L’abbraccio

>L’abbraccio

Monologhi dal carcere

Non avevo mai dormito con mio figlio, non lo avevo mai provato quel contatto, mi sembra strano, è come abbracciare un altro uomo e allora avevo riserbo ad abbracciarlo, dopo mezzora facevo finta di dormire ma pensavo ma scusa ma non me lo devo abbracciare a mio figlio, ho messo una mano attorno al collo e lui si è stretto, e ho pensato mi viene un altro infarto

 

 

A 44 anni le cose le vedi diversamente che a 20, anche se li hai passati tutti in galera, prima prendevi l’ergastolo e dicevi vaffanculo spacco tutto ma adesso invece cosa concludo, e in alternativa cosa concludo con la buona condotta, se uno sceglie la prima scelta è pazzo, non ragiona sano, cerchi di vivere meglio anche se non è che dipende solo da quello che fai tu, in questi posti il direttore deve tenere le molle, lascia vivere e al momento opportuno ti tronca di vivere, in queste parti capita sempre lo scemetto, come quello che l’altro giorno si è ammazzato con la droga, più scemo di quello che ci può essere, e la direzione tira le molle di nuovo. Anch’io mi sono ammalato di cuore, è tutto lo stress, eppure non stavo male, facevo ginnastica due volte al giorno, facevo un lavoro piú pesante, oddio qua lavori faticosi non ce ne sono, facevo lo spesino, adesso faccio il bibliotecario, è piú leggerino, mi mantengo con lo stipendio, e problemi ora non ne abbiamo perché mia moglie lavora, mia figlia ha 25 anni, e io ho già due nipotini, siamo precoci in Sicilia, l’altro figlio ha 14 anni, l’ho lasciato a un annetto, finché il bambino è piccolo uno gli dice le bugie, sai, papà lavora a Torino alla Fiat, il bambino si accontenta, poi a 7 anni comincia a vedere anomalie perché a scuola vengono accompagnati dal papà, e uno gli ha detto tu íl papà non lo hai, il bambino si innervosiva, poi ha capito che non era vera la storia della Fiat, perché veniva al colloquio e diceva portami fuori a prendere un gelato, tutte le volte attaccava col gelato, non mi accompagni a scuola, almeno pigliamoci il gelato insieme, papà perché tutta la polizia, e io un giorno ho detto va bene sono in galera, e lui si è messo a piangere come un pazzo, tu mi dicevi di non dire bugie e mi dicevi bugie, batteva su questo tasto, non chiedeva cosa hai fatto, e io dicevo ti volevo far crescere sano, e alla fine sembrava piú o meno appagato, e arrivato a 10 anni diceva per la comunione ti aspetto, io avevo l’ergastolo, papà quando esci, io cercavo di sviare il discorso oppure dicevo fattela la comunione, posso uscire domani come fra tre o quattro anni, poi però ero arrivato nei tempi del permesso, ho parlato col prete don Alfrè il bambino si vuole fare la comunione, mínchia mi sembra strano non esserci anche perché con la bambina neppure c’ero, e invece il permesso non me l’hanno dato, e allora ho fatto la scena, con mia moglie e lui davanti ho cominciato quasi a urlare, oh stà comunione gliela facciamo? e il pericolo della comunione è passato, e nella foto era molto piú alto dei compagni, che poi è molto lungo lui, non so che gli danno a mangiare a stí bambini oggi, e del resto anche piú grande di età, ma si capisce che il problema non era proprio la comunione, è che mio figlio ha bisogno di uno fuori, ho parlato col magistrato, ero disposto a tutto, lo so che non è facile decidere per un permesso, è una decisione faticosa, che se uno sbaglia quando sta fuori paga lui, il magistrato, se non fanno uscire un ergastolano ci può dire niente nessuno? ma io ho saputo ripagare la fiducia, gli ho detto guardi se lei decide di mandarmi in permesso ora è il momento giusto, è un’età pericolosa per il bambino, ho capito com’era fatto il carcere per uscire, il carcere per rimanere già lo conoscevo, il magistrato mi chiamava e io dicevo sono innocente, e quello pensava che questo o è scemo o si pensa che è scema la magistratura, e allora ho detto i fatti che erano evidenti e io volevo nasconderli, e quando è arrivato il permesso avevo paura, e chissà se aveva