Piacere o essere: il sistema dei crediti sociali cinese. Lo vorreste anche in Italia?

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La Repubblica scrive della nuova forma di controllo cinese. Il Wrog la commentava un anno e mezzo fa

“Niente da fare signore, lei non può acquistare alcun biglietto aereo. Si è dimostrato già troppo scostumato in passato”. “Buongiorno signore, ho una notizia per lei. Il suo credito sociale è alto, e quindi suo figlio potrà essere ammesso all’università più esclusiva”. Apprezzereste un sistema sociale che prevedesse sanzioni e ricompense di questo tipo?In Cina esiste già, e il governo è al lavoro per perfezionarlo, con la collaborazione di Alibaba, il gigante dell’e-commerce e la sua mole gigantesca di dati ricavati dalle transazioni commerciali degli utenti. Possiamo scuotere la testa, commentare: “Ecco, Orwell, aveva ragione” e cavarcela così?

 E’ davvero una mostruosità di cui siamo agli antipodi? E’ effettivamente un risultato indesiderabile? Prima di provare a rifletterci, vediamo brevemente come funziona in Cina.

Già da tempo in Cina al comportamento conseguono benefici o penalizzazioni, anche a lungo termine. L’inadempimento di un obbligo economico (il mancato pagamento di un fornitore o la violazione del dovere di mantenimento di un parente) è reso pubblico e riguarda oltre tre milioni di persone, provoca sanzioni pubbliche e autorizza società private a discriminare il reietto. L’esempio del biglietto aereo che ho fatto all’inizio non era né futurista né di fantasia: certe forme di condotta villana giustificano il bando dai viaggi all’estero, e a maggior ragione la privazione può derivare dall’inadempimento di un obbligo. All’inverso, le autorità cinesi, anche locali, distribuiscono onorificenze (cioè attestati di merito) che si traducono in premi, come saltare la coda nelle procedure per l’assegnazione della casa popolare.

Il sistema dei crediti sociali, che sta incrementando la sperimentazione in alcune provincie e dovrebbe giungere a compimento nel 2020, viene calato in un contesto piuttosto abituato al controllo sociale, al conformismo e all’alternarsi di ricompense e punizioni. Una delle ragioni per cui in Cina la democrazia non si è mai affacciata è il valore profondo del principio di autorità e il suo collegamento con la forza della tradizione: la garanzia nei confronti del potere, dalla maggioranza dei cinesi, è ritenuto l’armonia confuciana. Il controllo dall’alto si accompagna a un controllo reciproco orizzontale, e questo rende la competizione meno rancorosa.  Quali sarebbero le varianti del sistema di “crediti di sesamo” che si sta finendo di implementare? La capillarità conseguente alla digitalizzazione e la possibilità di includere anche comportamenti che più difficilmente sfuggivano al controllo. Per capirci quello che si può controllare si controlla già: non fare visita ai genitori un congruo numero di volte è già una condotta cui possono porre rimedio (o sanzione) le corti giudiziarie. Il salto sarebbe quindi più quantitativo che qualitativo. La vera differenza è la globalità della valutazione: non si tratta più di essere un cattivo pagatore o un pessimo figlio, e subirne le conseguenze, ma essere o meno un “buon cittadino” e avere un rating, come le banche che vengono analizzate da Standard’s e Poor (tra l’altro una delle penalizzazioni del cattivo cittadino è la restrizione del credito).

