Sulla soglia

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Monologhi dal carcere

All’ingresso c’è scritto che è un carcere ma quest’istituto non saprei neppure se chiamarlo cosí. Magari sí, per esclusione. Le porte delle celle aperte tutto il giorno, e siamo sempre impegnati. Io poi adesso torno solo a dormire, ho cominciato a lavorare fuori.

 

C’è un tale via vai di educatori che noi siamo quasi la minoranza. Del resto siamo una cinquantina in tutto. Per chiedere di venirci devi essere già in galera, essere tossico e avere voglia di smettere. Sia la droga che la galera.Si chiama sorveglianza attenuata. Il carcere ordinario è a duecento metri da qua ma mi sembra che per spostarci abbiamo attraversato il deserto. Ci si riappropria di qualche pezzo di normalità. Riusciamo a parlare dei fatti nostri uno davanti all’altro, come adesso, e non ci vergogniamo.

 

La vita in semilibertà è legata alle decisioni degli altri. Riportiamo gli scontrini quando si esce. Ti metti un vestitino cucito addosso, a volte stretto a volte ti senti nudo. Quando sono fuori mi domando sempre se si vede che sono detenuto.

 

Se uno decide di venire in questo posto è scattato qualcosa. Sono venuto pieno di buone intenzioni ma con sofferenza. Ma non è che stia a leccare per terra per ringraziare. E un investimento che sta facendo la società. Si tratta di convincermi più che di cambiarmi. Comunque se non fosse che c’è la galera spaccerei. E una questione di calcolo. Anche adesso mi dessero cinquecento milioni per ammazzare uno ci penserei. Niente di male, riconosco la capacità imprenditoriale come costitutiva dell’uomo. Un brutto momento l’ho avuto venendo qui, una crisi d’identità, sono venute a decadere alcune regole. Qua hanno cominciato a trattarmi con umanità e all’inizio mi scocciava. In un carcere non ti puoi far vedere pecora e non lupo.

 

Ogni quindici giorni nel carcere ordinario si fa la perquisizione. Ti rovesciano le cose personali. Mi era morta la mamma, avevo fatto una cornice con gli stuzzicadenti, la foto era una polaroid, l’hanno accartocciata. Ho pianto per il nervoso. Ho beccato la guardia, l’ho agganciato. E cascato in terra. Alzati.

 

Ho sempre vissuto con persone che hanno fatto una vita uguale a me. Questo posto è una palestra per frequentare persone diverse per mentalità, è un allenamento, ma ci sono cose che ho appreso nella vita precedente e non intendo cambiare. E che loro, le persone normali, non conoscono. Le persone normali le trovo fredde, apatiche, sanno solo prendere. Prima eravamo quattro amici che uscivamo, il mio era loro e viceversa. Colle persone normali davanti al cinema ho visto gente che faceva pagare le donne. Quello che mi piace nelle persone normali è la pazienza di aspettare.

 

Mancavano pochi mesi a uscire. Una settimana prima che morisse mi viene a prendere una scorta che conoscevo. Fa il giro del corridoio dell’ospedale. Dice il comandante: «Sto parlando con un uomo, vero? Ti tolgo i ferri, ti lascio dalla tua mamma». E lei quando mi ha visto, all’improvviso e senza manette ai polsi: «O che, sei uscito fuori! O dio, chiama subito tuo fratello».

 

Preferisco stare con persone serie, per esempio con chi non ha denunciato nessuno. La fiducia degli altri te la conquisti pensando ai compagni come pensi a te. Quando sono entrato i primi pensieri erano: come faccio per uscire? Quando acchiappo quello…

Al momento dell’arresto il film che vivevo si è spento. Sono uscito e si è riacceso.

 

Non è che non si vada d’accordo dentro però si è piú irritabili. Tu guardi storto uno e quello salta, come mi hai guardato? Con un calabrese in cella si doveva fare come diceva lui. Se spostavo una cosa la ritrovavo come era prima.

 

Devo dire che le regole sono cambiate anche lí. Il rispetto è fasullo, utilitaristico. La galera non la vuol fare piú nessuno. Ho avuto delusione dai compagni che mi hanno lasciato solo. Dopo mi hanno scritto. Prendevo le lettere e le leggevo. Ci sputavo sopra e le buttavo.

Quando sei costretto a convivere con delle persone ti fai la galleria d’arte. Metti il valore sotto.

