Istruzioni per non morire

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Istruzioni per non morire. Il reading

Di | 29 settembre 2017|13, Istruzioni per non morire|

Cosa contraddistingue questo progetto

Di | 29 settembre 2017|Istruzioni per non morire|

Perché, dopo avere scritto libri per diversi e rilevanti editori, ho pubblicato questo romanzo in rete, per vari mesi gratuitamente e con una formula a puntate, che mi piace definire e-feuilleton?

Qualsiasi intellettuale che voglia scommettere sul futuro della nostra civiltà deve avere in questo momento un obiettivo prioritario: spingere alla lettura gli internauti, andandoli a stanare nei loro spazi. Se poi si riesce a convogliare sugli stessi testi in rete gli abituali lettori cartacei, si compie il prodigio di mettere in contatto due mondi che rischiano ormai una grave incomunicabilità. Personalmente, e nel mio piccolo, ci sto provando con il wrog, e ora con un romanzo che un po’ mischia canoni e registri (con una prevalenza del grottesco) ma ha una struttura formale classica e lineare.

Ho inoltre sperimentato una formula di sostegno che ho chiamato crowdreading*, utilizzando i social per portare l’unico vero finanziamento culturale: lettori, lettori, lettori. Chi è interessato a sapere di più sul crowdreading può accedere qui alla pagina con cui lo presentavo.  A me pare che, con le debite integrazioni, per gli editori sarebbe una strada interessante.

Il libro ha fatto il suo percorso con circa 4000 download tra i vari capitoli. Tutti i capitoli sono stati tra i primi 100 ebook gratuiti di narrativa gratuita su Amazon e il libro concluso ha raggiunto il terzo posto nella stessa classifica di Amazon. Una classifica, dal mio punto di vista, dice poco sul valore di un libro (e dice nulla economicamente se non remunera). Ma Istruzioni per non morire era un testo non allineato nel taglio ai suoi “concorrenti” e quindi il fatto che ci sia stata una risposta sul web ha avuto per me un significato. E’ incredibile a dirsi, ma sono stati più refrattari i lettori forti ad accettare di leggere un romanzo in forma digitale (molti amici non lo hanno fatto) che non i frequentatori maniacali dei social a sperimentare una lettura diversa da quella abituale.

Il progetto è un work in progress, che, esaurita questa fase, passa allo stadio di normale volume in vendita, e la coerenza dell’esperimento impone che la strada dell’autopubblicazione, almeno in prima battuta, venga coltivata anche nella forma cartacea. Anche per essere libero di pensare, nel frattempo, se c’è qualche altra procedura intrigante da sperimentare.

 

 

*La parola crowdreading, in verità, è stata già qualche volta utilizzata ma con significati profondamente diversi, che vanno dalla piattaforma collettiva per lettori all’opposto del test di marketing che prevede la somministrazione “controllata” di alcuni capitoli di un libro per sondare la reazione del mercato o di un pubblico mirato. Mi pare ad oggi termine non sufficientemente consolidato e mi sento quindi padrone di coniarne un uso differente, che trovo anche meglio rispondente alla ricercata assonanza con crowdfunding.

 

 

Cos’è il crowdreading e come praticarlo

 

Caro lettore che sei capitato su questa pagina, devo dedurre che è vero almeno uno di questi punti:

  1. Sei curioso di sapere cosa intendo per crowdreading.
  2. Ti piace il progetto di cui è prototipo di “Istruzioni per non morire”
  3. Ti sta piacendo il romanzo
  4. Stai pensando “vediamo questo stupido dove vuole arrivare”.

 

Facciamo che siamo in uno dei primi tre casi e andiamo avanti.

Questo breve testo in parte riguarda il crowdreading del mio romanzo “Istruzioni per non morire”;e in parte riguarda il crowdreading in generale.

 

Crowdreading è un termine sin qui molto poco usato e quindi non ancora di significato definito, ma in linea di massima si riferisce alla condivisione di esperienze di lettura (una piattaforma molto promettente al riguardo è Betwyll).

Qui lo intendo, in assonanza con il noto crowdfunding, come supporto digitale a un progetto editoriale disponibile digitalmente (un libro, un magazine, un altro testo): persone che aiutano quel progetto non facendo confluire fondi ma lettori. Siccome mi piaceva che questa sperimentazione fosse “pura” ho voluto escludere ogni ritorno economico per l’autore e tenere il libro gratuito: il sostegno, insomma, non è economico neppure indirettamente ( e quindi chi fa crowdreading non ne ricava nulla se non la mia nominativa manifestazione pubblica di riconoscenza). D’altronde mi sono reso conto, con dei test diretti, che mettere gratuitamente dei libri a disposizione di persone mentre attendono di fare qualcosa aumenta esponenzialmente il livello di difficoltà del testo che sono disposti a leggere (e se ne mostrano felicemente sorpresi!).

 

Come si fa questo crowdreading? Io direi principalmente in quattro modi (ma sarei felice di apprenderne altri). Un modo più impegnativo è mandare messaggi mirati, via mail o FB. Un altro è mettere “segui” sulla pagina del wrog scegliendo “mostra per primo” in modo da ricevere gli aggiornamenti e poterli condividere su FB. Il più semplice è condividere su Whatsapp le puntate da www.remobassetti.it/istruzioni-per-non-morire. Un modo infine non a portata di tutti è pubblicare sui propri media (come un blog personale) il link e l’invito, ma è tanto più crowdreading quanto meno quello spazio web è deputato a fare informazione culturale. Spero che facciate qualcuna di queste cose. Ma procediamo con il crowdreading più in generale.

 

Il crowdreading si differenzia da un normale passaparola perché non si limita a dire “hai letto quello?”, come si potrebbe dire tra fan di un romanzo cartaceo (ma vai a sapere se poi chi riceve il messaggio se ne ricorda quando è in libreria) ma il “quello” diventa un “questo”, è un testo reso immediatamente disponibile. Ovviamente avviene anche quando si manda un file in allegato: ma il crowdreading presuppone: 1) un contenuto culturale 2) l’uso di strumenti e software digitali normalmente impiegati per comunicazioni alternativamente fatue/di servizio/visive/ludiche/di mero contatto 3) che il progetto sia nato pensando che il testo possa trovare una condizione di vitalità se non di esistenza attraverso il crowdreading (come accade per il crowdfunding) oppure 3a) che il progetto consista nel desiderio di una community di creare crowdreading intorno a un testo esistente.

