Recensione del film “Il filo nascosto”

>Recensione del film “Il filo nascosto”

E’ un specie di matrioska del perfezionismo maniacale quella in cui P.T. Anderson, acclamato oggi con Malick quale regista di maggior rigore formale,

cuce per il perfezionista maniacale  Daniel Day-Lewis (secondo le sue dichiarazioni all’ultima interpretazione) il ruolo dell’ancor più maniacale e perfezionista Reynolds Woodcock, sarto alla moda di nobili e alta borghesia nella Londra degli anni ’50.Forse una proiezione dei fantasmi più oscuri e dei fili nascosti del regista. Il filo fantasma (titolo originale) allude in effetti a parecchie cose: quella più immediata, l’abitudine di Woodcock di cucire piccoli messaggi negli abiti; il filo morboso che lo lega alla madre scomparsa che gli insegnò il mestiere; il movimento a vuoto a mimare il cucito, che si dice scappi alle ricamatrici anche dopo che una veste è completata; il filo nascosto che può legare una coppia che non ha apparenti ragioni per durare. Uno dei pregi del film, in un’epoca di minimalismo e unidimensionalità, è la sovrapposizione dei vari livelli di lettura, che si aggiungono alla ricchezza dell’opera visiva (che ovviamente, dato il tema, è prodiga di costumi e scenografie), all’eleganza della fotografia (firmata dallo stesso regista), alla creatività del montaggio, al dialogo della pellicola, oltre che con altri film di Anderson (The Master, specialmente), con Hitchcock e Kubrik, il tutto felicemente assecondato dalla colonna sonora di Johnny Greenwood.

 

Stia tranquillo chi non ama la moda e sia riluttante a vedere un film che la mette in scena: la moda non piace nemmeno ad Anderson, che confina la quasi totalità delle scene nella sontuosa casa-atelier di Woodcock e lascia che da quell’ambiente umanamente malsano il senso di claustrofobia si trasmetta alle vestizioni, alle prove, al lavoro, ai vip che indossano gli abiti. L’iconografia è reliquiale, e in certe scene di produzione, nella quali sembra che si lavori a un sudario, sepolcrale. Se poi facciamo coincidere la moda con il fashion, fa orrore persino a Woodcock che ad un certo punto inveisce perché una sua storica e prestigiosa cliente si è indirizzata verso abiti più “chic”.

 

Al centro del film è la relazione tra Woodcock e la sua… come chiamarla? Premessa: lo psicotico couturier ha una certa ossessione per le donne ma le perimetra nel ruolo di modelle per le sue creazioni,  e in questa chiave le promuove per un certo periodo a  conviventi, prima di scaricarle (o più esattamente di farle scaricare dalla sorella che con lui porta avanti la ditta e condivide ogni momento intimo della giornata) perché nuocciono alla sua concentrazione: i momenti topici sono quelli del breakfast, quando lui mette sul quaderno gli estri mattutine e non tollera che la donna di turno gli rivolga la parola o percuota fragranze con la mandibola. Un giorno Woodcock individua la sua nuova musa nella cameriera di un ristorante, Alma (Vicky Crips, sulla cui bravura attoriale ci si potrà pronunciare con maggiore cognizione quando le saranno richieste un numero di espressioni maggiore di tre). L’approccio, e il linguaggio verbale e corporeo con il quale i due reciprocamente si adescano, è la parte più scadente del film, ma per fortuna è breve. Infatti, quale suo universale, prima che la donna, Woodcock considera il manichino, e invece di svestirla si occupa di vestirla, individuandola come il tramite per i suoi abiti. Torniamo a come chiamare Alma: fidanzata, alla luce di questo teatrino, pare un termine impegnativo. Senonché Alma, dietro i suoi infossettamenti concilianti, si rivela di una determinazione feroce nel prendere possesso del territorio. Il gioco di potere dentro la coppia è la traccia che più interessa ad Anderson e per quanto vi sia uno specifico patologico in quella che ha scelto di narrare è probabile che egli intenda suggerire una riflessione più vasta e profondamente anti-romantica su ciò che muove i sentimenti e fa leva sulle fragilità (il che non esclude che l’effetto finale coincida con quello che le persone normali, oltre agli stessi protagonisti del film, classificherebbero nella categoria “romantico”).

 

Come per “La forma dell’acqua” (fatte le debite differenze, e comunque non con quella potenza) chi ama il cinema non può che restare incantato dall’equilibrismo estetico di Anderson. In verità, arriva una fase in cui il saturante ristagno esistenziale della sartorialità ossessiva colpisce il regista insieme al personaggio, ma Anderson è abilissimo a scartare nel finale, del quale cogliamo l’inevitabilità nello stesso momento in cui ne apprezziamo l’imprevedibilità. Ci rendiamo conto che, senza una scena di sesso e con un erotismo sublimato, abbiamo assistito a quelle che dovrebbero essere le cinquanta sfumature di grigio, ovvero alla quintessenza del sadomasochismo nel gioco di coppia. In tempo di #metoo, arriva un messaggio rassicurante ma pure semplificatore e tradizionale a proposito della donna (e cioè: ma sì, alla fine è lei che decide tutto e dirige l’uomo dove vuole). Non mi pare che ci sia una costante ambiguità e inversione di ruoli tra lo sfruttatore e lo sfruttato. C’è invece, e questo è entusiasmante per bravura registica, un racconto che per due terzi è osservato dal punto di vista di lei e più avanti dal punto di vista di lui. Però è un filo nascosto, e quindi una rivelazione che ci troviamo cucita nella giacca quando usciamo dal cinema

 

Il filo nascosto

Paul Thomas Anderson

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di | 16 Marzo 2018|Il Nuovo Giudizio Universale|

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