Femmina

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Monologhi dal carcere

Se non ti dedichi a te stessa sei una larva, l’abitudine in carcere è di abbandonarsi, donne che non hanno denti, scendono in cortile in ciabatte, passano per i corridoi in pigiama, io entro dal lavoro all’una, faccio due ore e mezza di ginnastica, anche se qui se sei sensuale è un problema, non dico un vestito di Armani, essere femmina oltre che donna, non è permesso, ci sono problemi con le scarpe, niente tacchi, ma anche niente bidet, scaldiamo l’acqua con la bottiglia Uliveto, la sensualità disturba le detenute, gelosie, disturba gli agenti, vogliono la detenuta classica, con i tatuaggi, tagliuzzata, quando esco per i colloqui ho problemi, adoro le canottiere e me le fanno togliere, un giorno ero a scuola, mi sono tolta la giacca, e una agente donna dice rimettitela che nessuno vuole vedere il tuo seno, e io ma sua figlia non le porta magliette cosí, e lei ma qui siamo in carcere bella, certo siamo in carcere, un agente che ha preso servizio da una settimana è entrato nelle celle e ha detto oddio come vivete, come animali, io mi vesto per me stessa, mi guardo allo specchio e rido, toh sono ancora carina, tredici mesi di carcere ancora non hanno fatto sfiorire i miei ventotto anni, mi posso redimere anche se sono femmina, la femminilità negata scatena frustrazione, guardo le mani e vedo i calli, sei un’ombra che cammina, un’ombra con i calli. Ho un figlio di sette anni, fu uno shock la gravidanza, nello specchio con il pancione, ma sono davvero io, mi sono infilata un top che avevo già preso venti chili, mio marito mi disse dove pensi di andare, subito dopo il parto sono andata in anoressia, un po’ ne soffro ancora, però non mi uccido piú e faccio ginnastica per questo, tira le braccia, muovi le gambe, lavoravo come ballerina in un locale notturno, è capitato che ho nascosto della droga, hanno fatto il mio nome, la droga di solito la prendo solo per me, da 15 anni, vengo da un’ottima famiglia, eppure è cosí, drogarmi mi piace, altri guai sí, mio marito che ha cercato di farmi togliere la potestà su mio figlio denunciandomi per istigazione di minorenne alla prostituzione, istigato mia sorella, ma io le avevo fatto solo le foto con i miei vestiti, cosí per ridere, e lei ha detto sí che io ho provato a buttarla in mezzo alla strada, ma lo diceva perché stava già assieme a mio marito, i miei si sono separati quando avevo tre anni, mamma l’ho persa di vista per tanto, dovevo arrivare qui per rivederla, e lei mi ha detto subito che non sarebbe venuta piú se non avesse visto che stavo cambiando, sí mamma cambio, sono pentita, boh rifarei tante cose, forse non spaccerei droga. In due anni di latitanza ho riflettuto molto, ho frequentato buddismo, parlato col vento che mi rispondeva, cioè ero io che mi rispondevo nel vento però mi faceva piacere quella scia sonora. Nel periodo della gravidanza non ero contenta di portare mio figlio, volevo abortire, mio marito mi ha sequestrato per sei mesi in una casa, ora è mio figlio, viene all’aria verde, io gli dico che sto lavorando, lui non lo accetta, e abbiamo un bruttissimo rapporto, quando mi vede fa cosa mi hai comprato, e io gli dico dammi un bacio, no non te lo do, cerco di abbracciarlo, si stacca, mi chiama bruna, vuoi dirmi brutta, però lui è bello, è un angelo, ha visto i genitori che si riempivano di botte quando aveva due anni, e se gli dicessi che sono in galera, certo non penserebbe più che non vado da lui perché tengo al lavoro, però dovrei fargli prima un discorso, tipo esiste íl bene e esiste il male, e questo è il bene e questo è il male, e non ho trovato le parole, e dire ecco la mamma ha fatto il male per questa ragione, ma io non ho trovato la ragione, non ho trovato la risposta, il vento non me lo ha detto, io non me lo sono detta dentro la scia del vento, io invidio le mamme per il rapporto che hanno con i figli, una mia amica ha due figlie bellissime, invidio l’amore che hanno per lei, io ho un sogno nel cassetto, quando uscirò voglio andare a mangiare con mio figlio da Ezio e i tre scalini, è un famoso ristorante, vestiti tutti e due in smoking, parliamo e a un certo punto lui mi si addormenta addosso, e poi dormo accanto a lui, e sogniamo di andare sulla giostra, anzi ci svegliamo e ci andiamo sul serio, e agli uomini non ci penso, macché, l’uomo per me è solo una carta di credito.

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Un libro in tre parti, diverse ma complementari. La prima, la pena pensata, risponde alla domanda “perché punire” e si confronta con le ipocrisie sottese all’attuale sistema. La pena applicata, traccia una minuziosa storia della prigione in Italia, con il supporto di materiali d’archivio, e oscilla spesso tra il drammatico e il grottesco. L’ultima parte, la pena vissuta, è una collezione di brevi monologhi, raccolti dall’autore sulla base di colloqui effettuati nei più importanti istituti di pena del paese: più che resoconto una narrazione, condotta sul filo di una tensione linguistica che mira a restituire nello stile la frammentazione e l’isolamento delle voci ascoltate.

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Di | 23 Giugno 2017|Derelitti e delle pene|

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