 

Al massimo grado il crowdreading immagina inoltre che: 1) tra chi richiede il crowdreading e chi lo asseconda si crei una qualche forma di arricchimento contenutistico del progetto (non per forza una scrittura cooperativa: ma per lo meno confronto, giudizio, feedback, contatto) 2) che quelli che partecipano a progetti di crowdreading vengano messi in reciproca condizione di conoscenza virtuale, e possano prenderne spunto per dare seguito a nuovi progetti di crowdreading o realizzarne in proprio.

 

Dietro il crowdreading, dunque, c’è l’ottimismo sulla possibilità di sfruttare i mezzi digitali per incrementare la lettura anziché contrastarla.

Per quel che mi riguarda, cessata la sperimentazione sul mio libro, mi piacerebbe rimanere in prima linea per definire, perfezionare e sviluppare creativamente questa pratica.

Il trailer del romanzo

Di | 29 settembre 2017|Istruzioni per non morire|

“E’ venuto il momento, Roberto. Fra quattro giorni devi morire”.

Il cuore di Roberto diede uno strattone. Lo stava minacciando? Provò ad afferrarlo per il braccio ma la sensazione che ricevette dal contatto lo terrorizzò.

“A tutti. Capita a tutti. Da sempre non c’è una sola persona che quattro giorni prima di morire non abbia ricevuto la nostra visita e l’avvertimento”

“Nostra? E chi sareste “noi”?

“Quelli che vengono ad avvertire”

“Sì, d’accordo…intendo…cosa siete, cosa è lei? Un angelo?”

L’altro si schernì con un gesto e abbozzò un sorriso.

“Lasciamo perdere gli angeli, Roberto. Comincia a entrare in quest’ordine di idee. Non ci sono angeli, non ci sono diavoli. Non sono venuto a prenotarti né per il paradiso né per l’inferno.

“Ricorro? E’ come se fosse un tribunale…”

“Chiamalo come ti pare”

 

 

Aveva una vita di ritardo per mettere insieme un ricorso decente. Si sarebbe affidato all’estro del momento. Da poche ora aveva sfiorato la morte e in questo momento gli faceva meno impressione. Non c’è nulla per cui non ci si possa allenare efficacemente, nemmeno morire. Ora comprendeva la saggezza stoica dei filosofi, e anche l’arditezza del soldato che scavalca per la centesima volta la trincea sotto il tiro nemico.

 

 

L’idea di Machaut, dunque, era quella di convincere, in cambio di una retribuzione monetaria, persone gravemente malate a lasciarsi installare, tramite una semplice iniezione, una micro-sonda in grado di navigare attraverso i vasi sanguigni  cogliendo ogni sintomo negativo dell’organismo e spostandosi in funzione di quello. I suoi segnali sarebbero stati tradotti in un apparato acustico-visivo accattivante, dando la possibilità agli acquirenti delle app di seguire questi passaggi su uno schermo.

 

 

Quel giorno emerse dai veli e rotolò sotto Roberto. Le bocche lanciarono le reti. Il seno di Amande era un commento a margine, e Roberto si rassicurò nel percepirlo carico di attese. Lo lesse con cura, senza perdere il segno con il dito e infine lo riepilogò in un’unica stretta. La lingua di lei reagì con una scossa elettrica e si disperse per portare la buona novella al corpo tutto di lui. Lui le entrò dentro subito con un’aggressiva voglia di vivere che lei scambiò per rabbia.

 

“E’ un parente? Non avevo mai visto nessuno con lui”

“No, io…io faccio parte di un’associazione di volontariato. Veniamo…veniamo negli ospedali ad assistere chi non ha nessuno vicino e a dire una preghiera per lui”.

“Ho sentito che gli parlava. E’ bello questo, anche se non può sentirla. Anzi, è bello proprio perché non può più sentirla”.

Roberto esitò prima di replicare: “In che senso?”

“Nel senso che lo trovo un bell’omaggio. Tra persone coscienti la metà del tempo la passiamo parlando a persone che non ci ascoltano, e la consolazione è che faremo altrettanto quando sarà il loro turno. Ma qui è differente. Lui è già lontano da qui.  Però il suo corpo ancora si aggrappa a quello che trova. E noi gli infiliamo tra le dita l’ultimo biglietto di saluto. Guarda che anche se non ci sei più io ti parlerò egualmente. Con mio marito lo faccio da tre mesi ormai”.

 

“Uno spiritista” rise artificiosamente Rouzier “Un infiltrato nella congrega dei Pra-Pra, Pragmatici Programmatori. Alla prossima assemblea, padre Polbec, chiederò la sua espulsione dalla compagnia. Ma non stiamo a farla lunga! Il nostro immenso capo, che ha una marcia in più del mondo, compresi tutti noi quattro messi insieme, si diverte a prenderci per il culo con la storia della pornografia. Gamification? Ve lo siete scordato? Questa è l’epoca in cui l’uomo, finalmente, è riuscito a ridurre tutto a un gioco. Mettendo da parte ogni fottuta ipocrisia. Quando tutti, seduti al tavoli di pranzo, guardavano il telegiornale la voce del mezzobusto che annunciava una strage veniva sempre coperta dalla richiesta di passare il sale. Qualcuno si è mai guastato l’appetito? ”

 

Rose si era improvvisamente irrigidita.

“Cosa ho detto che non va? Era solo un’ipotesi…”

“Sono arrivati, maledizione. Guarda quel tizio con la maglia a righe che sta passeggiando dal lato opposto”

“Quale? Oh, ma…è quello che mi sta seguendo da giorni! Adesso vado…”

“Fermo, non ti muovere! Maledizione! Ti segue da giorni? Sono stati più veloci di quanto credessi. Hanno immaginato che potessi tornare da mio padre e hanno messo quello a presidiare la zona. E’ un killer, una iena. E’ americano ma partecipava alle riunioni del cartello. Briggs si chiama”.