 

Mi si gela il sangue nelle vene per quello che ho bruciato, quello che volevo essere e quello che sono. Sono venuto qui per stare meglio. Nel carcere ordinario, appena arrivato, ero in cella con sette tunisini e due russi. Appena ho visto i letti a castello a tre e uno nascosto in un rientro, ho pensato: altro che rieducazione questa è galera punitiva.

 

Nel carcere si perde la cognizione del tempo, si ha tantissimo tempo e non si trova il tempo per fare niente. Si hanno ventiquattr’ore libere al giorno. Il carcere ordinario è una sorta di vacanza, interrompi quello che stavi facendo prima. Poi esci e ricominci. Io, nel processo, avevo chiesto che mi giudicassero per un unico reato continuato e non tanti. Hanno detto: ma per forza non c’è continuazione, eri andato in carcere. Ma il disegno criminoso si era interrotto solo fisicamente, non mentalmente poiché il carcere non svolge nessuna funzione rieducativa.

 

I tunisini non fanno colloqui, sono poverissimi, ritornano con l’uomo alle origini dove la cosa essenziale è sopravvivere. Mangiavano alla araba, nella basciasca, un grande contenitore di plastica comune, intingendo le mani dentro. Ero solo, non me la sentivo di rifiutare di mangiare in quel piatto, anche se mi faceva schifo. «Sahari», buon appetito. La terza sera non riuscivo piú a toccare il cibo. Qualcuno mi ha consigliato: «Se vuoi cambiare cella prendi la tua roba e buttala fuori». Ho fatto cosí ma non mi hanno cambiato. Però il rapporto con loro si è guastato. All’ora della socialità, alle sei di sera, andavo in altre celle. Quando rientravo trovavo il letto disfatto e la roba perquisita.

 

Ho un’idea particolare della divisa, credo che dia un senso di onnipotenza e questo mi da titubanza nel costruire un rapporto. Come può nascere tra persone che hanno ideali diversi? Si scherza, poi domani scherzi tu e lui non ha voglia. Loro sono l’autorità che tutti i giorni ti trovi di fronte, sembra che ti abbia condannato lui.

 

L’olfatto va via, non sentivo piú gli odori, come non distinguevo piú i colori. Con il cambio delle lenzuola gli agenti si tenevano il naso col fazzoletto, aprivano le graticole, eppure noi non sentivamo niente. Come se il naso tirasse fuori degli anticorpi per non affogare in quella puzza plurale e perenne. Riuscivo a sentire soltanto l’odore di soffritto standoci con la testa sopra.

 

Ci capita pure qualche ricordo spassoso, una volta che è finita. Stavamo facendo socialità, eravamo ospiti in un’altra cella. Avevano creato una macchinetta per fare i tatuaggi. Uno si era fissato, voleva il tatuaggio con la faccia della moglie sul petto. Bevevamo. Ci siamo ubriacati. C’erano gli spaghetti attaccati al soffitto.

 

Ho difficoltà a credere in me stesso. Quando mi pare che ce l’ho fatta ci ricado. Torno alla droga. Al furto. E so essere anche violento. Lei mi ha conosciuto anche in questa versione. Non so darle torto per avermi mollato. Avrei preferito non doverlo scoprire, che me lo avesse detto. Ma probabilmente non era facile nemmeno per lei. Scrivere a un detenuto è una particolare categoria dello spirito. Per noi quella lettera è la vita. Non deve essere fiamma che scotta. Ma neanche vento. O gelo.

Se esco e non rientro una cosa saprei farla, scrivere ai detenuti. Se esco spero di riuscire a guardarmi allo specchio e vedere solo il mio volto. Vorrei essere in grado di vivere la vita anche quando non è come la voglio. Vorrei respirarla.

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Un libro in tre parti, diverse ma complementari. La prima, la pena pensata, risponde alla domanda “perché punire” e si confronta con le ipocrisie sottese all’attuale sistema. La pena applicata, traccia una minuziosa storia della prigione in Italia, con il supporto di materiali d’archivio, e oscilla spesso tra il drammatico e il grottesco. L’ultima parte, la pena vissuta, è una collezione di brevi monologhi, raccolti dall’autore sulla base di colloqui effettuati nei più importanti istituti di pena del paese: più che resoconto una narrazione, condotta sul filo di una tensione linguistica che mira a restituire nello stile la frammentazione e l’isolamento delle voci ascoltate.

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Di | 24 novembre 2017|Derelitti e delle pene|

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