Il carcere dopo la guerra. Terza puntata. I detenuti, gli scacchi e le carte napoletane

>Il carcere dopo la guerra. Terza puntata. I detenuti, gli scacchi e le carte napoletane

Estratto (da “Derelitti e delle pene”)

Per raccontare venti anni di carcere in Italia basterebbe forse un’unica circolare, emanata nel 1950. Con essa si disciplinavano l’ascolto dei programmi radiofonici e í giochi cui i condannati possono combattere l’ozio.

La diffusione nelle celle del giornale radio delle 14 era consentita a condizione che i direttori «o i funzionari da essi delegati, al fine di conoscere preventivamente le notizie radio, ascoltino la trasmissione delle ore 13, che precede quella anzidetta, onde potere in tal modo accertarsi se le notizie di eventuale carattere sensazionale possano essere nocive all’ordine e alla disciplina dello stabilimento». Per il resto si richiedeva agli istituti di inviare al ministero «un dettagliato elenco di quei programmi ritenuti utili ai fini educativi e di emenda nonché i suggerimenti circa le ore più indicate per la radioaudizioni».

Sui giochi la circolare chiariva quali fossero permessi e individuava negli scacchi (immaginiamo i preferiti, tenendo conto del livello culturale medio dei detenuti dell’epoca), la dama e l’oca quelli a cui «in determinate ore del giorno e con le dovute cautele» i detenuti potevano dedicarsi. Si capisce che l’accesso a simili intrattenimenti bisognasse sudarselo: «Di tale agevolazione – prosegue la circolare – potranno, naturalmente, usufruire quei detenuti di buona condotta che, comunque, non abbiano riportato alcuna punizione nel semestre precedente». Infine, non pareva il caso di lasciare all’autonomia del singolo istituto l’investimento nel gioco dell’oca: «Per l’acquisto del materiale necessario a tali giuochi, le direzioni dovranno chiedere la preventiva autorizzazione di questo ministero, facendo conoscere l’ammontare delle somme necessarie per l’acquisto del materiale stesso». Ancora nel 1970, nel pieno delle grandi rivolte e nell’imminenza della riforma, una nuova circolare, pur convenendo che «alcuni passatempi (esempio: scopa e briscola) fossero «compatibili con la detenzione», lamentava tuttavia che alcune direzioni concedessero ai reclusi le carte napoletane dato che essi potrebbero «praticare di nascosto altri giochi più avvincenti che per la loro componente aleatoria potrebbero rappresentare un fattore emotivo scatenante […] con grave pericolo di turbamento» e invitava «a revocare con sollecitudine l’autorizzazione eventualmente data e ad attenersi, per quanto riguarda gli altri giuochi, unicamente alle disposizioni impartite con circolare n. 3885/2356 del 2 novembre 1950», cioè a tornare agli scacchi e al gioco dell’oca.

A onor del vero nel 1951, firmata dal ministro Zoli, venne stilata una circolare modificativa del regolamento Rocco in funzione di un miglioramento della vita carceraria. Niente di rivoluzionario, beninteso: ma almeno qualche segno di umanizzazione come l’abrogazione del divieto di rivolgere la parola ai detenuti da parte dei visitatori, l’invito ad aumentare le ore di passeggio all’aperto, la ricusazione quasi totale della cintura di sicurezza, la limitazione dell’isolamento diurno, perfino l’auspicio di rappresentazioni cinematografiche e teatrali che affianchino i corsi di istruzione.  Ma tre anni dopo, sotto il guardasigilli De Pietro, sopravvenne una decisa sterzata in senso contrario: la nuova circolare condannava, le «colpevoli tolleranze e rilassatezze nella disciplina» nonché «le ripetute condiscendenze» in materia di stampa e radio. Sulla stampa, in particolare, considerato che «la lettura di libri e riviste deve servire alla rieducazione del condannato e che la lettura dei giornali non può avere altro scopo che quello informativo» si disponeva l’eliminazione della «lettura di riviste in cui abbondi il nudo balneare;  inoltre «occorre rilevare che, se la vita dei detenuti si svolgesse nell’isolamento diurno e notturno, nessuna ragione vi sarebbe di non consentire al condannato la lettura del giornale da lui preferito. Poiché invece i detenuti vivono in comune, la conoscenza, attraverso una narrazione, a volte sensazionale di avvenimenti suscettivi di eccitare l’uomo normale e di provocare discussioni violente, anche in ambienti moralmente e culturalmente molto diversi, deve essere accuratamente evitata. Pertanto devono essere esclusi i giornali dichiaratamente o accentuatamente di carattere politico, ammettendosi solo la lettura di giornali che non siano organi di partito o notoriamente emanazioni di un determinato partito. Ed anche tali giornali devono essere esclusi quando indugiano su fatti di cronaca e specialmente se si compiacciono della cosiddetta cronaca nera».

La circolare prendeva spunto da «recenti avvenimenti verificatisi in alcuni stabilimenti penitenziari». Eppure di tali avvenimenti sui giornali non si trova traccia (ad eccezione di una rivolta a Regina Coeli cagionata dalla qualità scadente del cibo). Ma sull’esistenza di qualche fermento il ministro non mentiva. Solo che la consegna era quella di non far filtrare nulla all’esterno. Nel 1953 il ministro dell’Interno inviava al collega della giustizia un appunto relativo ai «gravi inconvenienti» capitati nel carcere di Spoleto. I detenuti ivi ristretti attuarono per diversi giorni uno sciopero della fame, pare per protestare contro la mancata concessione di un’amnistia, e, come testualmente riferisce l’appunto, il direttore dello stabilimento «dava tassative disposizioni ai propri dipendenti perché non fosse fatta trapelare all’esterno nessuna notizia di quanto accadeva nella casa penale». L’inconveniente, infatti, non era l’agitazione in sé ma il fatto che il quotidiano l’Unità ne pubblicasse la cronaca («E lecito supporre che, poiché in quel carcere prestano servizio alcuni agenti di custodia di sicura fede comunista, qualcuno di loro si sia premurato di fornire al corrispondente locale dell’Unità circostanziate notizie di quanto si verificava all’interno della casa penale») e soprattutto che un deputato di sinistra si presentasse all’istituto per «tenere un vero e proprio comizio» ai detenuti, che aveva fatto radunare in cortile.

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Un libro in tre parti, diverse ma complementari. La prima, la pena pensata, risponde alla domanda “perché punire” e si confronta con le ipocrisie sottese all’attuale sistema. La pena applicata, traccia una minuziosa storia della prigione in Italia, con il supporto di materiali d’archivio, e oscilla spesso tra il drammatico e il grottesco. L’ultima parte, la pena vissuta, è una collezione di brevi monologhi, raccolti dall’autore sulla base di colloqui effettuati nei più importanti istituti di pena del paese: più che resoconto una narrazione, condotta sul filo di una tensione linguistica che mira a restituire nello stile la frammentazione e l’isolamento delle voci ascoltate.

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Di | 7 aprile 2017|10, Derelitti e delle pene|

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