 

 

La conversazione fu minima, ma Lilith non pareva accorgersene. Benchè consapevole che la vera intimità consiste nella possibilità di rimanere in silenzio per ore quando si è insieme, Roberto non finiva mai di stupirsi dell’incapacità che lei aveva di percepire i suoi stati d’animo, e della sua tendenza a lasciare libero spazio al mutismo di lui quando era evidente che proveniva da angoscia o irritazione. D’altronde Lilith girava al largo da ciò che poteva creare conflitto o tensione: Roberto paragonava il suo modo di stare al mondo a quello del bagnante sulla spiaggia che sposta continuamente la sdraio a ogni movimento del sole per conservare la frescura dell’ombrellone ed evitare accuratamente le scottature.

 

 

Tese il guinzaglio e alla fine riuscì a sganciarsi gettandosi abbaiando fuori dal marciapiede. “Kelly” gli strillò dietro la padrona, ma il cane, avanzato di qualche metro sino quasi alla linea di mezzeria, si tratteneva sulla strada, ignorandola. La donna lo chiamò ancora ma la voce le uscì fioca, si portò sul bordo del marciapiede e con il guinzaglio che le pendeva si accingeva ad attraversare per riprendere il cane. Fu a questo punto che fece un gesto che a Roberto parve del tutto incongruo e, invece di voltarsi dal lato sinistro per controllare che non arrivassero macchine, si girò inequivocabilmente a guardare Gaston e alzò lentamente la mano destra in un segno di saluto, che Gaston ricambiò. Poi mosse decisa giù dal marciapiede e la berlina che sopraggiungeva a non meno di sessanta all’ora la travolse in pieno e la trascinò per una decina di metri davanti prima di completare la frenata. Kelly emise un latrato lancinante e cercò di infilarsi sotto il paraurti. Di lei si vedevano le gambe immobili.

 

 

 

“Ti conviene cambiare atteggiamento, ragazza. Voglio i nomi delle tue compagne. Non dico che in cambio ti prometto un futuro felice ma almeno ti eviti una morte da incubo”.

“Lascia andare mio padre” il filo di voce di Rose era molto meno vigoroso delle nuvole di tabacco bruciato di Briggs, simili a lampi di cherosene nella notte. “Non sa nulla”.

“Non sa nulla? E chi sa se lui non sa? Perché ti saresti affrettata a correre qui? Se ci dai tu le informazioni in effetti non abbiamo più cosa farcene del tuo paparino. Altrimenti lo teniamo, all’inizio solo come spettatore, dei tuoi prossimi impegni e vediamo come reagisce. Dai, semplifica le cose e lo faccio scendere dalla macchina”.

“Non ti credo. Quali garanzie mi dai?” sembrò rianimarsi Rose. Dall’altra parte echeggiò una risata fragorosa. “La sentite ragazzi? Vuole le garanzie la signora! Come le banche! E’ per questo che c’è la crisi economica sai? Nessuno vuole muoversi più senza garanzie. E poi ci si lamenta che le persone muoiono di fame. O di qualcos’altro. Quanto manca, Ramon?” disse rivolgendosi all’indio.

 

 

Se non si fosse sentito così legato a suo padre in quel momento Roberto non avrebbe osato aprire la raccomandata che il postino consegnò due minuti dopo che il padre era uscito.

 

 

“Di tutti i discorsi su Dio mi ha sempre colpito questa necessità che ciò che accade nel mondo debba rispondere a un fine, e che il nostro limite sia quello di non comprenderlo. Ma in passato mi sono sempre chiesto: perché mai ci avrebbe dovuto confondere le carte e farci giocare con fini differenti dai suoi? Magari è vero, i suoi fini sono diversi dai nostri ma solo perché si è evoluto, è andato avanti, li ha perfezionati. I nostri sono fini primitivi. Io lavoro nell’informatica, sa, e quindi mi capita di usare metafore sacrileghe chiamando in causa gli strumenti del mio lavoro: così una volta ho detto che Dio si è dimenticato di aggiornarci il software. Ha presente tutti quegli avvisi che arrivano sul computer e ti dicono che il tuo antivirus, o qualche altro programma, non è aggiornato? Così. I nostri fini, rispetto ai suoi, sono soltanto vecchi. E senza aggiornamento si fa quello che si può”.

 

 

Quell’immersione nella consapevolezza di sé, di fronte alla figlia inconsapevole, lo rendeva nudo, umiliato, fragile. Avrebbe voluto, in una rigenerante inversione di ruoli, cercare conforto e riparo nel suo grembo, nel suo sterno di volatile, sotto le sue ali d’aquilotto, sotto la tenda canadese della sua gonna dalla vita stretta, e lì, bambino, implorare il perdono della sua bambina che così malamente aveva allevato. Chiederle quale balordo, quale mezzo tossico, quale spiantato, quale puttanella, quale randagio, quale scorpione a dorso di rana, quale latte scremato, quale tronco abbattuto, quale lendine morta, quale crosta ammuffita era il suo confessore, la sua boa, la sua cassetta di sicurezza, e chiederle il permesso, lui, quel falso d’autore di padre, quell’ascensore bloccato tra i piani, quell’orma sulla sabbia che il ghibli stava cancellando, di interpellare il suo confidente, di inginocchiarsi al confessionale, di attaccarsi alla boa, di scendere nel caveau della banca, e domandare infine, tu che certo vali più di me, sapresti indicarmi come potrei giustificare che voglio continuare a vivere?

 

Essendo cieca poteva risultare irrilevante la direzione del suo sguardo. Eppure lei, che aveva la capacità di individuare la posizione precisa del mio corpo anche nel silenzio e nell’immobilità e parlarmi puntando il viso nella mia direzione, cambiava atteggiamento in quelle occasioni, e si profilava, rispetto a me a tre quarti, mostrandomi solo il lembo estremo di una delle pupille fisse: come se, inversamente alla serietà dell’argomento, si elevasse il pudore a esibire la bianca vacuità della sclera.

