Blade Runner 2049

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Recensione del film

Nell’ultimo giorno dell’umanità, i sin lì superstiti commenteranno: è vero, c’è stato tutto questo. Le glaciazioni durante il paleolitico, l’impero babilonese e il codice di Hammurabi, le crociate, la guerra civile americana e a, un certo punto, gli Uomini e i Replicanti. Confondendo senza colpa il reale e l’immaginario, perché è tale la collocazione di Blade Runner nella storia del cinema e in quella dell’immaginario di un’intera generazione che quell’immaginario si è ritagliato un posto nel reale, perché nella fantascienza cucita da Blade Runner una parte di tessuto sono incubi della vita reale e di quella che immaginiamo possa diventarlo,

perché la traccia sottile tra reale e virtuale/immaginato era il tema centrale di Blade Runner, ed è il tema centrale di Blade Runner 2049: che non è precisamente un sequel ma piuttosto un upgrade. E quindi, nel 2019 (anno in cui si svolgevano gli eventi in Blade Runner) come nel 2049, i replicanti hanno una certa invidia per gli umani e gli umani una certa invidia per i replicanti e a un certo punto diventa un casino capire quali sono gli uomini e quali sono i replicanti, e del resto neppure il regista Ridley Scott mica aveva tanto deciso e mise in circolo una versione differente dal finale rassicurante che impose la produzione, una versione in cui forse il cacciatore di replicanti Deckard (Harrison Ford) era egli stesso un replicante. E siccome è un upgrade, Denis Villeneuve è rigorosissimo nel riproporre le stesse atmosfere del maestro Scott, e la cosa sorprendente è che quell’estetica dark-gotica che caratterizzò Blade Runner ed era consonante con diversi stili espressivi dell’epoca (a partire dal punk), riproposta pari pari torna attuale e coinvolgente, anche in morte di quegli stili, come se ci stesse avvertendo anche esteticamente su ciò che è in procinto di venire. Siccome è un upgrade, la fotografia di Roger Deakins e la musica di Hans Zimmer e Benjamin Wallfish si limitano (si fa per dire!) ad aggiornare l’universo visivo e acustico integrando quel che i 35 anni di distanza hanno proposto e rielaborato nel mondo fuori da Blade Runner, con una maggiore tendenza alla rarefazione e una minore compattezza di entrambe. Siccome è un upgrade, la trama cammina a lungo quasi identica, e nella stessa città, Los Angeles, appena meno detritica, un filo più desertica, e si concede (la trama, non Los Angeles) il lusso della stilizzazione scenica e un frequente, criptico margine di confusione del dettaglio per l’interprete (in verità, qui con qualche linearità esplicativa in più,che però danneggia il ritmo). Siccome è un upgrade, tutto parte da un cacciatore di replicanti (un notevole Ryan Goslin) impegnato a ritirare mediante uccisione i replicanti “difettosi”, che stavolta sono i vecchi e ribelli Nexius 8, con la variante (forse) che l’agente K è egli stesso un replicante, ma della categoria Nexius 9 che è più ubbidiente, e siccome è un upgrade torna in scena Deckard-Harrison Ford, del quale l’agente K si mette alla ricerca quando accade qualcosa di sconvolgente, per lui, per il destino dell’uomo e anche per quello dei replicanti.  Siccome è un upgrade al centro del discorso c’è sempre l’incontro, al punto dell’ibridazione, tra l’intelligenza artificiale e l’angoscia esistenziale dell’uomo, ma la specie umana nel 2049 è come l’opera d’arte nell’era delle sua riproducibilità tecnica per come la vede Benjamin, ha perso l’aura, e parrebbe che bisogna affidarsi ai replicati per riportarne in auge l’interiorità. Siccome è un upgrade, c’è un collage di citazioni  riferimenti di ogni genere artistico da Edipo in avanti che fa del film un ipertesto, e c’è anche un taglio felice dei personaggi principali, salvo quello dell’antagonista, una replicante cattiva con la quale Villeneuve, probabilmente contro la sua intenzione, sacrifica la logica del confine poroso tra bene e male  cesellando una robottina intrisa di femminilità che trascorsa un’oretta sembra Ivan Drago in Rocky V. Siccome è un upgrade c’è un feticcio totemico nel film, non più gli origami, però, ma un cavalluccio di legno (legno! Trovarne, buon Dio, nella Los Angeles del 2049…). Siccome è un upgrade, c’è un segno inconfondibile e virale dell’umano, e qui non è la libertà come in Blade Runner ma la memoria, salvo scoprire che senza la seconda non c’è nemmeno la prima e chiudere felicemente (o infelicemente) il cerchio. E proclamare l’umanità sovrana della memoria (vanamente insufflata negli androidi per renderli quasi-umani in una scala assoluta di quasi-gradazione) in questi anni in cui la memoria è, per lo più, quella che si salva grazie al backup, è un segno di grande consapevolezza di quali pericoli aleggino sulla specie, ma non poteva essere diversamente siccome è un upgrade.

Siccome è un upgrade, però, tutti quelli che scrivono di questo film sono coloro che hanno visto e amato Blade Runner, quello di 35 anni fa, e si emozionano inevitabilmente a trovarselo upgradato. E viene a me il dubbio che, se a scrivere fossero quelli che il primo Blade Runner non lo hanno mai visto, il parere sarebbe molto più tiepido, e non per via della carenza di informazioni pregresse, ma perché c’è una cesura, proprio emotiva, tra quell’immaginario, con la consapevolezza che segna chi se ne fece possedere, e l’immaginario di 35 anni dopo. Ciò che non impedirebbe a noi nostalgici di portare su un tetto il giovane recensore tiepido e fargli un discorso solenne che comincia con: “Ne abbiamo viste noi cose che voi umani…”

 

Blade Runner 2049

Denis Villeneuve

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di | 13 ottobre 2017|11, Il Nuovo Giudizio Universale|

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