L’incredibile vita di Norman

>L’incredibile vita di Norman

Recensione del film

Norman Oppenheimer è un signore ebreo di una certa età, perennemente intabarrato in un cappotto cammello e con gli auricolari del telefono che si sono ormai saldati al canale uditivo: si aggira per la New York della grande crisi post-2008 distribuendo alla prima occasione il suo biglietto da visita, Norman Oppenheimer strategist”. Secondo i moderni testi di sociologia politica Norman è una figura potentissima, è un networker (questo ve lo dico io, lui si definisce più tradizionalmente uomo d’affari),

uno che mette in contatto le persone potenti che hanno bisogno di essere messe in contatto ma non si conoscono tra loro. Il problema è che non le conosce neppure lui, e del networker dunque non ha le risorse di base, benché millanti di essere invitato a cena da uno o vanti un’antica amicizia con un altro (“mia moglie ha fatto da baby sitter ai figli” è una ricorrente, curiosa chiave esplicativa delle sue relazioni). La sua petulante insistenza viene di solito respinta con sprezzo ma qualche volta le sue sceneggiate (“vuole che lo chiamiamo subito?” dice brandendo il cellulare; oppure “ha detto che darà sette milioni ma non mi ha autorizzato a dare il suo nome”) traggono temporaneamente in inganno gli interlocutori. Quando cominciano a schivarlo ripiega su obiettivi più modesti ma potenzialmente illimitati (“Lei mi dica di cosa ha bisogno e io glielo farò avere”). Il regista Joseph Cedar ha dichiarato programmaticamente l’intenzione di ritrarre la figura storica, e anche scespiriana, del faccendiere ebreo, ma quel fanfarone di Norman non ne possiede il medesimo cinico opportunismo: mai ottiene e nemmeno cerca veramente un tornaconto; egli insegue solo il riconoscimento sociale negatogli, sempre più o meno brutalmente, da un’umanità borghese indistintamente concorrenziale e classista. Un giorno, parrebbe, trova il “cavallo giusto”, Eshel, un politico israeliano che diventerà primo ministro. Norman, tre anni prima dell’elezione, in una scena che dietro l’apparente amabilità dell’incontro ci angoscia empaticamente per l’umiliante servilismo che la governa, gli fa il piccolo favore di comprargli un paio di scarpe dal prezzo esorbitante. Quando ascenderà al potere, Eshel conserverà tuttavia un ricordo commosso della vicenda e a Norman offrirà uno spazio pubblico che lo mette per un attimo in quell’agognato centro delle relazioni. Emergeranno però conseguenze impreviste e catastrofiche. Lungi dall’essere sfruttatore l’animo buono Norman si troverà sempre sfruttato, e strateghi parranno infine tutti quelli che lo strumentalizzano. Sbaglieremmo però a seguire la china degli eventi solo come la “tragica caduta” (così già annunciata al principio del film) di Norman, almeno dal suo punto di vista, perché finalmente egli riesce davvero a ottenere gli obiettivi che si era prefissato a vantaggio degli altri, con sacrificio ma pure abilità.  Farà anche in tempo a incontrare (e beneficiare di un favore per un suo “bisogno”) un più giovane collega che offre i servizi della Katz Strategies e che, in linea con la deriva dell’economia, è definitivamente disceso allo stadio di ridicolo pezzente.

L’israeliano regista Cedar confeziona, al suo primo film americano, un’eccellente critica della cinica e opportunista società contemporanea e della ferocia che essa manifesta verso gli sconfitti della vita: ci riesce con originalità, affiancando a Norman personaggi stilizzati dei quali, in assenza di una caratterizzazione più marcata, viene restituito l’insieme sgradevole. Lo stesso Norman in qualche modo è stilizzato. Di lui non sapremo se veramente è esistita quella moglie che faceva da baby sitter al mondo, se mai è nata la figlia di cui parla un paio di volte, non sapremo dove abita e dorme e neppure se abita e dorme e accederemo solo intuitivamente alla sua dimensione interiore. Ma lo sentiremo prossimo e realistico grazie alla superba e coinvolgente interpretazione di Richard Gere, assurto ormai a cesellatore di ruoli selezionati e diversissimi che ne hanno progressivamente impennato la carriera inizialmente fondata sull’avvenenza (mai come qui violata, in quel che ne rimane, da un truccatore spietato). Lo contorna un cast di grido, che include Charlotte Rampling e Steve Buscemi, oltre a una serie di impeccabili professionisti.

Cedar si produce in una magistrale lezione di inquadratura, piani e soprattutto rapporto tra campo e fuori campo, oltre che in un paio di memorabili montaggi sovrapposti che suggellano l’oscillazione tra visionarietà e realismo che la scrittura a sua volta  cerca di perseguire, ma con maggiore cautela.

E’ un soggetto che si sarebbe prestato al Woody Allen di una ventina d’anni fa: ne sarebbe venuta fuori una sceneggiatura più comica e continua ma di certo non altrettanta tenerezza del protagonista.

 

L’incredibile vita di Norman

Joseph Cedar

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

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