 

 

L’ultimo di cui mi sono occupato, la scorsa settimana, mi raccontava del figlio, quand’era piccolo, che si stendeva sul pavimento vicino a lui, a scarabocchiare, a disegnare, mentre lui lavorava. E a un certo punto mollava il lavoro, e si piazzava anche lui sul pavimento. E’ la più bella sensazione che ho provato, ha detto, e io lo guardavo senza capire. E lui insisteva, chi non ha vissuto quest’esperienza non ha assaggiato il meglio della vita. E quando il figlio è cresciuto, e si sa che non accadrà più, per quanto si possa essere impazienti di vederlo cresciuto, la perdita del pavimento, che ritorna a essere esclusivamente suolo da calpestare, è già un pezzo di morte”

“Io ho avuto una figlia, ma non l’ho provata quest’esperienza. Siamo vissuti distanti. Fisicamente, ma forse non soltanto quello. Credo di averla presa in braccio pochissime volte. Magari le questioni sono collegate. Non sei degno di alzarlo, un figlio, se non sai accorgerti di quanto è bello in basso, radente alla terra”

“La vita non è ciò che accade ma la capacità di dargli senso, questa è la convinzione che mi sono fatto, studiandola da fuori. Ne sono ammirato. Non un senso meccanico, come le procedure di cui mi occupo. Non l’incastro dei pezzi ma l’abilità di scomporli, di modificarli”.

“Allora temo che sarei un pessimo insegnante”

“Perché?”

“Perché mi riconosco di più nel senso meccanico. Perché arricchire le cose di un senso personale è una fatica, una scommessa, una sfida. E’ più comodo trovarsele al mattino con attaccato il cartellino che c’hanno messo gli altri. Che qualità ci vuole per dare un senso? L’intelligenza? Il cuore? L’istinto? Forse non sono una cima in niente, ma nemmeno proprio arido. E però ho imparato a campare così, superficialmente. Con il dolore ho optato per un patto di non belligeranza: lui promette di lasciarmi in pace e io di non chiedere tante spiegazioni. Sfuggo, svicolo, dimentico, oppure mi adatto.

 

 

 

“Memoria! Lo vedi, cominci a parlare esattamente come un umano. Non hai mai pensato che nessuna vita sarà mai estirpata sulla terra finchè esisterà la memoria? Ma sarebbe una discussione troppo sofisticata per te. E però non ti biasimo. Anche io fino a ieri ho vissuto all’ombra del rassicurante concetto che la correttezza di una procedura sia il massimo concetto filosofico ed etico elaborabile. Che fosse l’imitazione, o lo specchio della natura. Ma dietro l’apparente assenza di acredine verso questi esseri di cui ci occupiamo sulla terra nutriamo una profonda invidia, il dubbio che abbiano ragione loro. Che valga la pena di scompaginare le procedure, perchè ciò che vale è un progetto. Inseguirlo, realizzarlo, inciamparci, fallirlo, rinnovarlo, superarlo”

 

 

Stabilimmo un contatto tra le anime di quello che mai si potrebbe stabilire all’aperto, in mezzo agli altri, in mezzo alle convenzioni, in mezzo alla parole, nell’ingombro della luce, due esseri che si uniscono in un’identica nostalgia del nulla e in un’ubriacante pienezza, che non si conoscevano e non si devono niente, minacciati ognuno da se stesso, con la consapevolezza irripetibile che la vita non è altro che un ciclo alternato di perdita e riconquista, con l’ansia inattesa di ricominciare a perdere per poi poter riconquistare.

Cos’è il crowdreading e come praticarlo

Di | 28 luglio 2017|Istruzioni per non morire|

Caro lettore che sei capitato su questa pagina, devo dedurre che è vero almeno uno di questi punti:

  1. Sei curioso di sapere cosa intendo per crowdreading.
  2. Ti piace il progetto di cui è prototipo di “Istruzioni per non morire”
  3. Ti sta piacendo, o ti è piaciuto, il romanzo
  4. Stai pensando “vediamo questo stupido dove vuole arrivare”.

(altro…)

Il romanzo: Istruzioni per non morire

Di | 21 luglio 2017|Istruzioni per non morire|

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Il trailer del capitolo

Musica consigliata per la lettura del ventunesimo capitolo: Chiaroscuro (Kancheli)

“Non c’è quasi più spazio dalla mia parte, vero?” chiede.

“Poco” e faccio di tutto per celare nel bisillabismo sibillino di quel poco il tanto che esso racchiude riguardo al pericolo, all’incertezza, alla vastità del panorama che ci contiene e ci ignora, e progressivamente sfuma nella densità brumosa delle nuvole che si abbassano. Una folata di vento raschia una manciata pulviscolare di pietra sgretolata a terra e la solleva compatta.

 

Essendo cieca poteva risultare irrilevante la direzione del suo sguardo. Eppure lei, che aveva la capacità di individuare la posizione precisa del mio corpo anche nel silenzio e nell’immobilità e parlarmi puntando il viso nella mia direzione, cambiava atteggiamento in quelle occasioni, e si profilava, rispetto a me a tre quarti, mostrandomi solo il lembo estremo di una delle pupille fisse: come se, inversamente alla serietà dell’argomento, si elevasse il pudore a esibire la bianca vacuità della sclera. (altro…)

Capitolo venti: Gli assassini

Di | 19 luglio 2017|Istruzioni per non morire|

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Musica consigliata per la lettura del ventesimo capitolo: Quinta sinfonia secondo movimento (Mahler)

Lo stupore e il soffocamento avevano disegnato sui tratti di ogni volto tante piccole orrifiche smorfie che non avrebbero sfigurato in un quadro di Bosch. Un giovane medico in camice aveva mantenuto una distinzione classista e giaceva isolato nel corridoio che precedeva la sala operatoria, con una cartella clinica ancora stretta nella mano destra, sulla quale si era evidentemente riservato sino alla fine di valutare i dati prognostici. Il suo volto era rimasto dignitoso ma aggrottato.

 

“No, adesso chiamiamo subito la polizia. La cosa più urgente è portare Lilith in ospedale…”.

“O anche al camposanto” replicò una voce metallica appena dentro l’ingresso della sala, dove erano apparsi due uomini con sulla bocca una maschera antigas e in mano ciascuno una pistola. (altro…)

Capitolo diciannove: Il duello

Di | 17 luglio 2017|Istruzioni per non morire|

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Musica consigliata per la lettura del diciannovesimo capitolo: Attack and falls Akhenaten (Philip Glass)

“Ti avrei fatto meno in salute, a quest’ora, se devo essere sincero. Ma a quanto pare c’è un po’ di disordine in giro, ultimamente. In quella clinica, tanto per dire, c’è gente che è entrata per rimettersi in sesto e invece c’è un ammasso di morti. Rimani qui a fare due chiacchiere, che è certamente più tonificante”.

