Recensione del film I fratelli sisters

>Recensione del film I fratelli sisters

Probabilmente quando finirà il western finirà il cinema. A di là del fatto che le sue tracce rimangono in diversi film d’azione, il rischio che il genere venga confinato in una riserva indiana (altissimo negli anni ottanta per il rigetto dell’ideologia colonialista) sembra scongiurato; e aumentano i registi affermati che provano a cimentarvisi. Il problema di partenza per tutti costoro è come decostruirne i topoi (che si debbano decostruire è fuori discussione).

 

Può sembrare particolarmente balzano che a un regista francese venga lo sghiribizzo di girare un western, vero, in lingua americana (e in Andalusia: ciò che pure lo rende vero, dato che fu il luogo prescelto da Sergio Leone per i suoi capolavori), e in effetti quando Godard ci provo (Vento dell’est) rientrò di corsa dal set e cercò di suicidarsi prima con i barbiturici e poi buttandosi dalla finestra. Ma Jacques Audiard c’era già arrivato prossimo in Deeephan, nel quale una ex tigre tamil fa una strage di borgatari. Tanto valeva fare il salto (non dalla finestra però).

 

La trama d’avvio, a essere sinceri, non è che sia tanto allettante. Charlie ed Eli Sisters, due fratelli banditi, al servizio di un uomo potente che appena si intravede e si fa appellare il Commodoro, devono raggiungere in Oregon Warm, un chimico cercatore d’oro, per estorcergli a mezzo tortura la formula segreta con cui rende luminoso l’oro dentro i fiumi. Il loro compito dovrebbe essere semplificato dal fatto che il detective Morris li ha preceduti al fine di rintracciare Warm e consegnarglielo. Vabbè. Per una mezzora buona dici sai che me ne frega, per dare senso a una traccia così devi attaccarti ad almeno uno dei personaggi, che all’inizio lasciano un po’ freddi. Ma gradualmente finisce che ti attacchi un po’ a ciascuno di loro, anche per la straordinaria interpretazione di tutti gli attori: Joaquin Phoenix, il fratello leader, sgangherato e ubriacone collerico; John. C. Reilly, il fratello socialmente imbranato e intimamente tenerone, dalla mira infallibile; Rice Amhed che offre un inconsueta fisionomia mediorientale al cercatore d’oro di aspirazioni sansimoniane- ecco che cominciano le rotture del genere- e Jake Gyllenhall, il detective instancabile compilatore di taccuini, con cronache che cercano di compensare il suo disagio esistenziale. L’incontro dei quattro prende una piega inattesa e spinge a una parziale convergenza del comune anelito al riscatto di sé, che ribolle e macera con gradi di consapevolezza differenti.

 

In cosa si sostanzia la decostruzione del western nella versione di Audiard? In primo luogo nella stilizzazione delle sue componenti estetiche: le sparatorie sono polveri che esplodono ma non danno quasi mai conto del loro svolgimento, si bruciano nel loro voluto eccesso di realismo; e altrettanto scientemente gli inseguimenti a cavallo sembrano videogames. I campi lunghi esibiscono la bella fotografia del paesaggio ma nelle relazioni tra i personaggi, quanto più si accendono, costituiscono un’ eccezione persino i campi medi e spicca un certo gusto dell’inquadratura dal basso. L’ottima musica rompe del tutto con la storia del west. C’è una trans ( Rebecca Root l’attrice) che comanda una città di malaffare, e se l’è intestata a suo nome, e tutta la virilità proprie del western è spesso messa in burletta. C’è qualche truculenza, che però niente ha a che vedere con l’estetica western, nemmeno nell’upgrade di Tarantino. E, cosa principale, nessuna delle morti più significative avviene per arma da fuoco. Manca la catarsi. E però c’è il cardine del western classico, che è un ordine ristabilito nel finale, sia pure anch’esso profondamente anti-epico.

 

Audiard fa tutto questo con estro e mestiere che gli sono valsi il Leone d’Argento. E però, a furia di ritoccare il canone perde per strada qualcosa del suo pathos, e non sempre ristabilisce una misura esatta dei tempi nelle sequenze. Il difetto principale, paradossalmente, è quel che dovrebbe essere il forte del film western post-moderno, l’humor nero. Audiard scimmiotta maluccio i fratelli Cohen e semmai ricorda l’ultimo Mel Brooks, che non faceva più tanto ridere. E però la raffigurazione del legame fraterno e della sua evoluzione a causa degli eventi sono splendidi e nell’insieme I fratelli Sisters offre parecchie soddisfazioni all’occhio del cinefilo. Se però dovessi scegliere due scene, due, opterei per quelle in cui Eli scopre lo spazzolino da denti e l’acqua che scorre nel water. Rimane più abbagliato di quando vedrà illuminarsi le pepite nel fiume. E tutto sommato: dagli torto!

I Fratelli Sisters

Jacques Audiard

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di | 10 Maggio 2019|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

Questo articolo mi ha fatto pensare a...

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.