paura pure lui, un ergastolano che riesce a fotterlo può distruggere un giudice e gli rimane nel fascicolo, me l’hanno comunicato il 23, dovevo uscire il 24, era Natale, nel corridoio facevo í salti mortali, mi stava venendo di nuovo l’infarto, in un minuto ho pensato tutto quello che in 11 anni avevo pensato che avrei fatto fuori e chi ha dormito, e al mattino un ispettore dice io la voglio accompagnare fuori perché voglio vedere le reazioni che ha lei, non ho mai visto uno che esce dopo cosí tanto tempo, e si è avverato il sogno di portare mio figlio in una gelateria, papà quando lo prendiamo stò gelato, era dicembre, ora ti faccio vedere che pigliarsi il gelato con papà è come pigliarsi il gelato con la mamma, e il giorno dopo ho dovuto dirgli tutta la verità, quello che avevo fatto, in quel contesto avrebbe capito meglio di quando eravamo dentro, e di nuovo ha pianto 4 ore, ho detto che avevo ammazzato uno, e come, abbiamo fatto le lotte e le fiaccolate a scuola contro la mafia, e la fiaccolata contro chi ammazzava le persone, e allora io non lo sapevo ma stavo facendo la fiaccolata contro mio padre, io lo sapevo che faceva la fiaccolata, e insomma ero contento perché cosí non si sentiva diverso dagli altri compagni, certo a volte mi veniva da dirgli ma manda a ‘fanculo le fiaccolate, e povera mia moglie, le è andata peggio che alle sorelle, una ha beccato un medico, solo lei fa questa vita, l’ho mollata da sola col bambino che aveva sedici anni, lei mi ha aspettato e mi sta aspettando oggi, e anche se lei sta fuori e io dentro le sofferenze le abbiamo divise, si è ammalata di nervosismo, di tutti i mali, cronica, 15 giorni fa stava con le fleboclisi, per fortuna è rimasta giovane in viso, e pure io, o almeno mi pare, siamo rimasti nello stesso modo che ci siamo lasciati, ricominciamo da là, rivivere quello che potevamo fare quando avevamo 20 anni, andiamo al ristorante con mia moglie e il bambino, cerco di rivivere la vita di quando avevo 20 anni, piano piano arriviamo a 44 anni, un permesso alla volta, ogni permesso ci facciamo un anno, ci raccontiamo che stiamo seduti quello che avremmo fatto quell’anno e alla fine ci sembra quasi che l’abbiamo fatto sul serio, e continuiamo questo gioco nelle lettere, siamo arrivati a trent’anni. Col bambino abbiamo riparlato che avevo ammazzato uno, dopo mangiato mi faccio sempre un pisolino, e quella volta il bambino viene a letto, posso anch’io? non avevo mai dormito con mio figlio, non lo avevo mai provato quel contatto, mi sembra strano, è come abbracciare un altro uomo e allora avevo riserbo ad abbracciarlo, dopo mezzora facevo finta di dormire ma pensavo ma scusa ma non me lo devo abbracciare a mio figlio, ho messo una mano attorno al collo e lui si è stretto, e ho pensato mi viene un altro infarto, ho sentito un’esplosione, e lui dice ma vedi papà cosa ti sei perso, sotto il braccio sentiva il tremore e me l’ha detto, i ragazzi di oggi sono cosí, mica si tengono niente, e cosí lui continua ci pensi al figlio di quello che hai ucciso, io non te ne voglio fare una colpa ma la vita ha un valore, e io sono riuscito solo a rispondere ma io lo so che la vita ha un valore, ho l’ergastolo, e dentro di me pensavo ma che cazzo mi sta dicendo mio figlio, ma non è che forse l’ho fatto crescere un po’ troppo bene, minchia, sempre il padre sono, e lui intanto diceva tu ora l’hai avuta l’opportunità di abbracciarmi, io ho detto è giusto, non volevo disturbare quella veduta, però pensavo mò mi devo aggiustare, non può essere lui papà a me, dopo non posso piú fargli lezione di vita, e allora ho detto sí è giusto ma bisogna pure saperle dire le cose, e se tu certe cose le capisci significa che te le abbiamo insegnate, abbiamo regolato la cosa, se no non facciamo piú padre e figlio, ci sono cose che si possono dire facilitate e altre che ci vuole metodo, minchia, si è messo a piangere, entra mia moglie, si mette a piangere pure lei perché vedeva piangere il bambino, fallo sfogare, fallo sfogare, ci