 

“Memoria! Lo vedi, cominci a parlare esattamente come un umano. Non hai mai pensato che nessuna vita sarà mai estirpata sulla terra finchè esisterà la memoria? Ma sarebbe una discussione troppo sofisticata per te. E però non ti biasimo. Anche io fino a ieri ho vissuto all’ombra del rassicurante concetto che la correttezza di una procedura sia il massimo concetto filosofico ed etico elaborabile. Che fosse l’imitazione, o lo specchio della natura. Ma dietro l’apparente assenza di acredine verso questi esseri di cui ci occupiamo sulla terra nutriamo una profonda invidia, il dubbio che abbiano ragione loro. Che valga la pena di scompaginare le procedure, perchè ciò che vale è un progetto. Inseguirlo, realizzarlo, inciamparci, fallirlo, rinnovarlo, superarlo” (altro…)

Capitolo diciotto: La sfida

Di | 16 luglio 2017|Istruzioni per non morire|

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Il trailer del capitolo

Musica consigliata per la lettura del diciottesimo capitolo: Dead man in my bed (Nick Cave)

Tentò di gridare ma si sorprese muto, salvo quel timido raglio che la gola concede nel rantolo dell’asfissia. Avvertì l’inciampo e l’ingolfamento del sangue che ancora cercava di ritagliarsi uno spazio tra le vene per raggiungere il cervello, le gambe che cedevano come nel vuoto. Roberto, Roberto! Non stai combattendo solo per la tua vita, stai lottando per interrompere la catena delle morti umane! Sei il nuovo Prometeo, e quel laccio al collo una ridicola catena da troncare, e senza stare a disturbare Eracle!

 

Si era fatto l’idea, senza poi nemmeno prove a sostegno, che fosse omosessuale, ma non conosceva il nome di qualche suo fidanzato. Si alzò con uno scatto nervoso, smaltì il capogiro che lo assalì,  prese a girare per la camera e il resto della casa. Era più un rituale obbligato che un’indagine fondata sull’attenzione del dettaglio, perchè l’ansia gli imponeva il passo della donna che ha ospiti a cena, non ha ancora deciso cosa mettersi ed è in ritardo nella cottura del rombo in crosta. (altro…)

Capitolo diciassette: Le rivelazioni

Di | 14 luglio 2017|Istruzioni per non morire|

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Il trailer del capitolo

Musica consigliata per la lettura del diciassettesimo capitolo: The here and after (Jun Miyake)

“E lei cosa fa qui? “sussultò Roberto “Chi le ha dato le chiavi?”

“E’ solo?” chiese l’altro con una certa agitazione, ignorando la domanda di Roberto.

“Io? Sì, ma…”

“Merda, non c’è tempo da perdere” imprecò Florin e gli voltò le spalle correndo verso l’uscita.

 

“Arriviamo alla clinica, papà. Lì ti spiego tutto. E’ arrivato il momento”.

E a quella frase Roberto si rese conto di essere lo spettatore di una serie televisiva della quale scopriva adesso di essersi perso una cinquantina di puntate

 

Siamo tutto soli al mondo Rose, diceva, è solo diverso il modo di reagire, io infilo una maschera, cerco di dimenticarmene celebrando piccoli Carnevali quasi ogni giorno, appoggiati, abbandonati, e finalmente trovai la forza per piangere, tutto il pianto che avevo represso in quei dodici anni dalla nascita. (altro…)

Capitolo sedici: I fantasmi

Di | 11 luglio 2017|Istruzioni per non morire|

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Il trailer del capitolo

Musica consigliata per la lettura del sedicesimo capitolo: Villa Lobos Bachianos brasileiros n. 5 (Hector)

Un senso di conciliazione con il mondo risvegliò Roberto. Ebbe la dolce sensazione di avere riposato gli arti per giorni. Accese l’abat-jour per guardare l’orologio ma erano poco più delle cinque, non aveva dormito forse nemmeno un’ora. Volse lo sguardo a fianco verso Lilith che dormiva girata sul fianco opposto ma con la coperta intrecciata e sollevata in un modo che quasi le raddoppiava il corpo. Per un istintivo impulso all’ordine Roberto ne tirò giù un lembo e Lilith scattò con le ginocchia rannicchiate in mezzo al letto con gli occhi ancora chiusi.

“E’ tornata” gridò e si preparò a lanciare un urlo lancinante che Roberto soffocò prontamente con una mano sulla sua bocca.

“Non è tornata, non c’è nessuno oltre noi due” le sussurrò nell’orecchio mentre provava a cingerla con il braccio da dietro la spalla incontrando la sua rigida opposizione. (altro…)

Capitolo quindici: Il ricorso

Di | 9 luglio 2017|Istruzioni per non morire|

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Il trailer del capitolo

Musica consigliata per la lettura del quindicesimo capitolo: Una notte sul Monte Calvo (Modest Mussorgskyi)

Affiorò nell’animo suo quel senso di abbandono al fato che coglie il morente quando la vita ha preso infine a defluire vorticosa e verticale per perdersi e confondersi nel mare della memoria altrui, quello stupore dell’arto inerte dopo l’esplosione della granata al fronte, il nebbioso squagliarsi della coscienza sul capezzale.

 

Forse la domanda non ha di solito quell’accento tanto perentorio. Stai per morire, ma non si intende in una settimana: per gentilezza l’annunciatore-inquisitore rimane sul vago, potrebbe trattarsi di sei mesi o più probabilmente di trent’anni, di sessanta, di centoventi per alcuni contadini del Caucaso. Sono poi così tanti, tuttavia? Se ci si pensa a mente fredda la frase “Stai per morire” non esprime un’immediatezza insensibile all’aridità del calcolo? A fronte della catena interminabile delle generazioni, del susseguirsi organico e molecolare sulla terra, del crescente chiasso goliardico che ha sommerso il mutismo dell’ecosfera, a fronte di quando Dio non aveva ancora rotto le acque, delle prove di rotazione dei pianeti, ma a fronte anche semplicemente della quantità di occasioni che perderemo, può poi cambiare che si tratti di un secolo o di un secondo? E’ così imminente, sempre, la nostra morte e se non ce ne rendiamo conto è solo perché il sistema postale e quello dei necrologi sono organizzati diversamente dalla velocità della luce, che ci mostra il risplendere di una stella che pure aveva sbaraccato da qualche milione di anni.

