Quel fotografo che non fotografa ma rende visibile l’invisibile

>Quel fotografo che non fotografa ma rende visibile l’invisibile

La mostra imperdibile di Erik Kessels è un piccolo trattato di arte contemporanea

Stiamo fissando una foto, da qualche parte. Ne ammiriamo la perfezione, la luce, l’inquadratura. Questa è arte, ci viene voglia dire. Erik Kessels direbbe l’opposto: questo è il punto dove l’arte si dilegua.

Erik Kessels è un personaggio bizzarro, poliedrico, con una solida fama di pubblicitario e più genericamente di “creativo”. Da buon pubblicitario si è visto sfilare davanti migliaia di foto patinate, che la professionalità rendeva in qualche modo simili tra loro e fredde.

E così si è appassionato alla foto amatoriale e ha cominciato a setacciare i mercatini del’usato alla ricerca di album di famiglia. Poi si è messo a smanettare sul pc con i milioni di foto riversate in rete. E ha scoperto una sua personalissima strada di artista, che consiste appunto non nell’usare la sua fotocamera ma nel ricomporre le foto altrui. Il risultato, in questo momento in mostra al Centro camera di Torino sotto il titolo “The many lives of Erik Kassels”, è esaltante. Ma anche a raccontarlo ha un interesse particolare, didattico quasi a proposito dell’arte contemporanea.

Vediamo cosa si può apprendere in mezzo alle opere di Kassel.

 

  1. L’arte contemporanea non è per forza produzione originale. Può consistere in manipolazione e citazione di materiale esistente ma anche solo nella sua selezione. Questa è anzi la sostanza dell’arte concettuale: l’opera sta nell’idea. Si tratta di un dato ormai acquisito da Duchamp in poi, e ulteriormente rafforzato con Andy Warhol.
  2. Arte è quello che l’artista decide sia tale (questa onnipotenza è temperata dal fatto che è il pubblico a decidere se un artista sia tale). Anche questo potere di attribuzione è ormai incontroverso. Il recupero nei mercatini di Kessels ricorda vagamente il riciclo dei rifiuti di Kurt Schwitters. Questi, però, dai rifiuti assemblava opere nuove (anche in scala ambiziosa, come i merzbau). Kessels invece, in molti casi, riporta senza alcun intervento correttivo il materiale fotografico. Quella che prima era la foto di un amatore adesso è l’opera di Kessels. Come è possibile questo miracolo? Non si tratterà di un furto?
  3. Kessels, è vero, ripropone lo stesso materiale ma quasi sempre invita lo spettatore a guardare le cose da una particolare prospettiva, chiamandolo a cooperare nell’attribuzione del senso estetico. In Kessels l’estetica tuttavia è imprescindibile da una ricostruzione emotiva del materiale: le sue opere non ci emozionano perché sono artistiche ma sono artistiche perché ci emozionano. C’è una raccolta di foto relative a una donna che per quasi ogni anno della vitaè andata a sparare al tiro a bersaglio del luna park, vedendosi puntualmente consegnato il premio della foto scattata automaticamente al momento del colpo. Lo scorrere del tempo personale (che comincia con una giovincella sfrontata e si conclude con una vecchina cui è opportuno mantenere la canna del fucile) viene espresso attraverso l’ordinata messa in fila degli anni e ci propone un modo di osservare la biografia della donna da una prospettiva che non avremmo mai pensato di prendere in considerazione. Una prospettiva futile, nel momento in cui veniva scattata la singola foto, ma illuminante (accecante quasi) quando viene “prescelta” e isolata dalle altre prospettive possibili per dar conto della storia personale. In un’altra serie fotografica, ci vengono mostrate due sorelle che con cadenza regolare, e sempre coprendo l’arco di una vita, si fanno fotografare insieme cercando (nonostante una certa differenza fisica) di confondersi grazie a un’assoluta uniformità di abbigliamento e di posa. Nelle ultime foto, scattate quando una delle due sorelle è mancata, l’altra si dispone naturalmente sull’angolo, non per rispettare la canonica “regola dei terzi” sulla posizione ottimale del soggetto ma come a lasciare istintivamente lo spazio alla sorella che non ha più. E’ soprattutto grazie allo sguardo dell’artista che allinea tutte le immagini che comprendiamo come la foto ritragga soprattutto l’assenza. Ed ecco un’altra, costante caratteristica dell’arte moderna, che si è andata accentuando nell’arte contemporanea (e la pone su un piano antitetico rispetto all’arte classica): riprodurre l’invisibile.
  4. C’è un aspetto poi in cui Kessels rivisita una convinzione essenziale del dadaismo. Duchamp, come sappiamo, riteneva che l’oggetto è in grado di acquisire un’aura artistica quando ha perso la sua funzione utilitaria. Per questo espose la ruota di bicicletta o l’orinatoio. Kessels applica questo codice alla fotografia, che considera aperta a una nuova funzione espressiva appena fallisce nella sua funzione utile, quella di rendere correttamente l’oggetto inquadrato. E’ il riflesso di quel che accennavo all’inizio: una foto impeccabile è una foto professionale, una foto amatoriale è una foto riplasmabile e aperta a un senso alternativo, proprio perché è fallito quello principale. Una serie di Kessels riguarda foto in cui il dito è finito davanti all’obiettivo: ne emerge un’imprevista qualità astratta. I vani tentativi di fotografare con la giusta apertura di diaframma il nerissimo cane di casa introducono una presenza fantasmatica, irraggiungibile, vagamente esoterica. Le foto di un’altra serie riproducono casi in cui nell’inquadratura era finito un estraneo. Ecco che quell’intruso viene separato e ingrandito. Il significato della foto scarta bruscamente dall’obiettivo originario (grazie alla deviazione dell’obiettivo della fotocamera).
  5. Infine, l’insieme dell’opera rende conto di quell’altra ossessione dell’arte contemporanea che è la serialità. Non sempre lo scopo è il medesimo: il gioco può consistere nel far affiorare la variazione o nel denunciare la prepotenza della ripetizione, che viene in ogni caso elevata a sfondo dell’esistenza ma anche a condizione favorevole per l’esperienza artistica, a patto che sia possibile in qualche modo governarla. Nel passaggio al digitale Kessel vede il rischio di una varietà talmente torrenziale da renderla gemella della serialità più implacabile: in una stanza si erge una montagna di stampe di foto digitali, quel milione all’incirca che sono state messe in rete nel giro di una giornata. Ma, al principio della mostra, il pavimento accompagna il passo del visitatore con una sfilata di piedi e calzature dalla stordente molteplicità, anche questi tutti scaricati dal web e perfettamente distinguibili grazie al tipo di messa in scena e, di nuovo, alla selezione. Forse, l’avvento del digitale cambia la funzione dell’artista, che prima era chiamato a scompaginare l’ordine e il senso, e adesso a ripristinarli.

 

Se potete raggiungere Torino, fino al 30 luglio aggiungete questa tappa a quelle canoniche. Se potete portarci dei ragazzi poi, secondo me, siete moralmente obbligati.

Di | 9 giugno 2017|5, Ufficio visti|

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