Pipp food/8

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Ogni settimana le recensioni di Michele Raviolino sulle trattorie

Sabato scorso, all’approssimarsi dell’ora di pranzo, mia moglie confessa candidamente che il frigo è vuoto e aggiunge stizzita che non dovrei stupirmene visto che siamo in bolletta. Per dimostrare alla taccagna che il quadro non è così critico, e non sminuire il mio prestigio presso la prole, scavo nella cartella delle soffiate, in particolare nel fascicolo dei “peggio posti”, sottocartella “locali trucidi”. Ritrovo così un vecchio appunto a mano con un indirizzo, e manco il nome della trattoria, via del Maiale Scannato 6. La toponomastica non mente mai e quindi carico la famigliola e ci dirigiamo senza indugio verso la meta. L’arrivo è assai incoraggiante, e chi me l’aveva segnalato doveva essere parecchio esigente. Altro che trucido, il locale sembra quasi newyorkese, con una arredo cool e originale, non i soliti tavolacci ruspanti sui quali poggio d’abitudine i gomiti, e una serie di decori impensabili per un pipp food, si vede che c’ha messo becco un buon architetto. I tavoli sono enormi, evidentemente hanno deciso di cavalcare la moda della seduta social, che a dirla tutta mi sconfinfera così così perché, come si dice a Trastevere, cuanno magno n’guardo n’faccia a nessuno. Ci sono addirittura dei divani e delle poltrone, già, impostazione d’avanguardia, locale camaleontico che viaggia dalla colazione al pranzo passando per l’aperitivo. Cucina a vista, e perbacco, quattordici fornelli sopra un blocco di acciaio imponente quanto il gruppo di sculture di Laocoonte. Strano, il locale è vuoto, si vede che si accende in orari di movida, c’è giusto una signora che ci sorride mentre ci accomodiamo all’unico tavolo apparecchiato, con dei calici magnum e posate d’argento. La signora deve essere orgogliosa della baracca perché si siede con noi e comincia a smenarla con il massello di acacia, il vetro temperato, la texture rigata, la lampada semi-opalizzata. Poi entrano due altri clienti e quella ci pianta in asso, invitandoci a provare le microfibre dei divani. Allora perdo la pazienza e sbotto di portarmi la carta, visto che sono arrivato prima. A una prima occhiata mi sembra un po’ esosa, e lì mi prende un dubbio ed esco fuori a guardare l’insegna che marca “De Ruggero Arredi e Design”. La signora è costernata per l’equivoco e ammette che qualche anno prima c’era un ristorante: mai capito perché i necrologi li stampino solo per le persone. Cerco di persuaderla che la sua scelta commerciale è antistorica, lo sanno tutti che ogni giorno trapassa un negozio comune e sulle ceneri sorge una piadineria, un distributore di tapas, un ristorante stellato o un busto di Carlin Petrini. La tipa non abbocca, però almeno ci dissolve l’ansia da companatico aggregandoci al pranzetto che stava preparando per la mezzora in cui interrompe il continuato, rimpolpato da qualche prelibatezza che marciva nella dispensa. Sotto allora, con uova strapazzato, tagliere di salumi, formaggini Mio da urlo, barretta proteica gusto mandorla, avanzo di lattuga romana e indivia riccia, trito di carota cruda e per chiudere budino Cameo, il tutto inaffiato da gagliarda acqua corrente. Neanche tanto male e non a un brutto rapporto qualità/prezzo, se non fosse stato per un paio di accidenti, che il tagliere squartato dal mio coltello era in realtà un’opera proveniente dal Miami Art e che mia figlia ha spaccato la lampada semi-opalizzata per l’entusiasmo di averci beccato un Pokemon. Dodicimilasettantatre euro in tutto, dilazionabili in comode cambiali. Tutto fatturato però, e in certa ristorazione non è mica scontato.

Di | 16 febbraio 2018|Fuori strada|

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