 

Roberto pensa che la vita gli ha offerto mille opportunità e lui le vede adesso, e tante sono ancora a tiro, e lo sono sempre state mentre lui si lasciava condurre dalla corrente. Che è sepolto, già da vivo, in un ossario anonimo, una fossa comune, e che c’è voluta questa condanna perché udisse finalmente il tintinnare della vita, perché spuntassero dal terreno sotto le acacie spoglie i pezzi di quel mosaico che adesso brucia dalla voglia di ricomporre. Sente addosso lo sguardo di Gaston. Ha smesso di trascinarsi, lo fissa. La sua pazienza è scaduta. Questo ricorso, Roberto? E Roberto sa perfettamente perché vuole vivere, e sa anche che è nel giusto.

 

Gaston prese a intrecciarsi le mani nervosamente e anche lo strascinare della gamba si era fatto più traballante e obliquo, come se stesse intrecciando anche quella.

“Non è possibile, è da non credersi” ripeteva francamente contrariato.

 

Fu in quell’esatto momento che Roberto sentì una violenta fitta allo sterno. Mosse un passo in avanti e poi crollò al suolo. Il dolore acuto si spostò verso il basso ventre e discese ancora fino alla coscia. Dallo stomaco salì un rigurgito di bile che provò a sputare e che per metà gli restò appiccicata al mento

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Capitolo quattordici: Gli umani

Di | 7 luglio 2017|Istruzioni per non morire|

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Musica consigliata per la lettura del quattordicesimo capitolo: Opening from Glassworks (Philip Glass)

L’ultimo di cui mi sono occupato, la scorsa settimana, mi raccontava del figlio, quand’era piccolo, che si stendeva sul pavimento vicino a lui, a scarabocchiare, a disegnare, mentre lui lavorava. E a un certo punto mollava il lavoro, e si piazzava anche lui sul pavimento. E’ la più bella sensazione che ho provato, ha detto, e io lo guardavo senza capire. E lui insisteva, chi non ha vissuto quest’esperienza non ha assaggiato il meglio della vita. E quando il figlio è cresciuto, e si sa che non accadrà più, per quanto si possa essere impazienti di vederlo cresciuto, la perdita del pavimento, che ritorna a essere esclusivamente suolo da calpestare, è già un pezzo di morte”

“Io ho avuto una figlia, ma non l’ho provata quest’esperienza. Siamo vissuti distanti. Fisicamente, ma forse non soltanto quello. Credo di averla presa in braccio pochissime volte. Magari le questioni sono collegate. Non sei degno di alzarlo, un figlio, se non sai accorgerti di quanto è bello in basso, radente alla terra”

“La vita non è ciò che accade ma la capacità di dargli senso, questa è la convinzione che mi sono fatto, studiandola da fuori. Ne sono ammirato. Non un senso meccanico, come le procedure di cui mi occupo. Non l’incastro dei pezzi ma l’abilità di scomporli, di modificarli”.

“Allora temo che sarei un pessimo insegnante”

“Perché?”

“Perché mi riconosco di più nel senso meccanico. Perché arricchire le cose di un senso personale è una fatica, una scommessa, una sfida. E’ più comodo trovarsele al mattino con attaccato il cartellino che c’hanno messo gli altri. Che qualità ci vuole per dare un senso? L’intelligenza? Il cuore? L’istinto? Forse non sono una cima in niente, ma nemmeno proprio arido. E però ho imparato a campare così, superficialmente. Con il dolore ho optato per un patto di non belligeranza: lui promette di lasciarmi in pace e io di non chiedere tante spiegazioni. Sfuggo, svicolo, dimentico, oppure mi adatto. (altro…)

Capitolo tredici: La scelta

Di | 5 luglio 2017|Istruzioni per non morire|

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Musica consigliata per la lettura del tredicesimo capitolo: Belle époque (In the Nursery)

“Non volevo aprire a te” replicò molto diretta lei.

“Perché ti ho trascinata in questa storia? No sono mortificato. Guarda che era l’ultima cosa che volevo”

Amande si staccò guardandolo dritto negli occhi.

“Questa storia in certi momenti mi pare molto eccitante. Forse qualcuno di quei delinquenti ti ha seguito sino a qui e sta per sfondare la porta. E’ terribilmente stupido che io possa morire per une questione con cui non ho niente a che vedere. Eppure lo sai, no? che mi piace sentirmi viva. Protagonista. Scopro d’improvviso che l’animale che fugge dai cacciatori è vivo e protagonista. Te lo ripeto, può essere eccitante. Solo che non stanno cercando me i cacciatori. Stanno cercando altre prede. Io trotterello innocentemente per i sentieri e i cacciatori dicono: boh, esercitiamoci, tiriamo a quella. Questo ti fa sentire già morta, e casualmente capitata sulla scena. Da quanti anni ci vediamo Roberto? Abbiamo stabilito dei paletti. Tutta la nostra ritualità, anche la mia, è un’ostentazione di quei paletti. Non si sa come, dopo tutti questi anni, ancora scopiamo come se con i nostri orgasmi volessimo spaccare il mondo. Poi io mi alzo e ti fumo in faccia. Parliamo di un film, di qualcosa che ci ha colpito. Non c’è un amico che abbiamo in comune, su cui spettegolare, e non parliamo della spesa, perché non esiste una spesa comune che ci riguardi. Non posso avere dimenticato di prendere la birra per noi perché cenare due uova insieme è già fuori dai nostri orizzonti. Sarebbe un progetto troppo compromettente. La tenacia e la regolarità con cui ci vediamo sono inversamente proporzionali alla varietà che abbiamo introdotto nel nostro copione”. (altro…)

Capitolo dodici: Gosselin

Di | 3 luglio 2017|Istruzioni per non morire|

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Musica consigliata per la lettura del dodicesimo capitolo: Adagio in sol minore (Tomaso Albinoni)

In realtà di selvatico Laurent non aveva proprio nulla, tranne sul comodino la cicoria in tisana che l’erborista continuava a indicare come la panacea di quel male che lo stava logorando. E siccome Laurent non era selvatico, e non amava contraddire il prossimo, annuiva sempre quando l’erborista, con il suo vocione da opera buffa, gli diceva: “La vedo proprio meglio, signor Gosselin. Cosa le dicevo che quella tisana è miracolosa? Gliene ne do un altro pacchetto?”. Era veramente troppo amara e Laurent si era stancato presto di berla, ma gli pareva offensivo verso l’erborista buttarla via, e così ne ammonticchiava i pacchetti nella dispensa, salvo uno fisso sul comodino che assunse come talismano, una volta ripulita la stanza di tutte le reliquie cattoliche che, con la morte improvvisa di Marie-Pie, si erano dimostrate millantatrici.

