“Ghetti” di Khaled Fouad Allam

>“Ghetti” di Khaled Fouad Allam

Antologia di Giudizio Universale, dalla “Guida per difendersi dal razzismo”

Lo studio considerato un classico sul ghetto è quello di Louis Wirth pubblicato nella traduzione italiana (Il ghetto) dalle edizioni Comunità nel 1968. L’autore così definisce il concetto: “Il termine ghetto designa il quartiere ebraico di una città. L’origine della parola non è chiara, per quanto essa sia stata di uso comune per almeno cinquecento anni. È però abbastanza certo che i ghetti siano esistiti molto prima di essere designati con un nome specifico. Ciò che si conosce sull’origine della parola può tuttavia essere di qualche aiuto per determinare il carattere originario, se non gli inizi approssimativi, del fenomeno storico a cui essa si riferisce. Sembra che essa sia stata in uso dapprima in Italia, e la sua forma indica un’origine italiana. Gli ebrei italiani, tuttavia, facevano derivare tale parola che essi scrivevano guetto – dalla parola ebraica ghet, che significa `carta di divorzio’, ritenendo che l’idea di divorzio espressa da uno dei termini e quella di esclusione espressa dall’altro fossero sufficientemente analoghe per indicare un’origine comune. In base ad un’altra spiegazione, la parola ghetto è stata ricollegata alla parola tedesca ditter (inferriata). Per quanto suggestiva, dal momento che – come vedremo oltre – il ghetto ebbe effettivamente una rassomiglianza con le sbarre di una prigione, questa spiegazione sembra essere nel complesso forzata e mal fondata. La parola potrebbe anche essere fatta derivare dall’italiano borghetto (piccolo rione)”.

 

Vi sono dunque molte ipotesi sull’origine etimologica della parola. È interessante notare che nel mondo islamico non esiste una parola per definire il ghetto nel senso che il termine ha in Europa. Il mondo islamico utilizza mellah in arabo e millet in turco per designare un quartiere in cui si raggruppano le comunità non musulmane per la loro appartenenza religiosa, ma il termine non indica assolutamente uno spazio di segregazione; mentre il ghetto ha significato in tutta la storia uno spazio di reclusione e di segregazione per gli ebrei.

 

La nozione di ghettizzazione è un’estensione, un transfert di un nuovo tipo di frontiera nel paesaggio urbano contemporaneo. La ghettizzazione sottende anche uno spazio di marginalità suscettibile di trasformarsi in uno spazio di violenza: le agglomerazioni periferiche delle metropoli moderne sono diventate luoghi di esasperazione della disgregazione sociale, e sono chiamate in sociologia urbana “quartieri in difficoltà”. Ma la violenza in quei quartieri ghettizzati non si svolge necessariamente in termini di scontri diretti: le tensioni sociali, le crisi che generano conflitti mettono in gioco nuove dinamiche, trasformando quei luoghi in frontiere etniche. Si assiste così alla riformulazione e territorializzazione di un nuovo capro espiatorio – i giovani e gli immigrati – cui viene attribuita una valenza etnica perché lo spazio urbano delle banlieue tende ad aggregarsi sulla base di appartenenze: quartieri degli arabi, degli asiatici, degli africani eccetera. Le tensioni che possono derivare dalla conflittualità interetnica generano, nell’ambito delle politiche pubbliche urbane in Europa, un’attenzione verso la questione sicurezza che sta diventando la trama di un nuovo consenso politico.

Votazione finale

I giudizi

soli_4
Perfetto


Alla grande


Merita


Niente male


Né infamia né lode


Anche no


Da dimenticare


Terrificante

ombrelli_4
Si salvi chi può

Di | 20 Luglio 2018|Giudizio Universale antologia|

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