Uomini che interrompono le donne. Cosa vuol dire veramente?

>Uomini che interrompono le donne. Cosa vuol dire veramente?

Uomini che odiano le donne certo è peggio. Ma uomini che interrompono le donne, pare, è molto frequente. Manterrupting, lo chiamano.Vedremo cosa significa, e cosa sottenda. Proveremo a suggerire che nasconda un significato ancora più esteso di quello cui viene associato. Spero che l’articolo sia letto dalle donne, ovvio, ma anche dagli uomini, perché riguarda i rapporti tra i sessi.Viene scritto da un uomo che prova a guardare le cose dal lato delle donne, probabilmente con tutte le imperfezioni che il mimetismo comporta sul piano della comprensione interiore.
Intanto la parola: un composto di man e interrupting. Si può usare, con lo stesso tipo di combinazione, anche manterruption, che riguarda la singola azione, mentre il primo termine riguarda la sua reiterazione sistematica.

Il primo studio che fotografa questa prassi risale al 1975: all’università di Santa Barbara emerse da un campione (invero molto ristretto) di conversazioni registrate in luoghi pubblici che quando le conversazioni erano miste, cioè con la partecipazione di entrambi i sessi, per il 96% delle volte erano gli uomini a interrompere le donne. Se ne concluse che gli uomini negavano alle donne lo status di partner eguali nella conversazione: e che, siccome le donne faticavano a mantenere il filo del discorso per via delle interruzioni, attraverso quelle interruzioni gli uomini esercitano controllo e potere, ne fossero o meno consapevoli.

Le indagini successive sono risultate meno scioccanti nei dati, ma la tendenza sopravvive ed è in buona salute. Nel 2015 sono state monitorate conversazioni il più neutre possibili (cioè non sbilanciate nell’interesse di genere), ricavando che in tre minuti la media di interruzioni è 2,6 contro 1 a sfavore delle donne. L’effetto inibente rende la donna più restia a parlare negli spazi pubblici e più propensa a rinunciare al completamento espositivo del suo pensiero. Non una militante arrabbiata ma Sheryl Sandberg, numero due di Facebook, sostiene che la donna che si esprime in un contesto professionale è attanagliata dal timore di essere fraintesa o giudicata troppo aggressiva, secondo metri che non coincidono con quelli riservati ai colleghi maschi, e frequentemente ne ricava che non vale la pena di esporsi e parlare.

Le consigliere di Barack Obama (per capire come la questione operi ad ogni livello) hanno deciso di combattere il manterrupting con la strategia dell’amplificazione: “quando una donna pronuncia un’idea-chiave le altre donne la riprendono attribuendola all’autrice” ha spiegato il Washington Post” Questo costringe gli uomini che sono nella sala a riconoscere il contributo di quell’intervento e impedisce loro di rivendicare la paternità dell’idea”.

 

Insomma, la manterruption viene indicata come spia rivelatrice della più ampia discriminazione di genere. In questo modo, però, del concetto di interruzione si perdono le tracce, relegandolo a scorrettezza dialogica che scoperchia un più nefasto vaso di Pandora. E invece il termine interruzione merita di essere approfondito e spostato su un significativo piano esistenziale.

 

Sganciamoci dunque dall’interruzione verbale. Cos’è più in generale l’interruzione? Intanto qualcosa che tutti percepiamo nella nostra quotidianità per effetto delle tecnologie digitali. Che sia lo squillo del cellulare, la vibrazione di un messaggio, l’urgenza di risposta che reclama una mail, la pubblicità che si sovrappone alla lettura di un testo su web o a una visione sullo schermo. Al di là dei singoli momenti, poi, l’interruzione è la spada di Damocle che l’incertezza economica e i rivolgimenti sociali fanno gravare sulle nostre aspettative e abitudini, sulle prospettive di lavoro, sulla continuità familiare, sui legami di appartenenza. Dopo che il postmoderno ha celebrato l’estetica dei frammenti e dell’incompiutezza, ovvero la stabilità costitutiva dell’interruzione, ci viene consegnato il conto sotto forma di un’ansia, altrettanto perpetua e costitutiva, che rende l’individuo nevrotico e la folla oscillante tra l’apatia dell’impotenza e l’appello all’uomo forte che ripristini rassicuranti continuità.

 

L’interruzione è di due tipi. Si interrompe qualcosa per poi riprenderla: in quel caso è ciò che distoglie, devia, rallenta, intralcia. In realtà l’interruzione potrebbe essere piacevole: in quel caso riequilibra, disseta, riempie, rende consapevoli, arricchisce il senso. Ci si interrompe per poi ritornare a ciò che si deve (e che per destino o necessità ha un ruolo principale), ma nel ricordo dell’interruzione, o nell’attesa di una nuova.

