell’intero spazio narrativo, incluso quello che si svolge teoricamente lontano dalla loro sfera d’azione (teoricamente, perché per Pennac non è più concepibile una sfera d’azione che li esoneri). Sono tutto: le vittime, i colpevoli, i sospettati, i vincitori, i perdenti, quelli in piazza, quelli in auto, a casa, in televisione. Identità, che un tempo erano rese fulgide con poche pennellate, mettono ora a dura prova la penna di Pennac, che per ospitarli tutti non ha letteralmente più un buco per nessuno, nemmeno per se stesso: e inevitabilmente stanno stretti pure quelli, e i nomi che hanno addosso sono solo un’etichetta, tanto per farci venire in mente chi erano, gente che ha diritto di esserci solo perché c’è stata.

“Non che mi aspettassi di sentire riecheggiare ancora le imprecazioni di Jeremy, le rimostranze di Therese, le urla di Verdun, non che cercassi il sorriso di Clara o la schiena del Piccolo chino sin dal mattino sui suoi disegni ma insomma tutto questo c’era stato e adesso non c’era più. Passate anche le corse di Maracuja e Signor Malaussène, la voce di E’ Un Angelo, le pacche filiali di Sigma”. Ecco, questa è la voce di Benjamin ma forse mai come in questo caso è la voce di Pennac, del tutto incapace di elaborare una teoria del lutto per i suoi personaggi.

 

D’accordo, ma il resto? L’uomo d’affari viene liberato? Nelle mani di chi è? Cosa succede all’uscita del secondo libro di Alceste? E chi lo sa. Una volta che ha terminato di portare a spasso i Malaussène, Pennac rinvia al seguito. Sì, ma non sono due volumi in cofanetto. Il seguito non è nemmeno alle viste. Questo non è lasciare dei sospesi. E’ strappare arrivati a metà le pagine di un libro. Già che c’era poteva lasciare anche appesa una frase.

Il terzo fra i “diritti del lettore” che varò Pennac, e fecero all’epoca furore, recitava: “Il diritto di non finire il libro”. Ma era un diritto del lettore, appunto. Non dello scrittore. Almeno non se mette il libro in commercio.

 

Daniel Pennac

Il caso Malausséne- Mi hanno mentito

Feltrinelli

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di | 12 luglio 2017|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

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