Perchè Eleanor Oliphant va benissimo?

>Perchè Eleanor Oliphant va benissimo?

Da pochi giorni sappiamo ufficialmente che diventerà anche un film, probabilmente interpretato da Reese Whiterspoon, che ne ha acquistato i diritti. È stato tradotto in quaranta paesi, quasi sempre raggiungendo i vertici delle classifiche. Anche negli Stati Uniti, dopo la pubblicazione dell’edizione economica. È il caso editoriale mondiale del momento. Luogo comune vuole che ci si stupisca tocchi a un’esordiente: è invece noto che essere esordienti (o quanto meno sconosciuti; o al massimo conosciuti in un campo diverso dalla scrittura) è un ingrediente necessario per confezionare un best-seller. Con “Eleanor Oliphant sta benissimo”, tuttavia, le critiche (la quarta di copertina italiana spara il Guardian e il New York Times) mirano alto. Qualcuno grida al capolavoro. Ed è stata coniata (non solo per il libro di Gail Honeyman) la qualifica di nuovo genere, “up-lit”. Ignorandolo, dopo avere letto il romanzo, avevo appuntato un aggettivo: edificante. Constato con vanità che up-lit sta proprio per quello: uplifting literature. Letteratura edificante. Ovvero, il romanzo non deve essere soltanto mimesi del male, sofferenza, ritratto della brutalità; il romanzo può descrivere la gentilezza e incentivare il prossimo a comportarsi bene. È dunque questa la ragione di un successo mondiale? Quel buonismo che viene schernito nella vita quotidiana rientra nella finestra attraverso la letteratura?

 

In realtà, Eleanor Oliphant (pubblicato in Italia da Garzanti) ha una personalità molto marcata, non rubricabile genericamente nella categoria “buoni sentimenti”. Questo non significa che sia un gran libro. L’autrice ha un discreto senso d’ironia; scrive con molta pulizia, anche troppa, e i dialoghi non somigliano affatto ai dialoghi della vita reale: i personaggi parlano come un libro stampato (come sui libri stampati non dovrebbe accadere), e lo fanno quanto più stringono i rapporti. Ho avuto a lungo la sensazione di avere già incontrato molto tempo fa quel modo, grazioso e lezioso, di porgere dialoghi e descrizioni, e ho continuato a domandarmi: dove? E infine mi è affiorata la risposta (che lascerà indifferente alcune generazioni, che certo non conoscono quel termine di paragone): i gialli dei ragazzi. Quelli con i giovani investigatori Nancy Drew e Jupiter Jones. Non lo dico con spregio: i gialli dei ragazzi, che uscirono per Mondadori negli anni ’70, erano scritti piuttosto bene, con un linguaggio da tema in classe (di quelli che prendono un voto eccellente), con un invito all’apprendimento e una vocazione pedagogica (edificanti appunto, nonostante i detective dilettanti sventassero crimini). Certo definirli alta letteratura sarebbe un salto: e perché allora Eleanor Oliphant sì? Non mi pare che recuperiamo con la psicologia dei personaggi, la cui costruzione pure è piuttosto adolescenziale. Eleanor fa simpatia, sicuro, e ha la sua storia. Quale?

 

Tutta la sua storia, in verità, la si scopre soltanto alla fine del romanzo. All’inizio vediamo che è tanto sola e un po’ stramba. La seguiamo succube della madre, e della telefonata che la genitrice le fa puntualmente il mercoledì sera. Si fa i suoi weekendini televisivi, o con qualche buon libro. Il suo vizietto sabato/domenicale ce l’ha, si scola una bottiglietta di vodka (scandalizzando, ma solo un pochino, quell’altro buon diavolo che gliela vende a un Tesco). Nel lavoro di contabile è esemplare, ma con i colleghi spettegoloni non ha legato. Veste sciatto e ha una cicatrice sul volto, traccia di un terribile incidente da bambina che ha a che vedere con la madre ma sul quale è parecchio reticente. A un certo punto viene gentilmente agganciata da un collega ancora più sciatto nel decoro estetico, che la porta a conoscere sua madre (“Su figliolo, tira fuori l’album e facciamo vedere a Eleanor le fotografie di quella prima vacanza ad Alicante, l’estate prima che tu cominciassi ad andare a scuola. E’ rimasto incastrato in una porta girevole all’aeroporto” disse sottovoce chinandosi confidenzialmente verso di me. Ecco, per dare l’idea) e che dopo avere soccorso con lei un infartuato per strada trova che l’occupazione più spassosa sia andare con lei a visitarlo regolarmente. Eleanor, come una quattordicenne, si innamora di un mediocre cantante rock dopo averlo visto a distanza (neppure sentito, non esattamente almeno) e a un certo punto ammetterà: perbacco, mi sono comportata come una quattordicenne.

Eleanor ha qualcosa di Bridget Jones, ma il trauma infantile e l’inesperienza di vita sociale la conducono ad assumere un atteggiamento verso il prossimo che coniuga pedanteria e schiettezza. È insomma il tipico modo di fare che evidenzia come quel che le persone giudichino normale presenta in realtà qualche falla se se ne mettono in discussione ingenuamente le premesse. Sarebbe uno sviluppo intrigante, ma rimane quasi sempre allo stadio di un rimuginamento da parte di Eleanor.

Il romanzo, in definitiva, è la storia del cammino di Eleanor verso la normalità, di fronte a se stessa e di fronte agli altri. Ma secondo una regolarità talmente “edificante” che la letteratura pare poco più che un pretesto.

 

E arriviamo finalmente alla ragione profonda del successo di Eleanor Oliphant.

Sempre più i successi in libreria sono l’adattamento di altri generi editoriali adattati al romanzo. Il caso più in auge è quello della cronaca nera, che ispira una buona parte della produzione narrativa. Eleanor Oliphant è invece la trasposizione di un manuale di self-help. Di quelli che primeggiano nelle classifiche di vendita. Però cominciano a essere inflazionati, e necessita corredarli di una forma nuova (e nobile: la letteratura).

In teoria Eleanor è una diversa. Quante persone possono comparare il suo disadattamento sociale ed apparentemente emotivo (e la loro origine traumatica) al proprio stato? Eppure, maliziosamente, anche gli editori di Eleanor insistono sul punto: tutti noi siamo un po’ Eleanor…

Eleanor, alla fine, sarà una che ce l’ha fatta. Perché avrà pensato positivo.

(ed ecco che tutti diventano buoni. Anche i colleghi! Eleanor odia lo smartphone? Ma non è tanto social questo buonismo? L’odio è riservato ai personaggi pubblici ma tra orizzontali la commozione la si sbatte addirittura in faccia)

Perché si è accettata per com’è.

(però in realtà temperando molto il suo estremismo. Che festa le fanno tutti quando finalmente…

Perché si prende cura di sé.

…quando finalmente si adorna di un’acconciatura decente, e poi il vestito attillato, le scarpe col tacco…).

La lezione occulta è: un pizzico di conformismo non guasta. E nemmeno un tocco di consumismo, di attenzione al dettaglio…

 

Insomma, vogliamo dirla tutta? Eleanor Oliphant è un femminile. Un una tantum invece che una rivista.

E questa è la spiegazione finale.

Di | 13 settembre 2018|3, Sulla scrittura|

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