 

Didier, da un paio d’anni, viveva in una stamberga nella banlieu, in compagnia di una ragazza che riusciva a racimolare un minimo di denaro per entrambi. Era soprattutto per lasciare qualche soldo a lui che Gosselin aveva accettato di farsi introdurre le sonde della app, e Roberto si era sentito di compiere una buona azione proponendoglielo. Laurent aveva chiesto uno smartphone a Roberto per seguire anche lui i messaggi che il corpo in decomposizione trasmetteva sullo schermo. Il primo giorno disse a Roberto, per telefono, che da tempo non aveva provato nulla di tanto eccitante. Che delle cellule necrotiche potessero animare un baraccone fieristico scomponendosi in suoni, luci e colori gli sembrava un prodigio della natura della portata di un arcobaleno, e che fossero sue, poi, era meraviglioso. Quando Roberto entrò, e non ci fu bisogno di bussare perché Laurent aveva preso l’abitudine di tenere accostata la porta sul cortile, Laurent sedeva curvo sull’unica poltrona di casa, una consunta pelle marrone le cui molle sembravano pur’esse annegate nel lago delle metastasi. Restituiva, nella penombra, l’impressione di un asparago immerso nell’acqua bollente. Sollevò appena il capo verso Roberto e poi si chinò sul display del telefonino che gli tremava tra le mani e rifletteva le proiezioni digitali della sua malattia sopra le vene del collo. (altro…)

Capitolo undici: I malati

Di | 2 luglio 2017|Istruzioni per non morire|

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Musica consigliata per la lettura del undicesimo capitolo: Soweto sorrow (Romano, Sclavis & Texier)

  

“Lilith, non posso rientrare a casa ed è necessario che te ne tenga lontano anche tu”

“Cosa succede?” ribattè dall’altro lato del filo una voce chiaramente turbata.

“E’ un po’ complicato da spiegare adesso. Non è niente che non si possa risolvere ma ho bisogno di un giorno di tempo. Ti fidi di me?”

“No, naturalmente”

“Non ha importanza, fa come ti ho detto. Raccogli le cose che ti servono per passare fuori la notte, e anche la giornata di domani, ed esci appena puoi”

“E dove vado?”

“Non so, potresti chiedere il favore a…” la frase rimase tronca. E’ chiaro che, chiunque avessero coinvolto, si sarebbe allargato il giro delle persone cui dare spiegazioni.

“Ma poi vieni anche tu?” disse Lilith riempiendo la pausa.

“Dove?”

 

Quell’immersione nella consapevolezza di sé, di fronte alla figlia inconsapevole, lo rendeva nudo, umiliato, fragile. Avrebbe voluto, in una rigenerante inversione di ruoli, cercare conforto e riparo nel suo grembo, nel suo sterno di volatile, sotto le sue ali d’aquilotto, sotto la tenda canadese della sua gonna dalla vita stretta, e lì, bambino, implorare il perdono della sua bambina che così malamente aveva allevato. Chiederle quale balordo, quale mezzo tossico, quale spiantato, quale puttanella, quale randagio, quale scorpione a dorso di rana, quale latte scremato, quale tronco abbattuto, quale lendine morta, quale crosta ammuffita era il suo confessore, la sua boa, la sua cassetta di sicurezza, e chiederle il permesso, lui, quel falso d’autore di padre, quell’ascensore bloccato tra i piani, quell’orma sulla sabbia che il ghibli stava cancellando, di interpellare il suo confidente, di inginocchiarsi al confessionale, di attaccarsi alla boa, di scendere nel caveau della banca, e domandare infine, tu che certo vali più di me, sapresti indicarmi come potrei giustificare che voglio continuare a vivere? (altro…)

Capitolo dieci: I killer

Di | 30 giugno 2017|Istruzioni per non morire|

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Musica consigliata per la lettura del decimo capitolo: Mater tenebrarum (Keith Emerson)

Roberto aveva conservato la fissazione che già lo assillava da bambino, quella resistenza ad addormentarsi durante il giorno per il timore di perdersi chissà cosa di essenziale fosse capitato nello stesso momento. Quando il getto d’acqua gelida proveniente da un secchio che Coda di Cavallo gli aveva buttato addosso lo risvegliò provo lo stesso senso di colpa, tanto forte da offuscare per qualche secondo i terribili dolori alle costole che i pugni e i calci degli aguzzini gli avevano procurato. Ma capì che non si era perso proprio nulla, che la perdita di coscienza doveva essere durata pochi secondi. Nessuno aveva mutato la sua espressione di un sopracciglio, non uno dei banditi, non Amande, non Rose. Si rigirò a terra appena sul lato opposto e Ramon dovette interpretare il movimento come un’educata offerta perché gli tirò ancora un calcio che per fortuna, stavolta, andò per metà a vuoto ma comunque gli fece scricchiolare un osso vicino al gomito sinistro. Gemette e si abbandonò supino, in attesa di un nuovo colpo ma Ramon ghignando si allontanò di qualche passo.

 

“Sì, è meglio che vada di fuori per un po’. Sono di cuore tenero, certe scene mi fanno orrore. Trattamento speciale per le ragazze, Ramon. Ricordi quelle due ad Acapulco?”.

Il viso di Ramon si distese in un sorriso come gli fosse stata rammentata la vittoria in una gara di tuffi dallo strapiombo della Quebrada: “Cristo santo. Avevi detto che è l’unica volta che avevi provato disgusto per te stesso nella tua vita!”. (altro…)

Capitolo nove: Briggs

Di | 28 giugno 2017|Istruzioni per non morire|

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Musica consigliata per la lettura del nono capitolo: Mouth breather (The Jesus Lizard)

“Ti conviene cambiare atteggiamento, ragazza. Voglio i nomi delle tue compagne. Non dico che in cambio ti prometto un futuro felice ma almeno ti eviti una morte da incubo”.

