Possiamo parlarne in modo serio?

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I guadagni dei parlamentari italiani

E’ possibile, in Italia, parlare di stipendi e pensioni dei parlamentari in maniera che non sia burina, demagogica o vendicativa?

Proviamo a ricostruire con ordine la questione, partendo da come dovrebbe essere di principio per arrivare a come funziona e come probabilmente dovrebbe essere rivista.

 

Il principio

Si può essere ideologicamente in favore di un livellamento dei guadagni in una società: non mi sembra però una posizione che abbia attecchito nei paesi occidentali, nei quali si dà per scontato che il guadagno sia la proiezione di una gerarchia di merito e importanza sociale (e tendenzialmente ciascuno sovrastima i propri meriti e la propria importanza). Nell’ambito di stipendi riconducibili alla pubblica amministrazione è difficile negare che i parlamentari costituiscano, almeno teoricamente, il vertice delle competenze, visto che da loro dipende il modo in cui saranno regolate tutte le altre competenze. Lo stipendio dei parlamentari italiani è stato disegnato tenendo di vista questo profilo e parametrato su quello del presidente di corte di cassazione, stabilendo che il suo importo non possa essere comunque superiore di un dodicesimo a quello (e attualmente è fissato a un livello più basso).

 

Storicamente, lo standard elevato della retribuzione di un parlamentare è volto a garantirne l’indipendenza decisionale e ad attirare le menti migliori, rendendole disponibili ad abbandonare un diverso mestiere più remunerativo; e sarebbe anche il riconoscimento di un percorso di studio.

A partire dalla Seconda Repubblica, tuttavia, il ceto politico ha subito un discreto peggioramento qualitativo. In parlamento sono arrivati molti personaggi dello spettacolo o dello sport cooptati nelle liste soltanto perché riconoscibili dal pubblico televisivo, molti imprenditori e professionisti che già si mantenevano piuttosto bene e davano l’impressione di abbracciare la politica per aggiustarsi ancora meglio nelle relazioni esterne e, infine, diversi sprovveduti privi, oltre che di un’esperienza politica, di basi culturali superiori alla media.  Certo, il rimedio sarebbe di restituire alla politica la sua professionalità: ma il cambiamento è nelle mani degli elettori, che proprio quella professionalità avevano preso in odio; e d’altronde se la direzione della politica è quella che si vota come dice il capo (e il futuro auspicato è che fra un po’ non esista più il parlamento) la preparazione culturale diventa quasi un lusso (sarebbe però necessario che ne fosse dotato esponenzialmente il capo: anche in questo c’è un notevole scostamento dall’ideale).

 

Va anche aggiunto che, essendo il parlamento l’organo che approva i tagli della spesa, negli ultimi anni abbastanza consistenti, vi dovrebbe essere una proporzione più stretta, in termini di congiuntura economica, tra le misure che pesano sui cittadini e quelle che toccano (o non toccano) deputati e senatori.

Peraltro, il parlamento negli ultimi anni ha effettivamente ridotto le indennità complessive in una misura tra il 10 e il 20 per cento e anche ridotto indennità aggiuntive.

Perché però si continua a percepire un divario eccessivo? Qual è la base di partenza?

 

La comparazione degli stipendi con altri paesi

 

Fare i conti in tasca ai parlamentari è sempre un’operazione complessa, ma per lo più il calcolo si attesta intorno agli 11.000 euro netti mensili: solo una parte di questa somma è il vero “salario” (l’indennità) e la sua misura (5000 euro circa) è tutt’altro che irragionevole. Il problema sono le altre componenti: 3500 euro di diaria per il soggiorno a Roma (che vengono corrisposte anche a chi già vive nella capitale), 3500 euro circa di rimborsi spese, dei quali la metà sono corrisposti forfettariamente, cioè senza documentazione (rischiando fortemente di essere reddito non tassato), persino 1000 euro di spostamento per arrivare all’aeroporto (mentre i mezzi di trasporto sono gratuiti). Nessun paese al mondo sfora così tanto con i rimborsi o nelle diarie, ed è per questo che, benché abbia uno stipendio superiore, il deputato inglese, ad esempio, guadagna molto meno di un collega italiano.

 

Rimane il fatto che agevolazioni e rimborsi sono previsti un po’ dappertutto, e questo rende complicate le comparazioni. Ve n’è comunque una, autorevole, dell’Economist (risalente al 2013) che non si è limitata a misurare gli stipendi in termini assoluti ma ha ordinato le nazioni secondo il rapporto tra lo stipendio del parlamentare e il reddito medio del cittadino. Ebbene, l’Italia occupa il primo posto tra i paesi occidentali (il nono in assoluto (in testa alla classifica sono Kenya, Ghana e Indonesia, non esattamente modelli di virtù nell’esercizio del potere). Per dire, la Norvegia, che paga bene i parlamentari (meno di noi, in ogni caso) è molto più in basso nella scala grazie a un corretto rapporto di proporzione con il reddito medio.

