Un volta ho minacciato sette coltellate e una pizza

>Un volta ho minacciato sette coltellate e una pizza

Monologhi dal carcere

Abbiamo passato un’estate infernale per il caldo, noi facciamo tre docce alla settimana, sono stato a parlare con l’ispettore per averne una in piú, lui ha detto no, non mi ha fatto andare dalla direttrice ma non mi sono potuto mettere contro l’ispettore, il resto ce lo facciamo noi in stanza, usiamo il bidone della spazzatura,

facciamo uno strato di giornali a terra, togliamo il sacchetto dal contenitore dell’immondizia, ne mettiamo uno nuovo, ci mettiamo noi nel sacchetto, con le bacinelle lo facciamo da soli o aiutandoci, non sarà elegante ma ci siamo abituati, è piú difficile abituarsi al vitto, non come sporcizia, viene cotto e trattato male, si trovano capelli nel piatto ma ci vorrebbe igiene da parte di noi stessi, è cotto in pentole che non sono pulite, con incrostazioni, al padiglione arriva che è uno schifo, il riso non si stacca dal mestolo, il pollo è crudo, e nella mia stanza c’è un campanello d’allarme, un tizio che sta dentro per omicidio, è stato un lavoratore tutta la vita ma un giorno ha fatto questo guaio, lui ha sempre mangiato i prodotti della sua terra, assaggia prima lui e vado sicuro, poi io mangio il rancio e lui le cose che gli porta la moglie dall’orto, mi fido ciecamente di lui. I primi momenti qui sono stati allucinanti, mi sbattevano da una parte all’altra senza un minimo di riguardo, sono entrato la mattina alle 9, mi hanno portato in cella alle 11 di sera, le operazioni avevano tempi lunghissimi e snervanti, si perde la cognizione del tempo, poi ci si ritrova in una cella, se il soggetto è abituato a delinquere affronta le cose con una certa grinta, per me significava non sapere chi hai davanti, una parola è poca e due sono di troppo, i primi compagni di cella erano delinquenti abituali, si presentavano come tali e erano fieri di esserio, si davano un tono, quasi da comandare, mi misi in un angolo come fossi assente e cercavo di captare come muovere i primi passi, si era composta la stanza da poco, la conversazione era fatta per conoscersi, io ho fatto questa rapina, io quest’altra, poi uno chiese a me perché stai dentro, io risposi con un tono che lo meravigliò, forse perché glielo dissi con vergogna, e fini là, capi che non potevo intraprendere un discorso che gli piacesse, non mangiai, loro guardavano la televisione, un film d’azione che si sposava con il loro entusiasmo, a un certo punto crollai, mi svegliai alla conta che si fa per stabilire se qualcuno è evaso, la reazione del principio è come mettersi in standby, per 15 giorni non ho potuto fare colloqui, dopo aver visto mia moglie è scattato il ritorno alla realtà, anche perché avevo una bambina e una stava per nascere, preferisco che non venga perché mi accorgo che non ha stimoli quando mi vede, l’altra bambina ha 9 anni, le ho detto la verità, anche che fuori avevo spacciato, il gioco è valso la candela, mi sono ritrovato una casa, si guadagna bene e sono entrato in una situazione dalla quale posso uscire facilmente. Ci sono a volte incompatibilità tra detenuti, eravamo in una cella a sei persone, uno era stato arrestato per omicidio, lui e la ragazza avevano fatto una rapina al padre della ragazza, lei aveva assicurato che quello non avrebbe reagito, quello ha reagito, gli ha tirato sette coltellate, poi andarono a mangiare la pizza, lo chiamavamo sette coltellate e una pizza, lui era molto scosso, di carattere autoritario, voleva tutti a disposizione, c’erano contrasti, a tavola lo tenevo di fronte, in genere quando siedo accavallo le gambe, capitava cosí che lo toccassi, non me ne ero mai accorto, me lo fece notare, e che miseria statti attento mi dai i calci sotto la tavola, okay, vedo di non farlo capitare piú, però a volte piú stai attento a una cosa e piú capita, dopo un paio di sere dovevo fare l’appello in causa, ero rimbambito, ti isoli dal mondo, ci sediamo, lo urto, lui si fa rosso rosso, mò te chiavo o’ piatto in faccia, era come se mi succedesse la prima volta, non reagii, pensai domani vado in appello, aggravo la situazione, per