In carcere la legge non aiuta a leggere

>In carcere la legge non aiuta a leggere

Ci sono dibattiti molto seri che sembrano seguire l’onda delle mode, e ogni tanto spariscono dalle cronache, come i capi d’abbigliamento che hanno consumato la stagione. In questo spazio web che mette al centro dei suoi interessi la perorazione della causa della lettura, vale la pena di tornare a spendere due parole su una questione che da qualche mese è tornata nell’ombra. I detenuti sottoposti al regime differenziato dell’articolo 41 bis,

per delitti di stampo mafioso, non possono ricevere libri dall’esterno. Fece scalpore nel 2014 il divieto a un detenuto di leggere “Il nome della rosa”, considerato evidentemente filo-delinquenziale. Alla fine dello scorso anno il giudice di sorveglianza di Spoleto aveva sollevato la questione del divieto d ricevere libri in regime di 41 bis dinanzi alla Corte Costituzionale, ritenendo lesi una serie di diritti inviolabili tra cui la segretezza della corrispondenza, il diritto all’informazione, il diritto allo studio oltre al più generico divieto di sottoporre i carcerati a un trattamento disumano e la palese trasgressione al principio di rieducazione e reinserimento della pena. A febbraio la Corte aveva deliberato respingendo la tesi del magistrato, con una decisione della quale ancora si attendono di leggere le motivazioni. Da quel momento il black-out sulla stampa è stato totale, e se ancora ci sono sit-in di protesta di cittadini davanti agli istituti di pena non è dato saperlo (o probabilmente non ce ne sono).

La lettura in carcere non è facile per nessuno, perché le biblioteche sono assai sfornite e per ottenere un volume in prestito bisogna passare per la trafila di un’autorizzazione non sempre rapida, anzi. Inoltre è vietato di tenere più di tre libri con sé nella cella.

Sembra un modo di ragionare piuttosto balordo. Ci si aspetterebbe quasi che i detenuti fossero obbligati alla lettura! Venne ripresa anche dal giornale inglese The Independent la proposta, nel 2014, del consiglio regionale della Calabria (nata sulla scia della legislazione brasiliana) di uno sconto di pena di tre giorni per ogni libro letto. Ma anche quella suggestione è poi rimasta lettera morta.

Il 41-bis meriterebbe, più in generale, un discorso a parte. Il regime duro differenziato venne introdotto in passato con l’articolo 90, che riguardava essenzialmente i terroristi per spingerli al “pentimento”. Nel 1986 venne cancellato a furor di Parlamento. Come mai il 41 bis resiste invece e continua a compattare le maggioranze sul punto? E’ azzardato individuare il nucleo della distinzione nel fatto che i terroristi erano dei borghesi e i mafiosi per lo più appartengono a una classe sociale non coincidente con la nostra?

Sì, ci sarebbe parecchio da discutere. Magari aiutandosi con delle buone letture.

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Un libro in tre parti, diverse ma complementari. La prima, la pena pensata, risponde alla domanda “perché punire” e si confronta con le ipocrisie sottese all’attuale sistema. La pena applicata, traccia una minuziosa storia della prigione in Italia, con il supporto di materiali d’archivio, e oscilla spesso tra il drammatico e il grottesco. L’ultima parte, la pena vissuta, è una collezione di brevi monologhi, raccolti dall’autore sulla base di colloqui effettuati nei più importanti istituti di pena del paese: più che resoconto una narrazione, condotta sul filo di una tensione linguistica che mira a restituire nello stile la frammentazione e l’isolamento delle voci ascoltate.

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Di | 1 Giugno 2017|Derelitti e delle pene|

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