Oppure- è il secondo tipo- si interrompe per sempre ciò che non era finito.

Non è sempre facile distinguere tra la fine e l’interruzione prima della fine. Di un ragazzo che muore diciamo che la sua vita si è interrotta; di un anziano che è terminata. Arrivare alla pensione dopo quarant’anni conclude la fase del lavoro, trovare la lettera di licenziamento la interrompe, se non ci si riesce più a collocare. Ma il confine è spesso più sfumato. Di una relazione d’amore si usa dire che è finita: dimenticando che nei sentimenti più intensi si coltiva la pianta del sempre, e per quanto possa essere a volte un felice sollievo vederla disseccata, rispetto a quell’ideale si tratterà pur sempre di uno sradicamento.

nomanterrupting

Il corpo della donna, attraversato dai cicli biologici, viaggia in intimità con le interruzioni. Nelle società meno evolute le mestruazioni interrompono la sua presenza dentro la comunità (accade tuttora nelle famiglie hindu del Nepal: si chiama chapaudi e prevede l’isolamento dentro fredde capanne).

La maternità è l’interruzione per eccellenza. A tutela della donna le si garantisce un tempo per affrontarla e  goderla, ma non pochi ritengono che rispetto al lavoro e al ruolo della donna nella società non sia interruzione che sospende bensì interruzione che fa cessare. Il compimento di un progetto di vita più ampio rischia di essere precluso alla donna quando le legislazioni non prevedono forme di compatibilità tra la maternità che prosegue e l’organizzazione della società (si pensi agli asili nido) e dei contratti di lavoro (a parte il divieto del licenziamento, ad esempio l’estensione al padre dei permessi genitoriali).

La menopausa, che tecnicamente è una fine, sopravviene come un conflitto interno al corpo, che spesso emotivamente si ribella a quella che avverte come un’interruzione brutale.

Del rapporto tra corpo della donna e interruzione testimonia ancora il fatto che la più grande questione sociale legata all’interruzione concerne la gravidanza: se si digita “interruzione” su Google una buona parte dei primi risultati orienta verso quel tema.  Atavicamente la più consistente manifestazione di esproprio del potere decisionale della donna su di sé.

 

Questo legame tra interruzione e corpo femminile si riflette pesantemente su una cittadinanza quasi sempre limitata della donna nel suo diritto di interrompere e non essere interrotta. A volte per una conseguenza diretta: come quando la maternità diventa un obbligo o una catena. Altre perché quelle interruzioni che la natura ha imposto alla donna ci viene disinvoltamente da trasferirle al contesto sociale o relazionale.

Ci sono molti modi per definire buona una vita. Ne voglio proporre uno meno consueto; una buona vita è quella in cui una persona dispone delle sue interruzioni. Decide se e quando è il momento di interrompere qualcosa: di sospenderla per riprenderla, di decidere che va cessata prima di quella che è la sua fine naturale, e mettere in discussione che il pilota automatico coincida con ciò che è naturale. E’ un privilegio che a molti è negato dalla sorte e a tanti è precluso dalla loro passività. Ma per la donna, in quanto tale, è sistematicamente sotto minaccia. E questo il vero terreno di scontro del conflitto di genere. Ed è un conflitto inesorabile perché non è win-win. Se la donna è libera di interrompere, o di non essere interrotta, l’uomo perde la sua sovranità.

 

Arrivo dunque a dire che la questione del manterrupting non solo eccede la dimensione verbale, ma probabilmente sta occupando il campo sbagliato. Mi piace pensare che se le donne ci interrompono meno è perché ci fanno lo sconto su tante cazzate che diciamo, mostrandosi più generose di noi. E temo che un uomo che non interrompe mai non di rado può essere un uomo che non ascolta. O che pensa: parla, parla pure, tanto…

Manterrupting è dare per scontato che quando il bambino piange si alza lei: ma anche molto di più. Manterrupting è l’uomo che dice: decido io se si interrompe. Decido io se puoi lasciarmi senza che ti riempia di botte o ti sfregi con l’acido. Decido io se, proprio adesso che mi divora il desiderio, la molliamo lì oppure, visto che mi hai mandato dei segnali di intesa, andiamo fino in fondo e ti abbassi quegli slip. Decido io se cammini con il velo, senza interrompere la storia che la tua famiglia ha scritto per noi tutti.

E’ per questo che io, uomo, grido indignato: #nomanterrupting!

 

L’immagine nella prima foto rappresenta la scultura di Tom Noble.

Di | 9 marzo 2017|Il futuro della democrazia|

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