 

Essere premiati secondo criteri oggettivi, per quanto opinabili, è pur sempre meglio che ottenere una casa o un posto di lavoro per raccomandazione o fortuna. Quanto al risvolto negativo delle sanzioni, esso è in qualche modo implicito in un sistema di premi (chi non riceve un lavoro perché è stato meno buon cittadino di un “collega” sta subendo una sanzione consistente nel mancato premio): portato ai suoi estremi corrisponde pur sempre a un orientamento virtuoso della comunità, che forse troppo presto (segnati dalle esperienze patologiche dei totalitarismi novecenteschi) in occidente abbiamo rinunciato a includere nei compiti dello Stato. Le critiche principali, nella stampa europea che si è occupata della questione, riguardano l’alta probabilità, se non la certezza, che per valorizzare il rating personale sia richiesto di essere proni al partito e la violazione della privacy, visto che ogni condotta del cittadino, pure virtuale, sarebbe tracciata. Non sono però obiezioni decisive per bocciare un simile sistema: basterebbe escludere dalla valutazione del rating alcuni dati. Certo, in Cina non ne hanno nessuna intenzione, e anzi stanno incrementando il sistema proprio per rendere rilevanti i dati più intimi. Ma la domanda che è giunto il momento di porci è: se nei nostri paesi, che si definiscono democrazie, si potessero escludere i dati eccessivamente sensibili, il sistema di crediti sociale sarebbe un metodo desiderabile?

Sistema gerarchico cinese

Abbiamo già detto che in Cina vi è un humus storico che rende il paese permeabile al controllo pervasivo e alla graduatoria sociale. Persino caratteri più recenti, come la familiarità dei ragazzi cinesi con giochi on line che spesso sfocia nella dipendenza clinica, favoriscono la metabolizzazione dei crediti sociali sviluppati digitalmente. Eppure i valori promossi non si pongono su un piano di totale estraneità ai nostri costumi. La meritocrazia è una stella polare del liberalismo, e frequentemente se ne lamenta la scarsa applicazione. Ma, soprattutto, il concetto di reputazione è diventato l’indicatore principale delle chanche di successo di un individuo o di una corporation, sospinto dalla potenzialità di misurazione che la tecnologia digitale consente. Alibaba, che sostiene gli scambi commerciali, attraverso indicatori di reputazione non è di sicuro una specificità cinese: chiunque debba acquistare un oggetto usato su e-bay verifica la reputazione (legata al numero di transazioni già effettuate senza problemi) del venditore. Linkedin è un gestore di reputazione come, su un piano diverso ma con scala assai più estesa, lo è Facebook.

L’età digitale ha creato una nuova specie, l’e-man, colui che grazie alla trasparenza della piazza virtuale ha il potere di compulsare morbosamente le azioni dei personaggi pubblici e di lasciare commenti anche velenosi (di difficile verifica), su condotte specifiche di ristoratori, albergatori, professionisti e imprese. L’inevitabile, progressivo risvolto della specie e-man è che ciascuno è destinato a sua volta a diventare oggetto di valutazione altrui. Il progetto della app Peeple, avente espressa funzione di recensire le persone, è per il momento naufragato, ma la temperie culturale non è troppo distante. Nel frattempo, con Uber, l’autista e il passeggero sono invitati a trasmettere le reciproche valutazioni.

La reputazione di cui stiamo parlando, rispetto a quella cinese, non coinvolge lo Stato: è un criterio che aiuta le persone a scegliere partner commerciali, dipendenti, amici. Ma perché bisognerebbe qualificare negativamente che un costume sociale si istituzionalizzi, avvicinando all’omogeneità le azioni e reazioni interne alla comunità spontanea e quella della società regolamentata?

 

In realtà, ho forti dubbi sull’efficienza di un sistema di crediti sociali quale criterio di miglioramento delle condotte sociali e di realizzazione di giustizia. Se non parliamo di uno Stato autoritario è chiaro che le regole di trasparenza amministrativa esigono che i dati socialmente rilevabili siano a disposizione di tutti.

Ebbene, nel campo della criminologia una delle spiegazioni più interessanti dei comportamenti devianti è la teoria dell’etichettamento. In brutale sintesi, la tesi è che le persone tendano a comportarsi nel modo in cui lo sguardo altrui prevede che si comportino: da qui l’alto tesso di recidiva dei delinquenti di estrazione marginale. In un sistema di premi e sanzioni non penso che quelli che si trovano indietro si farebbero in quattro per recuperare crediti, e trovo più probabile che cedano al gusto di eccellere, se non altro in negativo, una volta preclusa l’escalation positiva. Il rating, quindi, aumenterebbe l’esclusione sociale.