Rose non replicava. Roberto sollevò la testa, che quasi con amorevolezza materna l’indio gli custodiva sulla sue mani dopo avere mollato la presa sulle spalle, e intravide il volto cupo e determinato della figlia. Briggs accese una sigaretta.

“Dì, la storia di Juan che ha tradito te la sei inventata, vero?”. Espirò un interminabile sbuffo di nicotina e non attese neppure la risposta: “Ero amico di Juan, Ma in quel momento proprio non si riusciva a far ragionare Quintana. Ci è voluto un po’ perché ti mettesse a fuoco”. Rose ne incrociò per un secondo l’occhio e poi abbassò i suoi. Sembrava aver perso la baldanza di poco prima e pareva stanca, piuttosto, come una che non vede l’ora di andare a riposare in hotel dopo un lungo viaggio.

“Vedrai come ti metto a fuoco io appena arriviamo a destinazione” concluse Briggs.

“Lascia andare mio padre” il filo di voce di Rose era molto meno vigoroso delle nuvole di tabacco bruciato di Briggs, simili a lampi di cherosene nella notte. “Non sa nulla”.

“Non sa nulla? E chi sa se lui non sa? Perché ti saresti affrettata a correre qui? Se ci dai tu le informazioni in effetti non abbiamo più cosa farcene del tuo paparino. Altrimenti lo teniamo, all’inizio solo come spettatore, dei tuoi prossimi impegni e vediamo come reagisce. Dai, semplifica le cose e lo faccio scendere dalla macchina”. (altro…)

Capitolo otto: Rose

Di | 26 giugno 2017|Istruzioni per non morire|

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Musica consigliata per la lettura del ottavo capitolo: I run (Årabrot)

Rose, che pure non era solita alla franchezza quando si trattava di definire un suo stato interiore, si disse troppo inquieta per rinchiudersi tra le mura di un locale parigino. Una lieve brezza palleggiava le nuvole e il sole velato chiamava alla passeggiata lungo le Tuileries. Scesero a Concorde con la metropolitana, più misurandosi che parlando, e guadagnarono due sedie affiancate, quelle più comode con lo schienale arquato, lungo la fontana solcata dai gorghi circolari delle anatre.

Roberto si ricordò di colpo che doveva verificare l’andamento dei dati su Death Line e mandare un sms a Machaut. L’esordio di Rose, “Chi comincia?” andò a vuoto. “Mi puoi scusare ancora un secondo?” le rispose Roberto compulsando il display “Due minuti per una questione di lavoro”.

“Ti porti il lavoro al parco?”

“E’ una situazione eccezionale. Stiamo sperimentando una app che dovrebbe partire a brevissimo”.

“Vuoi dirmi di che si tratta?”

“Ma no…cioè sì…vedi queste linee, si ricollegano alla salute di certe persone malate…non è facile da spiegare”.

“Non ha importanza. Te lo proponevo se ti faceva piacere. Hai detto tante volte che non ti chiedo mai nulla approfonditamente di te e non ti dico di me. Era un tentativo di introdurre una giornata diversa”. (altro…)

Capitolo sette: Lorette

Di | 25 giugno 2017|Istruzioni per non morire|

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Musica consigliata per la lettura del settimo capitolo: Studio per pianoforte n. 8 op. 12 (Scriabin; Horowitz)

Rose era nata gracilina, accolta subito dall’incubatrice, e la preoccupazione per il suo peso aveva allertato per qualche anno i genitori prima che il pediatra li invitasse apertamente a farsi una ragione della sua costituzione fisica. Del resto la mamma non aveva una struttura diversa: la vera paura di Roberto e della mamma di Rose era che la bimba ripercorresse la medesima china fisica e anche psicologica della madre (visto quanto era costato all’equilibrio psichico di costei) la sua statura di un metro e quarantasei, per giunta applicata a uno scheletro filiforme, che pareva a rischio di spezzarsi se solo qualcuno avesse tirato vigorosamente un braccio, e a una muscolatura insensibile agli incrementi alimentari.

 

Accadeva pure che durante il rapporto la sua eccitazione franasse quando indugiava nello stringerle le braccia o la schiena e perveniva troppo celermente al contatto con le ossa spigolose o quando lei, per chiudere un’imposta da cui cominciava a filtrare troppa luce, si alzava del letto e si allontanava di qualche passo con la sua figurina che a Roberto pareva d’improvviso quella di una Barbie cui fosse stata caricata una molla. Il loro legame, ciononostante, durava e cresceva in tenerezza. Questo non impediva a Roberto di dubitare della profondità dei propri sentimenti e di accrescere l’insoddisfazione per certe giornate passate insieme nelle quali gli sembrava che avessero poco da condividere. Non fece a tempo ad affinare le sue consapevolezze prima che Lorette rimanesse incinta. (altro…)

Capitolo sei: Giselle

Di | 23 giugno 2017|Istruzioni per non morire|

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Musica consigliata per la lettura del sesto capitolo: En Deutsche Requiem (Brahms) diretta da Gardiner

“E’ un parente? Non avevo mai visto nessuno con lui”

“No, io…io faccio parte di un’associazione di volontariato. Veniamo…veniamo negli ospedali ad assistere chi non ha nessuno vicino e a dire una preghiera per lui”.

Il labbro della donna si gonfiò ancora e la bocca prese un tratto espressivo che oscillava tra il benevolo e il sardonico.

“Ho sentito che gli parlava. E’ bello questo, anche se non può sentirla. Anzi, è bello proprio perché non può più sentirla”.

Roberto esitò prima di replicare: “In che senso?”

“Nel senso che lo trovo un bell’omaggio. Tra persone coscienti la metà del tempo la passiamo parlando a persone che non ci ascoltano, e la consolazione è che faremo altrettanto quando sarà il loro turno. Ma qui è differente. Lui è già lontano da qui.  Però il suo corpo ancora si aggrappa a quello che trova. E noi gli infiliamo tra le dita l’ultimo biglietto di saluto. Guarda che anche se non ci sei più io ti parlerò egualmente. Con mio marito lo faccio da tre mesi ormai”. (altro…)