gli amici della stanza feci una brutta figura, non avevo reagito all’aggressione, dopo un paio di giorni mi volli riprendere la rivincita, accavallo le gambe, e lui urla di nuovo, allora nun e’ capito, e io presi íl piatto, un’altra parola e te lo schiatto in testa, ebbi questo scatto, lui non se l’aspettava, il fattore sorpresa fu dirompente, mi chiamano il cinese per gli occhi a mandorla, mi guardavano sorpresi, si è incazzato il cinese, mò pure e’gguardie me chiamrnano o’ cinese, lui rimase allibito, non rispose, si alzò dal tavolo, si mise a letto, io non gli davo più l’opportunità di parlare con me, anche gli altri della stanza capivano che aveva sbagliato, lui fece una domandina per cambiare stanza, fu una liberazione per tutti, dopo una settimana cominciai a lavorare, sapevo che lui avrebbe potuto avere bisogno di me, lo aspettavo al varco, lui ha avuto la fermezza di non chiedermi mai niente, lo apprezzo, si è dimostrato integro, ebbe altri problemi, gli cambiarono braccio, per aiutarlo lo misero a lavorare, si fece promotore di una rivolta, lo hanno trasferito non so dove. Un’altra cosa scioccante è l’abuso di potere da parte delle guardie, molti di loro sono ignoranti, piú dei detenuti, però íl fatto di avere la divisa li fa sentire in diritto di maltrattarti, tu nun capisce niente, nun sí bbuono, perciò stai ccà dinto, io faccio lo spesino, c’è differenza tra spesino e scopino, però se una volta uno va in causa noi lo sostituiamo e io sostituii lo scopino, mentre toglievo la spazzatura la guardia mi disse questo è il lavoro che ti compete, gli risposi che potevo fare di tutto, implicitamente dicendogli tu no non puoi fare tutto, lui non capi la sfumatura, il mio scopo è arrivare a farglielo capire, trovare la strada giusta, colpire senza essere colpito, non deve essere un boomerang, sempre con quest’agente in principio ero in una fase di imbambolamento, cominciai a sbagliare a fare i conti o nel valutare nel consegnare una cosa o un’altra e lui mi dava in testa, cazziatoni, con un’autorità, pur essendo piú giovane, che mi mortificava, tenevo dentro perché l’unica chiave per stare bene è lavorare, rispondevo timidamente, un giorno gli dissi appuntato se voi continuate cosí mi mettete l’ansia e io sbaglierò sempre di piú, lui nella sua ignoranza cominciò a prendermi in giro con la storia dell’ansia, se ne vantava con i colleghi, una volta in infermeria disse, infermiè, infermiè, dateci qualcosa a questo che io gli metto l’ansia addosso, si misero a ridere, dagli due gocce di Valium, continuava a scherzare vedendo che pativo, andai nell’ufficio dell’ispettore, voglio cambiare lavoro, senza accusare l’appuntato che mi aveva seguito e mi istigava davanti all’ispettore, dí, digli che faccio, mi istigò talmente tanto che io tirai fuori che quello mi metteva l’ansia, l’ispettore mi disse non ti preoccupare, non cambiare lavoro e lui ebbe un cazziatone dall’ispettore, e da quel giorno è cominciato un atteggiamento diverso ma mi teneva a distanza come gli avessi fatto un torto, adesso le cose si sono ribaltate, sono la persona di fiducia sua, le cose si sono ribaltate, si è sparsa la voce che lo spesino del padiglione è una persona di cui ci si può fidare, è una soddisfazione.

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Un libro in tre parti, diverse ma complementari. La prima, la pena pensata, risponde alla domanda “perché punire” e si confronta con le ipocrisie sottese all’attuale sistema. La pena applicata, traccia una minuziosa storia della prigione in Italia, con il supporto di materiali d’archivio, e oscilla spesso tra il drammatico e il grottesco. L’ultima parte, la pena vissuta, è una collezione di brevi monologhi, raccolti dall’autore sulla base di colloqui effettuati nei più importanti istituti di pena del paese: più che resoconto una narrazione, condotta sul filo di una tensione linguistica che mira a restituire nello stile la frammentazione e l’isolamento delle voci ascoltate.

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Di | 27 ottobre 2017|9, Derelitti e delle pene|

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