 

Le pensioni

 

Con grande disinvoltura si è parlato in questi giorni dell’abolizione dei vitalizi alla Camera. La notizia, diciamo così, è un tantino tardiva perché i vitalizi sono stati aboliti nel 2012, sostituiti dalle pensioni. I vitalizi erano caratterizzati da una corresponsione di redditi molto superiore (anche cinque volte) ai contributi effettivamente versati. Le pensioni, che sono in vigore dal 2012, seguono quello che (sempre dal 2012) è il regime pensionistico ordinario, cioè quello contributivo, che commisura la pensione a quanto versato. Quel che è cambiato con la delibera dell’ufficio di presidenza della Camera (del quale non è certa la competenza in materia, dato che secondo alcuni sarebbe rimessa alle legge) è che i vitalizi ricevuti fino al 2012 non saranno più calcolati col sistema retributivo ma anche loro con quello contributivo.

 

Eliminazione di un privilegio? Non proprio: tutti i lavoratori che fino al 2012 erano in regime retributivo continuano, dopo la legge Fornero, a ricevere la parte di pensione maturata prima della legge con il calcolo del sistema retributivo, perché la legge non può cambiare le carte in tavola retroattivamente. Se passasse al vaglio della Corte Costituzionale (poco probabile) si tratterebbe di un precedente pericolosissimo perché qualsiasi pensione, per esigenze di bilancio, potrebbe un giorno ricevere la medesima decurtazione (non a caso sul tavolo dell’Inps sono le “pensioni d’oro”, termine però che comprenderebbe anche pensioni da 4000 euro). Non è che poi si possa obiettare: eh, ma quelli erano parlamentari, guadagnavano un sacco di soldi!. Al contrario, ben si potrà affermare che se questo è stato possibile per i parlamentari, cioè per i “privilegiati” a maggior ragione, se c’è da stringere la cinghia, sarà plausibile per l’uomo comune. Di sicuro alcuni di questi vitalizi sono esorbitanti, ma si tratta pur sempre di risparmi limitati (75 milioni) e decrescenti: siamo sicuri che valga la pena di sacrificare un principio cardine del diritto, posto a tutela di tutti? I veri risparmi, ovviamente, discenderebbero dal taglio delle spese correnti.

 

Quanto a quel che di scandaloso, veramente, c’è nelle pensioni (e lì ci sarebbe da risparmiare) è il cumulo con altri trattamenti pensionistici (perfino se sono altri mandati politici!), il momento di corresponsione, i requisiti per la sua maturazione. E’ ingiusto che mentre si discute della pensione a 67 anni, il deputato abbia la possibilità di ottenerla anche a 60 anni (e che la maturi con un solo mandato- d’accordo meglio di prima, quando bastava un giorno- a fronte dei 42 anni e 10 mesi di contributi di una persona comune).

I privilegi

 

Un cattivo modo per criticare il numero dei parlamentari è che costano troppo. Servono, in queste dimensioni, o non servono? Questo è il punto. Se servono (non ne sono certo, lascio il quesito aperto), sarebbe assurdo dire che non ci possiamo “permettere” delle buone leggi. Bisognerebbe anche però indagare più a fondo se il costo del parlamento, del quale gli stipendi dei deputato costituiscono una frazione, non sia abnorme di suo. Prima di comparare le indennità dei deputati, trovo piuttosto impressionante che una segretaria parlamentare abbia uno stipendio doppio di un deputato spagnolo.

 

Quanto alla condizione dei parlamentari, lo sfrondamento andrebbe fatto sui rimborsi e le altre indennità. Il minimo sarebbe applicarli quando ne ricorrono effettivamente i presupposti (tipo: ti rimborso solo se hai la pezza di appoggio; o anche: ti do la diaria solo se non vivi a Roma), l’optimum sarebbe eliminare la totalità dei veri privilegi (il pranzo, quello sì, come se lo paga la persona comune se lo può pagare anche il parlamentare). Tra le forme più efficaci per evitare che la posizione di parlamentare diventi una rendita appannaggio di persone che continuano a praticare un altro mestiere (quello che le indennità elevate volevano evitare) c’è la commisurazione dell’indennità all’effettiva presenza in aula. E’ un criterio che viene applicato già per la diaria, con una decurtazione consistente per ogni  giorno di assenza. Ma è chiaro che in casi come quelli della Brambilla o di Romani, che hanno sin qui partecipato a 1 votazione su 201, della Vezzali, che fu presente in una legislatura all’ 0,28% delle sedute, o di Andrea Mura, che pretende di seguire i lavori parlamentari dalla barca a vela dovrebbe essere in discussione l’intera indennità (o meglio ancora la decadenza dalla carica).

Infine, è sorprendente che in un paese nel quale la discussione sul conflitto d’interessi ha occupato gli spazi politici per vent’anni, nessuno si ponga mai il problema di sottrarre agli organi politici la facoltà di deliberare sulle proprie remunerazioni per affidare infine questo potere a un organismo indipendente.

 

Insomma, andando a fondo, di ingiustizia, iniquità e difetti emendabili nel costo dei parlamentari ce ne sono, eccome. Con un lavoro di fino, oltre a eliminare privilegi, si recupererebbero ben più risorse che col taglio dei vitalizi. Ma gridare, e sparare nel mucchio, è più facile. E porta più voti.

Di | 27 luglio 2018|Il futuro della democrazia|

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