AUTORITA cinese

Inoltre, i premi e le sanzioni dovrebbero idealmente seguire le azioni e non la personalità: anche dando per ben accetto che io possa essere sanzionato, dovrei esserlo per quello che faccio non per quello che sono. Ma il trascinamento della condotta dentro una graduatoria sociale che ne porterà lungamente il segno influenza le valutazioni sulle mie condotte a venire: io sarò sempre sanzionato o premiato per quello che sono. Una pesantissima ipoteca, un metro di giudizio ad alto rischio di classificazione collettiva (sappiamo che tutti gli ebrei sono così…) e un imbarbarimento dei principi di diritto faticosamente affermatisi nei secoli. Per giunta, non un criterio intelligente perché l’essenza della vita è nel mutamento (anche secondo i canoni cinesi), e bloccare la trasformazione nella gabbia dei comportamenti pregressi equivale all’iniezione di cellule cancerogene nel ciclo della vitalità.

Infine, che i dati sensibili possano essere limitati è contro la natura del sistema di crediti. Chi riceve una penalizzazione non definitiva ha interesse a rendere noto ogni dato sensibile che possa riabilitarlo. Ho risposto male al capo nella chat ma come dimostra questo video ho aiutato una vecchina ad attraversare la strada. Dato chiama dato, senza possibilità di scampo. E con la naturale, spontanea collaborazione di coloro che sono sottoposti al rating. Del resto, per via delle relazioni in cui maturano i comportamenti, i dati sono destinati a incrociarsi, e quelli che qualcuno cerca di nascondere saranno messi in piazza dall’altro che cerca di trarne vantaggio personale nel rating.

 

Meglio di no, insomma. Anche se per ragioni differenti da quelle che il senso comune potrebbe suggerire  immediatamente. Quale lezione possiamo trarre dal ragionamento sui crediti di sesamo?

La prima è una suggestione indiretta, positiva. E’ da tempo che parliamo dell’inadeguatezza del sistema carcerario e dell’opportunità di ricorrere a pene alternative, almeno per condotte meno odiose. Tra le righe del sistema di crediti questa politica si legge: in Italia una traccia sussiste nel divieto per il tifoso violento di andare allo stadio o nella preclusione per l’imprenditore fallito di emettere assegni bancari per un certo numero di anni, o anche nell’interdizione dai pubblici uffici per il politico corrotto. Si tratta per lo più di pene accessorie. Un’ipotesi sarebbe quella di potenziarle e raffinarle, facendone le pene principali. L’importante è che ci sia pertinenza tra il comportamento e il campo della sanzione. Non avrebbe senso, se non ricattatorio, che un imprenditore insolvente non possa mandare i figli all’università.

La seconda è la china insidiosa della reputazione, quando questa si accompagna a un elevato controllo, orizzontale o verticale che sia. A scaturirne è sempre il conformismo e non è detto sempre che quello strumentalizzato politicamente sia più nefasto e meschino di quello indotto socialmente. La vetrina digitale ci porta sempre fatalmente alla scelta tra piacere ed essere.

E’ questo che suggerirebbe all’e-man di fare un passo indietro. E quando incappa in un fuori onda, di quelli che mettono alla berlina i personaggi pubblici quando parlano privatamente sia pure di questioni pubbliche, invece di sganasciarsi pensare più clementemente: quale sarebbe il mio credito sociale se ogni tanto mi beccassero in un fuori onda? Farsi i fatti suoi qualche volta di più, per pretendere che anche i fatti suoi restino per sempre fatti suoi.

Di | 24 Febbraio 2017|Il futuro della democrazia, Limite di velocità, Web philosophy|

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