Come la strategia del petalo ha affondato i partiti di sinistra

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Lunga morte alla sinistra? Che la vecchia divisione ideologica non valga più e le vecchie categorie destra/sinistra siano “stampelle del passato” è un ritornello intonato almeno dalla caduta del muro di Berlino, ma evidentemente è un rifiuto biodegradabile difficile da smaltire visto che ce lo si ritrova puntualmente fuori dalla porta. Le ragioni indicate come decisive per il suo superamento si rivelano spesso contingenti: così è stato per l’ingrossamento della classe media che, per effetto della crisi economica, è da tempo soggetta a una nuova, forte forma di segmentazione, se non addirittura a una neo-pauperizzazione per le fasce poste sui gradini più bassi.

 

L’elemento sociologicamente più devastante per la sinistra è stata considerata l’individualizzazione (prototipo della categoria di “modernizzazione riflessiva”, intorno al quale gli intellettuali più à la page della nuova era, Beck e Giddens, hanno costruito le loro teorie). Il soggetto, sganciato dalle appartenenze collettive, si muoverebbe in nuovi progetti e orizzonti (ecologici, consumistici, personali) incompatibili con i vecchi schemi.

In realtà, in questi anni ha sempre continuato ad operare una delle più salde distinzioni tra la destra e la sinistra: la sfida tra la natura e il progetto. La destra si è storicamente schierata a difesa del primo: le tradizioni, le ineguaglianze determinate dalla natura, l’ordine gerarchico  che ne è il prodotto, il mytohs, le radici, la stabilità. A questo la sinistra ha contrapposto la costruzione dell’ordine sociale, l’emancipazione, il cosmopolitismo, il logos, il movimento.

La destra ha tuttavia maliziosamente catalogato nella natura il mercato e il tipo di individualismo che è la sua proiezione: due caratteri tuttavia disgregatori del vecchio ordine. E’ così che il progetto della sinistra, volto a frenare le due nuove forze della natura sviluppatesi dialetticamente dentro la storia, è apparso per la prima volta conservatore.

 

Per di più la sinistra ha espresso molto pudicamente il suo progetto di contrasto alla natura, messa in imbarazzo dalla parentela con il comunismo che aveva affrontato sanguinosamente il contrasto con la natura-mercato e la natura-individualizzazione. Non solo è apparsa interpretare un copione sbagliato (si può portare avanti un progetto consistente nell’opporsi a una natura che è anche dinamismo della storia, e quindi progetto a sua volta?) ma anche recitarlo in modo balbuziente.

La sinistra ha dunque cominciato a inseguire la destra, lasciandosene dettare l’agenda politica. Schiantata da un complesso di legittimazione democratica (la necessità di dimostrare continuamente la sua fedeltà ai principi della democrazia liberale con una serie infinita di abiure) la sinistra si è affannata in maldestri tentativi di imitazione. Il programma neoliberale della Thatcher di svuotamento del welfare è stato perfezionato da Blair, indicato alla sinistra (specie da quelli di destra) come il modello da seguire per dimostrarsi emendati dal vizio dello statalismo.

 

La pubblicistica che a sinistra fiancheggia i partiti storici ha a sua volta indossato il saio e propone una continua rimodulazione degli obiettivi e un’autocritica sull’attaccamento a concetti che l’avanzare della storia globalizzata renderebbe obsoleti. L’atteggiamento congiunto a sinistra della politica (accettiamo sul piano realistico la flessibilità, accettiamo sul piano realistico una politica deflazionista ecc) e dell’intellighenzia (accettiamo di mettere in discussione i diritti sociali, accettiamo di dare per ineluttabile la globalizzazione finanziaria…) si sostanza in quella che potremmo definire strategia del petalo: continuiamo a strappare, uno per volta, petali della nostra storia e dei nostri principi di partenza e vediamo se alla fine la sinistra c’è ancora, se m’ama, non m’ama, m’ama, non m’ama…

 

La proclamazione dell’eclissi della sinistra è stata certo favorita dallo sciacallaggio elettorale di chi voleva sottrarne le spoglie, o meglio ancora, cibarsi contemporaneamente di quelle della destra sostenendo in modi diversi lo sgretolamento del confine (e ponendosi dunque, secondo una tripartizione di Norberto Bobbio, in mezzo, come il centro, al di là, come nella sintesi della Terza Via, o trasversalmente, come i movimenti ecologisti). Ma innegabile è stata la progressiva perdita di identità, oppure il tentativo di conservarla rintanandosi nel cantuccio rassicurante dell’egualitarismo che però, senza il riferimento a una chiara definizione di giustizia rimane concetto ad alta indefinizione (e infatti non ha impedito continue scissioni dentro i partiti della sinistra e al massimo ha costituito un generico avvicinamento ideologico, giustificativo di alleanze politiche, con partiti ispirati al solidarismo cattolico). Né basta cavarsela collocando la sinistra dalla parte degli ultimi, vista l’impressionante quantità di penultimi che dalla presenza degli ultimi si sentono danneggiati (il caso dell’emigrazione parla da sé), e le cui ansie, oltre che i bisogni, sono state grossolanamente sottostimate.

 

 

Secondo quale prospettiva ci si debba trasformare, per conservare il proprio nucleo identitario, è un problema che tocca qualsiasi soggetto, fisico e collettivo. A maggior ragione una parte politica, che ha il duplice compito di trasformarsi e trasformare.

In quale chiave ideologica questa trasformazione dovrebbe avvenire?

Credo che la sinistra possa trovare la sua nuova sorgente vitale nel passaggio nella lotta per il passaggio dalla democrazia dei beni e degli interessi alla democrazia della giustizia e delle persone. E’ un argomento che ho affrontato nel testo Cosa resta della democrazia e sul quale mi riservo di tornare sinteticamente, sul wrog, in una prossima occasione.

Di |2020-09-11T15:16:17+01:0020 Aprile 2018|Cosa resta della democrazia, Il futuro della democrazia|

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