fa bene, capisci, gli ho detto dopo, se ti metti su questo piano io poi come ti posso aiutare piú, già su certe cose che penso di poterlo crescere poi scopro che sono ridicolo, una volta gli ho parlato del sesso e quello rideva, io andavo avanti ma pensavo è scemo, dicevo minchia magari è che gli piacciono i maschi, papà che mi insegni, stè cose le ho fatte già. Quello che gli ho sparato in una rapina era un brigadiere, ho pensato meglio la vita sua della mia, avevo la rivoltella e ho sparato, non pensi piú a niente, erano ín due, uno è rimasto vivo, pensavo fossero morti tutti e due, e a quello che è morto per vero ci penso spesso, specie dopo le parole di mio figlio, mi vengono delle sudorazioni, comincio a sudare freddo, io vivo per dimenticare, non per ricordare, ma penso al bambino che aveva l’età di mio figlio, e allora invece pensavo che volevo guadagnare 50 milioni e spenderli, e avevo un brutto carattere, se mi dici muovi un tavolino lo faccio ma già la seconda volta non lo faccio piú. Ogni tanto mi frullava, dicevo ma cosa cazzo hai combinato, mi dico voleva ammazzarmi lui, aveva messo il colpo in canna, e allora ho cominciato a domandare agli agenti scusate ma quando mettete il colpo in canna significa che certamente state per sparare, e mi rispondono che quando scendono dalla pattuglia notturna mettono sempre il colpo in canna però non è detto che stanno per sparare, secondo me l’infarto l’ho preso per questo, stavo una notte intera a discutere tra me sul perché avevo sparato, e tornava la questione del colpo in canna, e domandavo a un altro agente, se state mettendo il colpo in canna è perché volete sparare vero? fumavo tutta la notte e mi venivano i sensi di colpa, ora con questi tre anni che esco in permesso sono piú tranquillo. L’infarto l’ho avuto cinque anni fa, facevo lo spesino, un giorno avevo un po’ di bruciore allo stomaco, mi ero mangiato tre uova con íl pane toscano, pensavo fossero quelle, a un certo punto cado a terra, riesco ad arrivare in infermeria, non c’andavo mai, la dottoressa dice si accomodi, si metta nella barella, tre uova sono tante, mi fa il buscopan, io dico guardi mi fa male il braccio, mi guarda strano, si presenta con la macchina per l’elettrocardiogramma e poi fa stia calmo ha un infarto in corso, si rilassi, minchia, come faccio a rilassarmi, mi dice che ho un infarto in corso, massaggi di qua e là, non ho capito piú niente, mi hanno spiegato che si era bloccata l’aorta, 45 minuti a cuore fermo, mi hanno messo un bypass, mi sono risvegliato che c’era mia moglie, ha assistito a tutta l’operazione da dietro un vetro, in tutti gli anni che ho passato in carcere ho avuto questa fortuna qua, che non era mai capitato che ci guardassimo da dietro un vetro, abbiamo parlato sempre senza la divisione, adesso stavo li col mio infarto a 38 anni, e lei mi guardava da dietro il vetro, e la questione era la mia vita, e dici che ti frega della vita se si tratta di passarla in galera tutta, ed è vero, però adesso coi permessi la vita è tornata e se penso spesso a una cosa penso al braccio sotto al collo di mio figlio.

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Un libro in tre parti, diverse ma complementari. La prima, la pena pensata, risponde alla domanda “perché punire” e si confronta con le ipocrisie sottese all’attuale sistema. La pena applicata, traccia una minuziosa storia della prigione in Italia, con il supporto di materiali d’archivio, e oscilla spesso tra il drammatico e il grottesco. L’ultima parte, la pena vissuta, è una collezione di brevi monologhi, raccolti dall’autore sulla base di colloqui effettuati nei più importanti istituti di pena del paese: più che resoconto una narrazione, condotta sul filo di una tensione linguistica che mira a restituire nello stile la frammentazione e l’isolamento delle voci ascoltate.

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Di | 14 luglio 2017|7, Derelitti e delle pene|

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