Recensione del film “Dogman”

>Recensione del film “Dogman”

Dire che in questo film non ci siano scene violente sarebbe un’assurdità. Eppure è incontestabilmente vero se il parametro è la storia di cronaca del “Canaro”, che ha ispirato Garrone: chi va al cinema immaginando di ripercorrerla rimarrà deluso. In verità anche i fatti riscontrati dagli investigatori furono meno truculenti di quel che raccontò l’uccisore, che a quanto pare infierì sul cadavere ma non commise le sevizie che confessò in un delirio allucinatorio. Se aveva messo in circolo una versione di fantasia il Canaro stesso, non poteva e doveva forse farlo il regista? Garrone da quell’episodio prende solo spunto per seguire una strada completamente diversa, imperniata su un profilo psicologico discretamente complesso, e una relazione che non si può liquidare solo come racconto di (stra)ordinaria sopraffazione e vendetta smisurata.

 

Marcello è un mansueto toelettatore per cani che vive e lavora in una periferia suburbana di Roma e riesce a governare cani di qualsiasi temperamento. Con gli uomini non è altrettanto sicuro: anche se dice a se stesso che “tutti gli vogliono bene” nessuno nel quartiere lo rispetta veramente. Certo, il pugile dilettante Simone che lo minaccia, lo picchia, lo sfrutta e poi lo mette nei guai lo rispetta ancora meno. Ma non lo discrimina, perché lo tratta allo stesso modo selvaggio in cui tratta gli altri; e Marcello non è solo pavidamente asservito ma pure fatalmente attratto da quella potenza fisicamente esplosiva, tanto antitetica al suo corpicino minuto, e da quel disinteresse per il fatto di dispiacere al prossimo, che a Marcello risulta inaccettabile. Marcello nutre Simone con la cocaina, per la quale non riceve pagamento ma che gli fa sempre trovare disponibile, lo salva in un paio di circostanze, ne viene premiato con l’invito a un rito mondano-sessuale del quale Marcello non percepisce la degradazione. Marcello resterà deluso da quel che qualifica come un inganno, o un tradimento, perché per cercare un barlume di complicità (fosse pure tecnicamente criminale), al di fuori dei cani e dell’amata figlia, ha “investito” su Simone: e tale è il furore, che egli recupera e pretende la sua dignità, che pure ha accettato quotidianamente di farsi calpestare. E proprio perché la dignità non è abituato a maneggiarla, non riesce a conservare il controllo della situazione (non tanto delle pulsioni: dopo una lucida e fantasiosa premeditazione della vendetta, le conseguenze estreme scappano di mano quasi incidentalmente).

 

Benché, dunque, venga proposto, per bocca dello stesso regista, come un film sulla violenza psicologica, Dogman mi pare un’interessante esplorazione di una borgatara sindrome di Stoccolma e dei suoi squilibri maggiormente nascosti, oltre che della più scontata tensione claustrofobica che genera.

Garrone ha tenuto quest’opera in stand-by per dodici anni, probabilmente il tempo di attendere che si materializzasse come interprete il fantastico volto neorealista di Marcello Fonte, giustamente premiato a Cannes come migliore attore. Quasi più sorprendente di Fonte è la “recitazione” collettiva dei cani, che davvero di rado, in numero tanto massiccio, sono stati impeccabili protagonisti di una pellicola non di animazione che ne ritraesse la mutevolezza dei temperamenti ma soprattutto la sovrapposizione con l’uomo. Lo stesso Marcello, giudicandolo a posteriori, avrà pendolato tra la mitezza domestica del barboncino e la bestialità incontrollata del pitbull. Non c’è da scervellarsi sulla metafora. Garrone restituisce ogni similitudine con la forza scabra delle immagini, e aggiunge una bravura mostruosa nella scelta del sonoro rumoristico e nella spinta dei movimenti di macchina fino a dentro i protagonisti.

 

Il peggior nemico di un grande regista però è sempre egli stesso, con il suo curriculum in primo luogo. L’angoscia sprigionata dalla coppia di sodali/antagonisti non è paragonabile con quella analoga de L’imbalsamatore, e  il paesaggio periferico degradatamente post-umano non eguaglia quello di Gomorra. A parte ciò, poi, qualcosa della violenza espressiva e del vigore rappresentativo rimane intorpidito: l’orrore è temperato da un filo di manierismo stilistico e lo squallore ottuso, collerico e pseudopassionale della violenza suburbana, beh, una canzone come Te la ricordi Lella lo aveva espresso con maggiore densità.

 

Dogman

Matteo Garrone

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di | 1 giugno 2018|2, Il Nuovo Giudizio Universale|

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